Se guardiamo la classifica
di vendita americana del 1989 è dominata dalla black music di Prince,
Bobby Brown e Janet Jackson e dal pop di Debbie Gibson, New Kids On
The Block, Phil Collins e Madonna, con qualche incursione dell’hair
metal di Los Angeles di Guns N’Roses e Motley Crue e dell’hard rock
radiofonico di Aerosmith, Bonjovi e Def Leppard. Nel ’90 il rap di MC
Hammer e Vanilla Ice e l’errebi di Paula Abdul si dividono la vetta
per due terzi dell’anno con Billy Joel e Michael Bolton a rappresentare
altri gusti (ben diversi l’uno dall’altro). Manca un riferimento al
rock and roll di matrice britannica, con i Rolling Stones che stanno
superando il loro decennio più difficile, Rod Stewart da tempo imborghesito,
il southern rock marginale a livello di popolarità nonostante il ritorno
degli Allman Brothers e i Lynyrd Skynyrd ancora dignitosi, il grunge
in rampa di lancio, ma non ancora esploso. Questo vuoto viene riempito
da due fratelli della Georgia, Chris e Rich Robinson,
nati rispettivamente nel 1966 e 1969, che qualche anno prima avevano
formato i Mr. Crowe’s Garden, partiti come emuli dei R.E.M. e del pop
psichedelico, evoluto gradualmente in un rock-blues sporcato da venature
southern.
Si accorge di loro George Drakoulias, che li scrittura per la Def American
quando sono già un quintetto con Chris alla voce, Rich alla chitarra,
Steve Gorman alla batteria, Johnny Colt al basso e Jeff Cease alla chitarra.
Cambiano nome in Black Crowes e registrano tra Atlanta e Los
Angeles il loro esordio, assorbendo dosi massiccie di Rolling Stones,
Faces, Humble Pie e Lynyrd Skynyrd. Quando esce nel febbraio del ’90
Shake Your Money Maker si inserisce piano piano in classifica,
resistendo a lungo e raggiungendo il quarto posto dopo molti mesi. Numerosi
singoli e tour continui (famoso quello di supporto agli ZZ Top, che
li licenziarono dopo poche date per le critiche alle grandi aziende
sponsorizzatrici) aiutano il disco a superare i cinque milioni di copie,
un risultato superiore ad ogni aspettativa. Dalle prime note dell’attacco
di Twice As Hard si capisce che i corvi neri seguono le orme
del rock britannico di matrice Stones, sporco e stradaiolo, con una
slide paludosa e una voce strascicata, arrochita dal whiskey, una sorta
di Rod Stewart in acido. Jealous Again è in area Faces, con il
piano dell’ospite Chuck Leavell (ottima scelta!), una batteria debitrice
dell’essenzialità di Charlie Watts, le chitarre che non sprecano una
nota. Sister Luck è una ballata notevole profumata di Skynyrd,
Could I’ve Been So Blind un rock and roll scritto qualche anno
prima, Seeing Things una ballata magnetica impregnata di gospel
con l’organo di Leavell e i backing vocals di Laura Creamer (un’altra
scelta di livello, già con Bob Seger e Van Morrison).
Uno dei brani più esplosivi è la cover di Hard
To Handle di Otis Redding, trasformata dall’energico trattamento
del quintetto con una chitarra che ricorda Joe Perry (Aerosmith). Thick
n’Thin non lascia prigionieri, ma She Talks To Angels è un
colpo al cuore, uno slow sofferto che racconta la storia di una cantante
tossicomane, scritto da Rich per i Mr. Crowe’s Garden. Il finale è granitico
con Struttin’ Blues e la bruciante Stare It Cold con una
breve coda. Dieci brani per meno di 45’, senza sprecare un attimo e
senza riempitivi. In seguito i Black Crowes miglioreranno come autori
e pubblicheranno dischi più originali, ma l’energia e l’impatto di
Shake Your Money Maker non verranno eguagliati.
La ristampa del trentennale,
che doveva coincidere con la clamorosa reunion dei due fratelli dopo
anni di litigi e insulti degni dei fratelli Gallagher (Oasis) e con
un tour purtroppo spostato a causa del covid per ora alla fine del 2021,
è stata edita in vari formati: singolo, doppio e triplo cd (sia in edizione
cartonata che in box deluxe con un libro di 20 pagine) e quadruplo vinile
deluxe. Se il primo cd ripropone l’album originale senza aggiunte, il
secondo disco raggruppa dieci tracce interessanti nel ribadire le coordinate
sonore di riferimento. Partendo dagli inediti, Charming
Mess sembra uscita dalla penna e dall’ugola di Rod Stewart
(che pare ne abbia autorizzato la pubblicazione), 30 Days In The
Hole è una cover energica degli Humble Pie, Don’t Wake Me
non avrebbe sfigurato in un disco degli Aerosmith degli anni settanta,
Jealous Guy è trattata con personalità diventando un rock-blues
attraversato dal piano di Leavell. Le b-sides sono scelte con cura:
Hard To Handle con i fiati è esuberante, Waiting Guilty un
mid-tempo paludoso, Jealous Again e She Talks To Angels,
entrambe acustiche, sono due gioiellini. Il dischetto è completato da
due demo dei Mr. Crowe Garden: She Talks To Angels sempre acustica,
ma più grezza e Front Porch Sermon, un bluegrass che anticipa
alcune scelte di Before The Frost…Until The Freeze.
Ma il vero asso nella manica è il concerto inedito del dicembre 1990
al Center Stage di Atlanta, dove i Crowes suonarono tre date casalinghe
alla fine del tour: uno spettacolo di energia, di rock and roll trascinante
e febbrile, guidato dalla voce e dalla personalità di Chris, che in
pochi mesi è diventato un frontman di livello. L’album è suonato interamente
con un calore formidabile; spiccano l’esplosivo inizio di Thick N’Thin,
il terzetto di ballate in sequenza con il crescendo di Seeing Things
tra blues e gospel, la pianistica She Talks To Angels e la
sudista Sister Luck, una ribollente Hard To Handle nonchè
la doppietta che chiude la serata di Stare It Cold e Jealous
Again. Ma ci sono altre quattro tracce: l’inedito mid-tempo ringhioso
You’re Wrong, la ballata Words You Throw Away, una b-side
allungata e improvvisata che anticipa la svolta che avverrà con l’inserimento
di Marc Ford e infine il notevole medley di Shake ‘Em On Down,
blues di Bukka White con una rabbiosa Get Back dei Beatles, che
la band eseguiva abitualmente in quel tour.
Spesso le ristampe ampliate raschiano il fondo del barile; non è il
caso di Shake Your Money Maker, che regge benissimo nella
versione originale, ma che nell’edizione tripla esprime pienamente la
freschezza e la potenza di primi Black Crowes.