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The
Black Crowes - a cura di Gianfranco Callieri -
In questo contesto, i Black Crowes dei fratelli Chris e Rich Robinson, originari di Atlanta, Georgia, e già inseriti - un po’ forzatamente - nel calderone sleaze di Guns N’ Roses, Poison o Dangerous Toys all’epoca dei 5 milioni di copie vendute dall’esordio Shake Your Money Maker (1990), possedevano il perfetto physique du rôle, reso ancor più efficace dalla dimensione tardo hippie di alcuni loro testi e pose, per interpretare il ruolo dei passatisti in fragorosa opposizione al presente, di volta in volta ispirati alle turbolenze degli Aerosmith o alle pastorali rootsy di The Band, sempre e comunque orgogliosamente estranei al proprio tempo. Nulla di più fuorviante. Il secondo The Southern Harmony And Musical Companion (1992) non era affatto la creatura di un gruppo “reazionario”, né una celebrazione dei bei tempi andati o un peana sulla sopravvivenza del rock analogico: non era, insomma, la presa d’atto della “fine della storia”, bensì la constatazione di come il processo evolutivo del rock and roll fosse, per sua natura, inesauribile, pronto a contaminarsi e rinnovarsi con un linguaggio, ancora una volta, scaturito “dal basso”, dalla provincia e dalla strada.
Il composito alfabeto sonoro qui adottato dai Corvi, infatti,
non rispondeva ai criteri di alcuna “dottrina del contenimento”,
quella cioè che secondo Fukuyama gli Stati Uniti avevano usato
nei confronti dell’URSS (impedendole di espandersi oltre i
suoi confini), traducibile dal punto di vista dei suoni con
un impiego consapevole di temi, scrittura e strumentazione
vintage, volti a respingere ogni tentazione di svecchiamento
o riforma; non si limitava, pur prendendo in prestito il proprio
titolo da una raccolta di inni sacri risalente a quasi 200
anni prima, a capitalizzare sullo stile e gli arrangiamenti
tipici di un’epoca ritenuta, per definizione, più interessante
e significativa di una contemporaneità scadente. Al contrario,
The Southern Harmony And Musical Companion mostrava
quanto vasto e inafferrabile fosse il continuo movimento del
rock inteso come vocabolario democratico e in perenne mutazione,
dichiarava di credere nella possibilità di contaminare e rimescolare
cento e passa anni di musica popolare (non soltanto) americana
in un contenitore immune al vizio della nostalgia, esibiva
sfrontato l’efficacia, la modernità e l’espressività multiforme
d’un intreccio di rock confederato, folk, melodrammi rockisti,
fiammate funk, psichedelia e reggae messo in scena con la
forza inarrestabile della giovinezza.
Di nuovo presiedute, come nel debutto, dal newyorchese George
Drakoulias, che tra i produttori dei ’90 propensi a manovrare
la materia classic - Rick Rubin, Brendan O’Brien, Matt Wallace
etc. - si dimostrerà quello di gran lunga più esperto e originale,
le registrazioni di The Southern Harmony And Musical Companion,
durate otto giorni appena, partirono dal presupposto di chiarire
cosa pensasse la formazione in merito al grunge, apprezzato,
sì, ma ritenuto passibile di ulteriori sovrapposizioni di
codice basate sulla persistenza delle suggestioni pertinenti
l’immaginario archetipico del rock, dalla sensualità del R&B
al grido di battaglia di chitarre fatte ululare come lupi
affamati, dalle fughe acide di certi passaggi strumentali
allo strazio sentimentale di esoteriche serenate, dai viaggi
nelle stelle delle ballate più assorte a un istrionismo vocale
in grado di riassumere, e superare, un’intera genealogia di
shouter tra chiesa e postribolo.
In questa nuova edizione, che celebra i trent’anni del prototipo,
la scaletta di The Southern Harmony And Musical Companion,
di suo recante uno dei missaggi più scintillanti di tutti
i ’90, risplende di eloquenza e calore in un nuovo mix semplicemente
inarrivabile per pulizia, incisività e vigore, perfetto sia
nel sottolineare i riff febbricitanti dell’iniziale Sting
Me sia nello scontornare l’abrasività dell’assolo di chitarra
(monumentale) con cui viene squarciata la conclusione di Sometimes
Salvation. Le prestazioni canore di Chris Robinson, nell’esaltante
logorrea rock-blues di Remedy come nell’omaggio al
James Brown più luciferino (via Rod Stewart) di una torrenziale
Bad Luck Blue Eyes, Goodbye, non hanno mai avuto un
aspetto acustico così smagliante, e lo stesso discorso vale
per le unghiate metal della poderosa No Speak No Slave,
per il rock sudista e fradicio di soul della carismatica Hotel
Illness, per la deragliata raucedine elettroacustica di
Thorn In My Pride (nelle parole di Rich Robinson, un
inchino alle lune di mercurio attraversate da Nick Drake).
Il gospel cavernoso di My Morning Song e l’acquitrino
tentacolare, alla Tony Joe White, di Black Moon Creeping,
entrambe strepitose, continuano a cedere il passo con naturalezza
soprannaturale, come se nel disco fossimo appena entrati e
non ci fossimo invece persi nelle sue spire da quasi tre quarti
d’ora, all’ultima Time Will Tell, brano di Bob Marley
inciso sul momento, in chiave acustica, trapiantando le dancehall
giamaicane dell’autore in una parrocchia abbandonata della
campagna georgiana, col vento a sibilare tra la marcedine
delle assi in legno e a far vibrare i vetri di finestre già
parzialmente in frantumi.
