Mohawk e navajo costruiscono una città sospesi in cielo. Genitori
nel gorgo di una faida infinita provano a trovare un ragione
per cui credere ancora nel genere umano. Equilibristi traballanti
su un cavo teso nel nulla cercano una posizione. Diplomatici
discutono senza sosta compromessi attraversando cortine di
filo spinato. Sommozzatori inseguono guasti nelle reti digitali
sul fondo dell’oceano. Per i personaggi di Colum McCann
l’instabilità è una costante, ma d’altra parte si tratta di
un’intera folla in movimento che in un modo o nell’altro cerca
un’armonia. Sono sempre in bilico, uniti e divisi dall’oceano
sull’asse tra l’Irlanda e l’America, New York in particolare.
La narrativa di Colum McCann è una corrente alternata sopra
l’Atlantico e questo si sente in tutte le sue storie. Tante
connessioni che conducono a una simmetria del racconto, a
una voce sicura, che ti ascolta mentre ti parla. Facile identificarlo
con lo scrittore che in Che ore sono adesso lì da te?,
uno dei racconti diTredici modi di guardare,
si immedesima nella giovane soldatessa in Afghanistan che
chiama a casa nella notte di Capodanno. C’è una sensibilità
nella scrittura di Colum McCann che è rara e importante perché
non ha soltanto la grazia del narratore di classe, ma anche
l’urgenza di interpretare i nostri tempi, i conflitti e le
fratture visti da entrambe le sponde e con un minimo sindacale
di compassione, ormai introvabile e quanto mai indispensabile,
perché poi, e su questo non c’è dubbio, “dai tempo alla
vita e ti risolverà tutti i problemi, anche quello di essere
vivo”.
Tra romanzi e racconti ci sono temi e simbologie
ricorrenti: le profondità e le altezze, la ricerca di un equilibrio,
spesso impossibile, l’acqua, più di tutto, dovuta all’Irlanda,
che è pur sempre un’isola, e a New York, che è stretta tra
le correnti fluviali e quelle marine. Immagini acquatiche
popolano, fin dai titoli, La legge del fiume
e Di altre rive, nonché Come ogni altra cosa in
questo paese fino a Twist, dove l’oceano è l’ambiente
dominante, se non l’unico. Una presenza tale che lo porta
a dire, in Lascia che il mondo giri, che “la famiglia
è come l’acqua: conserva la memoria di ciò che un tempo ha
colmato e tenta sempre di tornare al suo corso originario”.
I legami dipanati di volta in volta da Colum McCann
sono un tessuto fitto di storie che si accavallano, che oscillino
tra le due torri gemelle del World Trade Center, ormai polvere
nella memoria, nella sabbia dei deserti o nelle brume dell’Ulster,
non fa differenza. La forma è elegante, accurata, senza sbalzi
o sorprese stilistiche, che vengono piuttosto dalle vite dei
personaggi e dalla loro destinazione che poi è sempre quella:
“Questa è l’America. Superi ogni frontiera. Puoi andare
dove vuoi. Devi essere connesso, attraverso i nodi, lungo
le vie di accesso, come un telefono senza fili in cui se non
azzecchi la parola giusta ti tocca tornare indietro e ricominciare
tutto daccapo”. Sono i legami che si moltiplicano, di
madre in figlio, e si rinnovano in Come ogni altra cosa
in questo paese e così in Sh’khol, un altro
dei quattro racconti di Tredici modi di guardare e
un po’ ovunque, flussi sottili che Colum McCann allinea con
pazienza, goccia dopo goccia.
Sinead
O'Connor - Nothing Compares 2 U (Live)
Talking
Heads - Once in a Lifetime (live 1983)
Ci sono richiami espliciti che
legano la narrativa di Colum McCann in tutte le sue espressioni,
spesso a distanza di anni. Gli operai nativi che sfidano le
vertigini sulle travi d’acciaio dei grattacieli citati in
Sorelle (una delle short story di Di altre rive)
sono quelli inI figli del buio. Philip
Petit, il famoso equilibrista di Lascia che il mondo giri
riappare in Apeirogon. Le canzoni dell’American Songbook
di Hoagy Carmichael sono citate in continuazione, da TransAtlantic
a Lascia che il mondo giri, e la musica è una colonna
sonora speciale che punteggia e indirizza le trame. In ordine
sparso, troviamo David Bowie e Rolling Stones in Come ogni
altra cosa in questo paese, e John Cage in Apeirogon,
dove ha un ruolo speciale Sinéad O’ Connor con Nothing
Compares 2 U. Ci sono anche i Talking Heads di Once
in a Lifetime che appaiono inoltre in Twist insieme
a Jeff Buckley, Miles Davis, Ted Hawkins, Prince, Stevie Wonder
e ai Doors. Bob Dylan, Bruce Springsteen, Bob Marley sono
convocati in Lascia che il mondo giri con l’aggiunta
di Tom Waits che dal juke-box prende il posto di Tommy Makem,
dei Clancy Brothers e di Donovan, per non dire di Elvis che
canta Heartbreak Hotel in La legge del fiume,
e sulla musica direi che non si discute.
Anche Treefrog, tra I figli del buio, suona
l’armonica, e segue Louis Armstrong con “le sue pulsazioni.
