Comprai una copia di Boston, Mass. dei Del
Fuegos, l’album totem della resistenza roots rock
anni Ottanta, durante un'edizione di Vinilmania, la famosa
fiera milanese di Novegro, sul calare degli anni Novanta.
Relegato in una di quelle ceste che i rivenditori collocavano,
quasi vergognandosene, sotto i loro banchetti, costringendoti
a chinarti sulle ginocchia tra la polvere... Non andavano
più tanto di moda i Del Fuegos, e non era ancora tempo
di reunion e nostalgie rock. La copia era un "forato"
promozionale, mi ricordo ancora più o meno la cifra, giurerei
15.000 e non una lira di più (l’euro era all’orizzonte,
i prezzi da gioielleria del vinile non ancora).
Non li avevo vissuti in diretta i Del Fuegos, come avrei
potuto: per questioni anagrafiche, quando incominciai
a sfogliare avidamente riviste e inseguire storie di rock'n'roll,
loro erano già stati messi in soffitta, un’avventura chiusa.
Potevo solo leggere vecchie cronache e magari sentire
i racconti tramandati da qualche amico che li aveva intercettati
nei loro anni di gloria. Mai mi sarei immaginato quindi
di riuscire ad assistere a un loro concerto nel 2026,
sul palco del ricco festival estivo organizzato da una
sempre agguerrita ADMR di Chiari, Brescia.
Quarant'anni sono un’infinità e i fratelli Zanes, nel
frattempo, si sono inventati altre carriere, dalla narrativa
alle canzoni per le famiglie. E sì, la voce di Dan
Zanes, dico proprio quella che usciva dai solchi di
Boston, Mass., se n'è andata da qualche parte e
probabilmente non tornerà più, ma in compenso sfoggia
senza colpo ferire una chioma di improbabili capelli blu
elettrico e molta empatia con il pubblico italiano, mentre
Warren ha ancora un ciuffo fluente, un look da
gangster del rock’n’roll e una chitarra sempre affilata,
anche se la sua carriera di scrittore (Delive
Me From Nowhere, ne avete sentito parlare?) sicuramente
gli dà molte più soddisfazioni economiche.
Completata la line up originale con il basso di Tom Lloyd,
uno stantuffo dal cuore r&b, e aggiunti i nuovi arrivati
Colin Brooks alla batteria e Claudia Eliaza (moglie di
Dan) ai cori e tastiere, la band suona comunque stringata
e groovy come si conviene al loro stile, magari oggi con
assai meno irruenza garagista giovanile e più sfumature
soul (alle quali contribuisce molto la voce di Claudia),
come confermano le cover del classico di Harold Melvin
If You Don't Know Me by Now (sì, proprio quella che
poi i Simply Red…) e I'm Your Puppet della coppia
delle meraviglie del southern soul Dan Penn/ Spoon Oldham.
Nostalgie di un tempo che non tornerà a parte, stanno
in piedi con grande dignità questi Del Fuegos riformati
in occasione del loro primo tour europeo da quattro decenni,
e sembrano perseguire un obiettivo semplice, ma niente
affatto facile, sapete: divertire, trascinare, intrattenere.
E non dovendo chiedere il conto a nessuno, si permettono
pure di "provocare" con una Take It to the Limit degli
Eagles nei bis finali (l'avessero fatta nel 1985 chissà
cosa sarebbe successo, forse arrivava Drugo Lebowski in
persona a inscenare un sit-in di protesta).
Una party band resta fedele alla linea, e allora con
i Del Fuegos del 2026 si balla, si salta (e presto le
sedie collocate sotto la struttura all’aperto dell’Istituto
San Bernardino vanno a farsi benedire… Forse dagli stessi
padri salesiani titolari della struttura, chi lo sa),
e ci si attiene al copione del rock'n'roll più urbano
e blue collar della East Coast. A contribuire al clima
"operaio" e soulful, preparando il terreno per
il gruppo dei fratelli Zanes, ci pensano anche Edward
Abbiati & The Rattling Chains, banda arricchita
da una piccola sezione fiati (sax e trombone) e dalla
chitarra deluxe di Maurizio 'Gnola' Glielmo, offrendo
un set serrato, elettrico e instradato sulle frequenze
del migliore "Jersey sound", come ampiamente
dimostrato dal loro recente live
album. Gli stessi Del Fuegos pare abbiano apprezzato
(altrettanto l'apertura affidata ai Southlands, purtroppo
mancata per questioni logistiche dal sottoscritto) questo
contributo tutto italiano alla festa di giugno del Chiari
Music Festival, tutta protesa ad accogliere il "comeback"
tanto atteso.
Boston, Mass., si diceva, e puntaulmente i Del Fuegos
lo saccheggiano in lungo e in largo. Non poteva essere
altrimenti, perché rimane il pezzo più amato (e pregiato)
del catalogo: Hand In Hand e It's Alright
hanno conservato un tiro micidiale, nonostante non siano
in grado di sfoderare la rabbia giovane di una volta;
Don't Run Wild è già pronta per il coro da stadio
del pubblico, Night On The Town resta la “ballata
rock” da luci al neon, perfetta ancora oggi, e I Still
Want You e Coupe DeVille ricamano con un romanticimo
soul che sarebbe piaciuto a Willy DeVille. Naturalmente
c’è spazio anche per l’esordio di The Longest Day,
le cui tracce migliori, sebbene ripulite di quella grezza
patina garage rock degli esordi, tengono ancora botta
(nel caso rivolgersi a Nervous And Shakey) e qualcosa
è spuntato persino dal controverso Stand Up. Per
Smoking in the Fields invece, l'album più Stones-dipendente
e acceso dalla febbre r&b della loro discografia, sarà
per un'altra volta: d'altronde, Warren Zanes all'epoca
aveva già sbattuto la porta, lasciando il fratello Dan
a tenere in piedi la baracca per un ultimo giro, e dunque
perché mai avrebbe dovuto accettare di suonare quei pezzi
dal vivo?
Riunioni di famiglia e amarcord musicali assortiti sono
ormai all’ordine del giorno, ma andrebbero forse calibrati
in rapporto alla storia di ciascuna singola rock’n’roll
band. I Del Fuegos ritrovati sul palco di Chiari
Music Festival non hanno da vendere un marchio e men che
meno devono “capitalizzare”: hanno sempre giocato in un’altra
serie, quella dei rinnegati e degli outsider, in quegli
anni Ottanta dove salvarsi la pelle dalla plastica pop
imperante era già una dichiarazione di appartenenza. E
allora i fratelli Zanes, e in questi anni prima di loro
Blasters, Dream Syndicate, Green on Red, Long Ryders,
Los Lobos, tutti più o meno tornati (o rimasti) sulla
strada, hanno ribadito che si può sopravvivere, persino
prosperare e spuntare un giorno a riprendersi quello che
gli spetta: l'affetto di quel pubblico per cui un disco,
in un preciso momento della sua vita, ha assunto un significato
centrale. Non è forse la cosa più importante?