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John Hammond
L’irresistibile fascino del bluesman

- a cura di Roberto Giuli -

John P. Hammond
(New York, 13 novembre 1942 – Jersey City, 28 febbraio 2026)

I canali ufficiali erano ancora silenti, quando già l’intera comunità musicale diffondeva la triste notizia sui vari blog, sociali e non: “John Paul Hammond Jr., musicista, cantante e chitarrista, scompare all’età di ottantatré anni”. Ci lascia il figlio di John Senior, celeberrimo produttore e talent scout; il nome di mezzo sta invece in onore al poliedrico attivista Paul Robeson: l’imprinting per un immenso bluesman, tra i più amati e rispettati, è servito.

È impresa quanto mai ardua mettere a fuoco l’opera di John Jr., contabilizzare le sue innumerevoli sortite discografiche, citare gli artisti via via coinvolti, antologie e partecipazioni comprese, quantificare i brani usciti dalla sua voce, scaturiti dalla sua National Reso-Phonic o soffiati dalla sua armonica abrasiva. Difficile calcolare le moli di lavoro svolto nell’arco di una carriera iniziata di fatto alla fine degli anni quaranta, quando, appena bambino, il genitore lo portava ad ascoltare performer come Big Bill Broonzy; da qui, da eventi come questo, deriva la sua profonda affezione per tutto quello che il blues può rappresentare, in primis uno stato d’essere.

Classe 1942, John Hammond è stato uno di quegli artisti dalla valigia perennemente fatta, un solista della musica e dell’anima posseduto, fino a completa identificazione, da quella tradizione musicale esplorata fin nelle pieghe più recondite. Inizia giovanissimo, poco dopo la scuola superiore e già nel 1963 dà alle stampe il primo, significativo album omonimo, registrato l’anno precedente per la Vanguard. È il periodo in cui, per dirla con le sue parole, “Koerner, Ray & Glover, Dave Van Ronk e io, eravamo gli unici bianchi a suonare un genere che in fondo si accostava al folk del Village”: la tipica “aria del Gaslight”, come la definiva Phil Ochs, quella che tutti gli eroi si porteranno dietro per sempre. Da lì in poi, per sessant’anni, la sua visione del blues non includerà confini; sarà una dedizione totale, motore che gli consentirà di valorizzare e diffondere i repertori di innumerevoli artisti finiti poi nelle enciclopedie (o ritornati all’oblio), gente come Furry Lewis, Robert Johnson, Chuck Berry, Willie Dixon, Leroy Carr, Robert Pete Williams, Muddy Waters, Big Joe Williams, Little Walter e molto oltre.

Non è stato un compositore prolifico Hammond (“cosa scrivo a fare? Lo trovo inutile, visto che c’è un intero songbook già annotato”), senz’altro uno dei migliori interpreti. Ci è sempre piaciuto pensare alla sua carriera come a un lungo, intrigante road movie, sempre alla ricerca dell’essenza e sempre costellato di incontri, vedi, per citare, Dr. John e Mike Bloomfield per l’indimenticabile Triumvirate (1973) o i Nighthawks, se non il regista Arthur Penn per la colonna sonora del film Little Big Man (il Piccolo Grande Uomo). Stesso dicasi per i suoi concerti, soprattutto in veste solitaria, di fatto avvincenti racconti intrisi di poesia; ascoltarlo era ogni volta un’esperienza, tra “un aneddoto, un sorso e un brano di Peetie Wheatstraw”, come scritto da qualche parte ai bei tempi.

Nessun appassionato potrà fare a meno dei suoi lavori, dai primi, per la citata Vanguard (tra cui So Many Roads del 1965) e per Atlantic, alle incisioni per Flying Fish (il sottovalutato Nobody But You del 1988) e Rounder degli anni Ottanta, fino a una seconda giovinezza segnata da gioielli quali Wicked Grin (2001: grande omaggio a Tom Waits), il graffiante Push Comes To Shove (2007) o Timeless, ottimo live del 2014: tutti tasselli pieni di classici, realizzati con grande capacità di sintesi, qualunque fosse lo stile del pezzo.

