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Los Lobos
Speciale Live in Chiari, 12-13/02/2026

(foto: © Donata Ricci per RootsHighway)

Electric Side (12/02/2026, Palasport San Bernardino)

- a cura di Fabio Cerbone -

Cinquant’anni e oltre di vita artistica nel segno di un melting pot musicale che è sinonimo di intreccio di linguaggi, stili e suoni. È l’altra America, fondata sugli immigrati, quella che qualcuno oggi vorrebbe cancellare con un tratto di penna (e qualche colpo di pistola…) nel nome di un nuovo suprematismo nazionale che solletica le viscere del paese. I Los Lobos sono invece la migliore dimostrazione degli effetti benefici della contaminazione: “mexico-americani”, ragazzi ormai cresciuti, chicani del barrio di East Los Angeles che portano in giro orgogliosamente il loro rock’n’roll multiforme e multiculturale.

David Hidalgo è un po’ ingobbito e claudicante, Conrado Lozano si accomoda volentieri sulla cassa del suo amplificatore, Steve Berlin mostra una lunga barba grigia e Cesar Rosas, che resta ancora il più comunicativo e vivace, ha i capelli imbiancati: sì, sono tutti più vecchi, qualcuno acciaccato nel fisico, ma non hanno perso un briciolo del loro smalto musicale e soprattutto non hanno abbandonato la loro “grande famiglia”, perché questo rimangono, uno degli esempi più longevi di unità nella storia di una band che ha tenuto fede alle sue origini.

Anche se all’appello manca Louis Perez, l’enigmatico polistrumentista in seno alla formazione, ufficialmente fuori gioco per seri motivi di salute, in questo tour europeo il resto del gruppo è sempre lo stesso (completa Fredo Ortiz, l’ultimo arrivato, dietro i tamburi della batteria): non hanno dischi da promuovere (Native Sons, disco di cover, risale al 2021, per cercare materiale inedito bisogna risalire al 2015), eppure la loro vicenda artistica prosegue, sulla strada; sono qui per suonare, fare festa, ripercorrere una carriera lunghissima, e ritrovare un pubblico che gli mancava da più di quindici anni.

L’occasione è un tour di tre date elettriche (e uno show acustico tutto speciale per pochi fortunati) organizzato grazie all’interessamento diretto dell’associazione ADMR di Chiari, che naturalmente fra i luoghi dove portarli sceglie anche le mura di casa, quelle del Palasport San Bernardino della città bresciana, gremito in ogni ordine di posti. È lì che andiamo a riabbracciare i lupi di Los Angeles, con la consapevolezza delle occasioni da non sprecare (ci sarà un’altra volta?): loro restituiscono uno show brillante e di grande mestiere al tempo stesso, che ha giocato sul repertorio più consolidato e aggiungendovi altresì qualche piccola sorpresa, proprio perché non “obbligati” a spingere su nuove incisioni e brani tratti da album di recente pubblicazione.

(foto: © Donata Ricci per RootsHighway)

Si parlava di “meticciato rock” e quale dimostrazione migliore se non partire sulle note di La Venganza De Los Pelados. Il groove è già servito su un piatto d'argento e i Los Lobos rivendicano il loro ruolo di ambasciatori di un’America respinta che sta più a sud e preme alle porte della California, senza bisogno di minacce però, semmai con la festa danzante di Chuco's Cumbia a solleticare il pubblico. Qualche problema nel mix di suoni e voci, i volumi, esagerati, si sovrappongono, le chitarre ringhiano e qualche dettaglio, ahinoi, si perde: nel prosieguo della serata le pecche si assestano e tutto risulterà più nitido.

Fin dal principio le luci della ribalta se le rubano a vicenda Hidalgo e Rosas con le loro chitarre, rock latino che accoglie in sé le radici blues, il calore dell’r&b e l’improvvisazione elettrica dei 70s, tanto da sbandierare a un certo punto della scaletta un'imprevista, e apprezzatissima, versione di Dear Mr Fantasy dei Traffic. È una delle cover proposte nel mezzo dello spettacolo, insieme alla riedizione di Flat Top Joint, scatenato rock’n’roll dall’anima swingante che arriva dritto dal repertorio degli amici di sempre, i Blasters dei fratelli Alvin. Se dunque il rimpallo di solismi fra Cesar Rosas e David Hidalgo (la voce tiene ancora, e tutte le magagne fisiche scompaiono magicamente) si prende i suoi spazi, dietro però ricamano sax, flauto e tastiere (qualche guaio a un certo punto, e un po’ di nervosismo per lui, nel programmare i suoni sullo strumento) di Steve Berlin, mentre alle spalle emerge il pulsare del preciso Fredo Ortiz alla batteria, ma soprattutto di un bassista fuori dall'ordinario come Conrad Lozano: bermuda da turista americano sfoggiati senza vergogna a metà febbraio, cappellino in testa, appoggia il suo sedere sulla cassa dell'amplificatore per quasi tutto il tempo (alzandosi giusto per qualche coro), garantendo un battito incessante sulle corde dello strumento.