Stupendo, sul terzo CD, è infine il live texano del 3 novembre
1993 in quel di Houston: un concentrato di nitroglicerina
aperto dal rifferama ottuso di No Speak No Slave e
dall’esorcismo rock-soul di una torrida Sting Me, culminante
nella macelleria elettrica di una My Morning Song da
viaggio sulle montagne russe e negli incendiari otto minuti
di una Jam durante la quale viene evocato a più riprese lo
spirito degli Allman Brothers, mandato in orbita dai 12’ di
una Thorn In My Pride presa a morsi dal soul, dal punk
e dagli Stones di Midnight Rambler, conclusa dagli
stacchi e dalle ripartenze al fulmicotone di una Sometimes
Salvation di antipasto al selvaggio baccanale dell’ultima
Remedy, drogatissima altalena fra Leon Russell e sprazzi
di hardelia allucinata, un rituale cannibalesco e in crescendo
(menzione d’onore per la furia della sezione ritmica incarnata
dal basso di Johnny Colt e dai tamburi di Steve Gorman) protratto
ben oltre i dieci minuti.
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Crowes'
Good Company - a cura di Fabio Cerbone -
Nella prima metà degli anni '90 la sensazione, irresistibile,
è quella di un generale “ritorno del rock”. Poco importa quanto
sia stata davvero reale e quanto il tempo possa oggi averla
collocata in un’altra prospettiva, gli avvenimenti vissuti
in diretta hanno comunque un altro sapore e nel 1992 The
Southern Harmony and Musical Companion partecipa di
diritto a questa eccitante fiammata, con le sue vendite milionarie,
i suoi dischi di platino e il primo posto nella classifica
di Billboard. Lo fa da una posizione singolare, persino “antagonista”
rispetto a ciò che circonda i ragazzi della Georgia, quella
di una southern band che fin dall’esordio si colloca
su un binario di presunto classicismo tratto direttamente
dagli anni Settanta, che sembra fare da contrappeso alla bolgia
alternative rock che avanza tra le nubi e la pioggia di Seattle.
Con il senno di poi, sappiamo bene che non andò esattamente così e che sotto le ceneri covavano già infinite declinazioni e resistenze, ma adesso è la scusa per inondare anche il mainstream musicale di suoni che per un decennio erano stati a pannaggio dell’indipendenza più assoluta o quanto meno dei residui storici. Persino i “grandi vecchi” (e pensare che allora erano soltanto splendidi cinquantenni…) paiono beneficiare di questo riassetto, uscendo da un periodo di affanni con rinnovato vigore e ispirazioni che sembravano perdute (da Neil Young a Bob Dylan per arrivare a Lou Reed, alcuni capolavori delle loro lunghe carriere escono proprio in quegli anni). In questo clima di esaltazione e di favorevole accoglienza del pubblico, i Black Crowes offrono la loro personale versione del “ritorno al rock”, un piede nel passato, un occhio al futuro, perché gli “altri Settanta” a cui guardano dalla loro visuale di giovani uomini cresciuti nel Deep South raccontano di un legame più stretto con le cosidette radici, soprattutto con l’anima nera da cui è sgorgato il fiume del rock’n’roll.
È una strada che passa dal country soul di Memphis, si impantana
nel blues e nel gospel del Mississippi, sconfina nel southern
rock dell’Alabama per tornare con il bottino pieno nella nativa
Georgia, anche se i fratelli Robinson è probabile che tutto
questo lo abbiano appreso, come tanti prima di loro, da qualche
ragazzo inglese che aveva studiato il suono dell’America meglio
degli originali. Senti dilagare le accordature aperte e i
riff dinamitardi di Rich Robinson e Marc Ford in Sting
Me e Remedy, primi fortunati singoli estratti dall'album,
e avverti il chiasso eccitante di gospel, soul e rock’n’roll
fusi in un’unico corpo, e capisci che The Southern Harmony
non avrebbe mai preso forma e sostanza senza la calata
dei Rolling Stones ai Muscle Shoals in Alabama, luogo dove
era stato in parte concepito Sticky Fingers, e men
che meno in quella villa francese di Nellcote da cui emerse
il magma sonoro di Exile on a Main St.
Qui tuttavia, sarà la ferocia hard blues della chitarra solista di Marc Ford che ci assale, sono ancora i Led Zeppelin (e la Gibson di Jimmy Page, con il quale finiranno per suonare dal vivo in tour celebrativo) a fare capolino fra le bordate di No Speak No Slave e My Morning Song, a grandi linee quegli stessi Zep che dalle radici blues del celebrato album II migrano verso i mari impetuosi di III e IV, in un tumulto rock’n’roll che nel caso dei Black Crowes provoca letteralmente scintille nell’attrito con la matrice gospel & soul (quei cori femminili sparsi in lungo e in largo e l’organo del nuovo arrivato Eddie Harsch). Se Black Moon Creeping rappresenta la dimensione più epidermica e incandescente di questo incontro, è altrettanto chiaro che il volto da ballad di Bad Luck Blue Eyes Goodbye e di una più parossistica Sometimes Salvation ci rammenta una volta di più che nel loro debutto di due anni prima erano partiti da una cover di Hard to Handle di Otis Redding, il cui Otis Blue e l’intera leggenda di casa Stax servono ai Black Crowes per ricordare a tutti che le loro facce saranno anche bianche come il latte ma la loro voce interiore (e non solo quella, come aveva dimostrato l’Eddie Hinton di Very Extremely Dangerous) e di conseguenza tutto l’equipaggiamento del loro rock’n’roll è trafitto da una blackness mai così pronunciata, che solamente una chiusura come Time Will Tell, brano di Bob Marley tratto da Kaya, innervato da un inedito fermento country gospel, può sancire senza infingimenti.
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