Ci lascia un autentico gentleman, un viaggatore seriale dalla classe inimitabile, con cui spesso gli addetti ai lavori si sono trovati per scambiare due parole in qualsiasi lingua, conversare di musica o semplicemente sorseggiare un caffè, chiacchierando di sé e della sua passione per Debussy. Era questo John P. Hammond, non solo un musicista, piuttosto l’essenza stessa del blues: impossibile non restare affascinati.


 

Wicked Grin
John Hammond rilegge Tom Waits

- a cura di Fabio Cerbone -

Che la musica di Tom Waits scaturisse da un innato magma blues era evidente a tutti, che potesse essere maneggiata da qualche altro protagonista al di fuori del titolare, così eccezionale (nel senso più letterale del termine) nel creare il suo immaginario musicale, era tutto un altro paio di maniche. Wicked Grin è proprio quel miracolo che smentisce anche i più scettici, un disco di cover soltanto in apparenza, di quelli talmente riusciti da annullare il confronto forzato con gli originali e giocare in un campo del tutto nuovo, quello dell’interprete e della sua appropriazione niente affatto “indebita”. Quest’ultimo si incarna nella signorile eleganza di John Hammond, inteprete men che mai sincero di quel “blues bianco” che ha saputo conservare il rispetto per i maestri del Delta e farne altresì appassionata divulgazione, senza forzare la mano o cercare una scenografica rilettura rock.

I due artisti si stimano da tempo, nonostante sembrino agli antipodi, come persone e personaggi al tempo stesso: il blues di Waits è figlio del voodoo più ancestrale, della potenza oscura di Charley Patton e Son House, del lupo mannaro che abitava in Howlin’ Wolf e del teatrante che era Screamin’ Jay Hawkins; Hammond è custode acculturato di una simile tradizione divisa tra Chicago e il country blues rurale, ma con un misurato controllo e attenzione al canone, maneggiando il linguaggio delle dodici battute senza “dissacrare”. In apparenza un contrasto che invece in Wicked Grin (Pointblack/ Virgin 2001) diventa magicamente la chiave per incontrarsi a metà strada e poi cedersi il testimone: Waits offre generosamente la materia prima, John Hammond non si tira indietro e ne guadagna in considerazione personale, rilanciando inaspettatamente la sua carriera (disseminata peraltro di ignorati album di qualità) e forse firmando il capolavo dell’età adulta.

Waits è talmente rapito dalle versioni dei suoi brani da offrirsi come produttore dell’intero progetto, portando in dote anche due brani inediti, il groviglio swamp blues di 2:19 e quella che risulterà l’unica “ballata” del disco, l’adorabile Fannin Street. Soprattutto, Waits coinvolge una band - con la sezione ritmica formata da Stephen Hodges e Larry Brown - che sa operare una mirabile scissione fra il suo stile e quello di Hammond, senza tuttavia scardinare o peggio ripudiare il materiale di partenza. Se intorno siedono anche l’armonica di un altro “white boy” del blues, molto simile per lignaggio a John Hammond, come Charlie Musselwhite e le tastiere di un irregolare quale Augie Meyers (Sir Douglas Quintet) allora Wiked Grin compie la trasformazione fino in fondo: Heartattack and Vine, Clap Hands, 16 Shells from a Thirty-Ought Six, che tutti noi avevamo in testa nella messinscena randagia e circense del Tom Waits più sperimentale e ferino degli anni Ottanta, qui assumono uno spiritato portamento blues di una densità a suo modo inedita, in grado persino di esaltare angoli nascosti delle canzoni e del loro aspetto lirico.

Hammond assorbe e restituisce il mondo “waitsiano” con il suo portamento incredibile di chitarrista, che sa dosare tecnica e ritmica, e con la sua voce increspata e incredibilmente "dentro il groove", scavando tra il grande Mississippi e tutti i rigagnoli della swamp music, lì dove Get Behind the Mule, Big Black Mariah o Jockey Full of Bourbon avevano sempre affondato le loro radici, in acque paludose sì, ma per nulla stagnanti.



 

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