L’insieme regge splendidamente l’urto del tempo, passando in rassegna cinque decenni di canzoni che mettono in comunicazione memoria e presente: Will The Wolf Survive? ed Evangeline i primi successi di quel roots rock di cui furono incontrastati portabandiera negli anni Ottanta, le altrettanto storiche Shakin' Shakin' Shakes e Set Me Free (Rosa Lee) dal fondamentale By the Light of the Moon, approdando infine al capolavoro mai troppo lodato The Neighborhood (altro inno ad un’America di fratellanza), qui occasione per la band di jammare dentro e fuori gli spunti strumentali di Rosas e Hidalgo. Quest’ultimo accantona poi la chitarra a favore dell’accordion, le cui note annunciano il passaggio alle “radici” più profonde dei Los Lobos, quando le note del gioiello Kiko And The Lavender Moon si sono aperte un varco attraverso la tradizione latina.

(foto: © Donata Ricci per RootsHighway)

Da lì la band affonda il colpo per omaggiare lo spirito dello scomparso ambasciatore del tex-mex Flaco Jimenez con Ay te dejo en San Antonio e proponendo l’immancabile canto di nostaglia e disperazione amorosa (anche il pubblico si è fatto volenteri complice) di Volver, Volver. Il primo set di un’ora e mezza abbondante si conclude con una veloce e feroce Más y Más, bollente ricetta rock blues in salsa mexican che potrebbe anche allungarsi con più strali delle chitarre, ma evidentemente ai Los Lobos del 2026 non possiamo chiedere più di quanto già la loro generosità e forza hanno saputo concedere dopo tutti questi anni di fatiche sul groppone.

E poi c’è stato ancora tempo per un encore da pura rievocazione storica, forse inevitabile, ma non gettata via come semplici mestieranti, piuttosto con lo sguardo divertito della condivisione con il ritrovato pubblico italiano: le note rock’n’roll da ballo liceale anni Cinquanta di Come On Let's Go introducono il party finale e l’inevitabile medley di La Bamba/ Good Lovin’, lì dove il sorriso traspare limpido dalle facce degli spettatori, anche se era tutto previsto. D’altronde, chiunque è presente in quel momento al Palasport di Chiari sa benissimo che i Los Lobos hanno sempre rappresentato ben altro rispetto al facile successo ottenuto con “La Bamba”, e in tutto ciò che l’ha preceduta questa sera si è dipanato davvero il senso ultimo di una rock’n’roll band che come poche ha saputo unire, contaminare, sperimentare e rievocare in un colpo solo un bagaglio di suoni ed espressioni americane.

Acoustic Side (13/02/2026, Circolo ADMR Chiari)

- a cura di Donata Ricci -

(foto: © Donata Ricci per RootsHighway)

Non è facile che ti capiti una doppietta di concerti della stessa band in due serate consecutive, ma, se graviti nell’orbita dell’Associazione ADMR di Chiari, prima o poi qualche miracolo ti succede. E’ così che al concerto completamente elettrico della sera precedente, i Los Lobos accostano la versione acustica (o più precisamente semi-acustica) nella venue intima e accogliente del Circolo ADMR, terza e penultima tappa del tour organizzato dall’Associazione stessa.

Due veloci considerazioni su un concerto, aperto dal bravo Andrea Van Cleef, che sarà ricordato a lungo dai pochi fortunati in possesso dei biglietti andati a ruba in poche ore. Per la scaletta vi affido alla fotografia qui allegata, ma non datele troppo credito perché, dopo una decina di brani, i Lupi la mandano a carte quarantotto e partono per la tangente dell’improvvisazione: s’inventano blues, raccolgono il calore del pubblico e restituiscono empatia a piene mani, ci esortano a battere il tempo su Evangeline, invitandoci poi a ballare alla festa messicana di quell’inno alla spensieratezza che è Maricela (vamos a bailar, oye Maricela), non tralasciando un’apertura al romanticismo alla vigilia di San Valentino con l’appassionata Sabor a mi.

E come si divertono. Le sghignazzate di Conrad Lozano, il cui basso sfrenato sembra voler impossessarsi della scena, contagiano i compadres strappando un sorriso persino al costantemente corrucciato Steve Berlin. Tra un thank you so much e un muchas gracias di un live tra i più spanglish che si trovino in circolazione, si giunge alla conclusione affidata a Come On, Let’s Go, seguita dall’apoteosi de La Bamba (prevedibile ma del resto…).

(foto: © Donata Ricci per RootsHighway)

Tuttavia la vera anima di questa straordinaria formazione, che da mezzo secolo porta in giro la cultura chicana e che continua ancora oggi, con immutata modestia, a definirsi semplicemente “just another band from East L.A.”, la loro anima, dicevo, dalle radici profondamente latine e pertanto attenta ai diritti delle minoranze, viene fuori quando Cesar Rosas presenta un corrido tra i più popolari della rivoluzione messicana. E siccome il titolo fa Carabina 30 30 e Rosas lo dedica - nome e cognome - a Donald Trump, lasciando poco spazio a interpretazioni subliminali, ecco che abbiamo la confortante conferma che i Los Lobos stanno ancora dalla parte giusta della Storia.