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The Black Crowes
Shake Your Money Maker (30th Anniversary Reissue)
[American recordings/ Universal 2021]

Sulla rete: theblackcrowes.com

File Under: we're an american band

di Paolo Baiotti (15/03/2021)

Se guardiamo la classifica di vendita americana del 1989 è dominata dalla black music di Prince, Bobby Brown e Janet Jackson e dal pop di Debbie Gibson, New Kids On The Block, Phil Collins e Madonna, con qualche incursione dell’hair metal di Los Angeles di Guns N’Roses e Motley Crue e dell’hard rock radiofonico di Aerosmith, Bonjovi e Def Leppard. Nel ’90 il rap di MC Hammer e Vanilla Ice e l’errebi di Paula Abdul si dividono la vetta per due terzi dell’anno con Billy Joel e Michael Bolton a rappresentare altri gusti (ben diversi l’uno dall’altro). Manca un riferimento al rock and roll di matrice britannica, con i Rolling Stones che stanno superando il loro decennio più difficile, Rod Stewart da tempo imborghesito, il southern rock marginale a livello di popolarità nonostante il ritorno degli Allman Brothers e i Lynyrd Skynyrd ancora dignitosi, il grunge in rampa di lancio, ma non ancora esploso. Questo vuoto viene riempito da due fratelli della Georgia, Chris e Rich Robinson, nati rispettivamente nel 1966 e 1969, che qualche anno prima avevano formato i Mr. Crowe’s Garden, partiti come emuli dei R.E.M. e del pop psichedelico, evoluto gradualmente in un rock-blues sporcato da venature southern.

Si accorge di loro George Drakoulias, che li scrittura per la Def American quando sono già un quintetto con Chris alla voce, Rich alla chitarra, Steve Gorman alla batteria, Johnny Colt al basso e Jeff Cease alla chitarra. Cambiano nome in Black Crowes e registrano tra Atlanta e Los Angeles il loro esordio, assorbendo dosi massiccie di Rolling Stones, Faces, Humble Pie e Lynyrd Skynyrd. Quando esce nel febbraio del ’90 Shake Your Money Maker si inserisce piano piano in classifica, resistendo a lungo e raggiungendo il quarto posto dopo molti mesi. Numerosi singoli e tour continui (famoso quello di supporto agli ZZ Top, che li licenziarono dopo poche date per le critiche alle grandi aziende sponsorizzatrici) aiutano il disco a superare i cinque milioni di copie, un risultato superiore ad ogni aspettativa. Dalle prime note dell’attacco di Twice As Hard si capisce che i corvi neri seguono le orme del rock britannico di matrice Stones, sporco e stradaiolo, con una slide paludosa e una voce strascicata, arrochita dal whiskey, una sorta di Rod Stewart in acido. Jealous Again è in area Faces, con il piano dell’ospite Chuck Leavell (ottima scelta!), una batteria debitrice dell’essenzialità di Charlie Watts, le chitarre che non sprecano una nota. Sister Luck è una ballata notevole profumata di Skynyrd, Could I’ve Been So Blind un rock and roll scritto qualche anno prima, Seeing Things una ballata magnetica impregnata di gospel con l’organo di Leavell e i backing vocals di Laura Creamer (un’altra scelta di livello, già con Bob Seger e Van Morrison).

Uno dei brani più esplosivi è la cover di Hard To Handle di Otis Redding, trasformata dall’energico trattamento del quintetto con una chitarra che ricorda Joe Perry (Aerosmith). Thick n’Thin non lascia prigionieri, ma She Talks To Angels è un colpo al cuore, uno slow sofferto che racconta la storia di una cantante tossicomane, scritto da Rich per i Mr. Crowe’s Garden. Il finale è granitico con Struttin’ Blues e la bruciante Stare It Cold con una breve coda. Dieci brani per meno di 45’, senza sprecare un attimo e senza riempitivi. In seguito i Black Crowes miglioreranno come autori e pubblicheranno dischi più originali, ma l’energia e l’impatto di Shake Your Money Maker non verranno eguagliati.

La ristampa del trentennale, che doveva coincidere con la clamorosa reunion dei due fratelli dopo anni di litigi e insulti degni dei fratelli Gallagher (Oasis) e con un tour purtroppo spostato a causa del covid per ora alla fine del 2021, è stata edita in vari formati: singolo, doppio e triplo cd (sia in edizione cartonata che in box deluxe con un libro di 20 pagine) e quadruplo vinile deluxe. Se il primo cd ripropone l’album originale senza aggiunte, il secondo disco raggruppa dieci tracce interessanti nel ribadire le coordinate sonore di riferimento. Partendo dagli inediti, Charming Mess sembra uscita dalla penna e dall’ugola di Rod Stewart (che pare ne abbia autorizzato la pubblicazione), 30 Days In The Hole è una cover energica degli Humble Pie, Don’t Wake Me non avrebbe sfigurato in un disco degli Aerosmith degli anni settanta, Jealous Guy è trattata con personalità diventando un rock-blues attraversato dal piano di Leavell. Le b-sides sono scelte con cura: Hard To Handle con i fiati è esuberante, Waiting Guilty un mid-tempo paludoso, Jealous Again e She Talks To Angels, entrambe acustiche, sono due gioiellini. Il dischetto è completato da due demo dei Mr. Crowe Garden: She Talks To Angels sempre acustica, ma più grezza e Front Porch Sermon, un bluegrass che anticipa alcune scelte di Before The Frost…Until The Freeze.

Ma il vero asso nella manica è il concerto inedito del dicembre 1990 al Center Stage di Atlanta, dove i Crowes suonarono tre date casalinghe alla fine del tour: uno spettacolo di energia, di rock and roll trascinante e febbrile, guidato dalla voce e dalla personalità di Chris, che in pochi mesi è diventato un frontman di livello. L’album è suonato interamente con un calore formidabile; spiccano l’esplosivo inizio di Thick N’Thin, il terzetto di ballate in sequenza con il crescendo di Seeing Things tra blues e gospel, la pianistica She Talks To Angels e la sudista Sister Luck, una ribollente Hard To Handle nonchè la doppietta che chiude la serata di Stare It Cold e Jealous Again. Ma ci sono altre quattro tracce: l’inedito mid-tempo ringhioso You’re Wrong, la ballata Words You Throw Away, una b-side allungata e improvvisata che anticipa la svolta che avverrà con l’inserimento di Marc Ford e infine il notevole medley di Shake ‘Em On Down, blues di Bukka White con una rabbiosa Get Back dei Beatles, che la band eseguiva abitualmente in quel tour.

Spesso le ristampe ampliate raschiano il fondo del barile; non è il caso di Shake Your Money Maker, che regge benissimo nella versione originale, ma che nell’edizione tripla esprime pienamente la freschezza e la potenza di primi Black Crowes.


    



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