Il suo ritmo favoloso”. Tutto comincia con un incidente nella
costruzione della metropolitana sotto l’Hudson, nel 1916:
da lì il conflitto si estende verso la superficie e lungo
un intero secolo di New York e Colum McCann asseconda “qualcosa
che inventa e ricorda, e mentre inventa ricorda”. Una
saga americana come solo un irlandese poteva scriverla e dal
suo esilio dice: “Voglio dire che ognuno di noi ha un passato
nascosto, non è così? Un uomo è ciò che ama, ed è per questo
che ama”. La metropoli è lo scenario principale e assoluto
in Lascia che il mondo giri: di nuovo in alto,
quella fragile stabilità, la vertigine e, sotto, nessuna rete,
se non “il conforto che traeva dalla cruda e fredda realtà,
corruzione, guerra, povertà, era che la vita poteva elargire
piccole meraviglie”. In Twist, la direzione
è la stessa, ma in profondità, attorno ai cavi che trasmettono
l’universo digitale: non sfugge l’allegoria di una comunicazione
eccessiva e fallimentare di un mondo in apnea. L’incipit contiene
già il senso completo del romanzo: “Siamo tutti schegge
del grande schianto. Le nostre vite, persino quelle che sembrano
intatte, ruzzolano inerti sul fondo del mare, trascinate dalla
corrente. A volte ci sfioriamo con dolcezza, ma inevitabilmente
finiamo per urtarci e andare in frantumi”. John Conway,
riparatore e distruttore, è protagonista assoluto del “colonialismo
2.0” che sottintende una rete invisibile ovvero “una nuova
geografia che si sovrappone alla vecchia”.
Fluttuare nelle onde alla ricerca dei guasti, senza un appiglio
concreto se non l’orizzonte piatto è sinonimo di un disorientamento
generale che Colum McCann coglie così: “Forse era questo
il motivo per cui i marinai impazzivano in mare aperto. Una
volta che comprendevano davvero dove si trovavano, si rendevano
conto che non avevano dove andare”. Le missioni sono chiare
(“Tutti volevano riparare tutto, prima o poi tutto doveva
essere riparato”), se non proprio pleonastiche (“La riparazione
era inevitabile quanto il guasto”), ma qualcosa non torna
e c’è una distanza incolmabile. Rivedendo Apocalypse Now,
cioè rileggendo Cuore di tenebra, si capisce che
“una sequenza, quella inventata, si fa nell’immaginario collettivo.
L’altra, quella reale, si perde nella nebbia”. Colum
McCann, con un bel po’ di quella che chiama “introspezione
creativa” cerca di non perdersi tra i due estremi e si rimette
alle “famous last words” di Twist: “Tutto ciò che
dovevo fare era una sola cosa: scrivere quel maledetto pezzo.
Semplice. Ma ovviamente, niente è semplice”. La difficoltà,
non relativa, è presto chiarita: “Ci sono troppe cose che
non possiamo sapere. La mente implora la logica, ma ottiene
il mondo com’è. E allora ricorriamo all’invenzione”, che
è utile anche quando si tratta di affrontare vicende basate
su fatti e persone reali, e Colum McCann lo fa spesso.
Tra fiction e cronaca quotidiana,
non sono pochi i romanzi “based on a true story”: La
sua danza, dedicato all’estro di Rudolf Nureiev, a
sua volta un esule, o Zoli. Storia di una zingara e
Una madre, così come TransAtlantic e Apeirogon
che toccano ostilità secolari e irrisolte. Una madre è un
dialogo con Diane Foley, madre di James W. Foley, reporter
decapitato in Siria nel 2014, dopo essere stato rapito due
anni prima. Lei incontra uno dei tagliagole del figlio, Alexanda
Kotey, nel 2021, ormai condannato all’ergastolo. Con Una
madre, Colum McCann ripropone il tentativo di confronto,
non meno difficile, di Trattato, un altro degli episodi
di Tredici modi di guardare e ancora di più di Apeirogon.
Stare dalla parte delle vittime è la scelta di Colum McCann
in cerca con instancabile insistenza di un punto di contatto
tra le parti, due padri (israeliano e palestinese) che hanno
perso le rispettive figlie. Un romanzo ammirevole e uno degli
apici della scrittura di Colum McCann che trova un precedente
illustre in TransAtlantic.
L’Irlanda è nelle sue radici più intime e profonde, così TransAtlantic
spazia in un secolo abbondante di storia, e cerca di individuare
quel flusso magnetico che unisce e divide gli opposti con
la convinzione che “c’è sempre posto per almeno due verità”.
Intrecciando un volo precario sull’oceano, una lettera perduta
e ritrovata, la vita di Frederick Douglass, in Irlanda da
“uomo libero”, segue George Mitchell, il negoziatore che ha
condotto le trattative per “un’Irlanda senza guerra”, nei
reiterati tentativi di trovare un accordo, ripetendo gli stessi
concetti in continuazione, senza sosta: “Certe volte è
stato come giocare a nascondino con se stessi. Apri la porta
ed eccoti li. Devi ricominciare a contare fino a venti. Pronto
o no, corri a nasconderti. Fingendo di non sapere dove sei”.
Le note di Harlem Rag si mescolano con le parole dei negoziati
e TransAtlantic rivela come “le nostre vite sono
tunnel che a volte si intersecano, risalendo in superficie
nei momenti più impensati, per poi farci ripiombare nel buio”.
Se c’è una luce, una bussola, una scintilla bisogna cercarla
tra le righe e Colum McCann in Sorelle, un’altra delle
short story raccolte da Di altre rive citava
“i fantasmi di Jack Kerouac e John Muir”, già due pesi massimi.
Non sono gli unici suggerimenti: i nomi che affiorano sono
quelli di Wendell Berry, Robert Frost, Louise Erdrich, John
Berger, Jim Harrison, Michael Ondaatje, Aleksandr Hemon, Samuel
Beckett, Graham Greene, Philip Larkin e Brendan Behan, letture
belle e necessarie, lo stile si nutre così.