Il nuovo, piccolo traguardo di Bookshighway,
rubrica giunta alla trecentesima puntata, ci ha spinti a festeggiare
con un numero speciale che apre anche uno spazio inedito e
int’l, dedicato ai libri in lingua originale (e annunciamo
già il prossimo appuntamento: Last Chance Texaco di
Rickie Lee Jones). Uno sviluppo naturale che condividiamo
volentieri con coloro che, in un modo o nell’altro, hanno
cospirato con noi e, ancora di più, con voi che leggete e
ascoltate, e non siete pochi.
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a cura di Marco Denti -
Joe Boyd And
the Roots of Rhythm Remain: A Journey Through Global
Music [Faber
& Faber, pp. 944]
Basta
un accento, un piccolo scarto del groove e con il ritmo cambia
tutto. Il tango in Argentina, il reggae in Giamaica, la samba
in Brasile e via via verso l’Africa e l’Europa, tutto il giro
del mondo di Joe Boyd è una scoperta continua e proporzionale
all’entusiasmo della musica non solo come intrattenimento
o esperienza artistica, ma come fatto sociale ed elemento
di espressione e di libertà, e in quanto tale poco tollerata
dall’autorità che non sopporta la fantasia, l’allegria, i
tamburi e, ancora meno, le chitarre. Già con Le
biciclette bianche (Odoya, 2014) Joe Boyd aveva mostrato
un talento innato di narratore, che non è mai facile da sviluppare,
ma aveva davanti a sé campo libero e l’esperienza diretta
ad accostare e inanellare gli aneddoti di un’intera vita dedicata
alle sue produzioni discografiche. And the Roots of
Rhythm Remain: A Journey Through Global Music (Faber&Faber)
è un corpus differente, un volume enorme per dimensione e
portata in cui Joe Boyd passa in rassegna le forme musicali
ai quattro angoli del pianeta. Si comincia da un’indolente
epifania ritmica in un pomeriggio umidiccio di New Orleans
e da lì in poi Joe Boyd annoda con pazienza fili invisibili
che attraversano spazi, frontiere, secoli, idiomi e tradizioni
tra differenti interpretazioni della musica, che resta un
linguaggio unico e universale.
I punti focali sono due: Buena Vista Social Club
e Talking Timbuctu e non è un caso che in entrambe
le occasioni sia stato coinvolto Ry Cooder. Il nesso tra Africa
e Caraibi, e da lì verso il resto dell’America, è un po’ la
vena principale e Joe Boyd, avendo partecipato in prima persona,
è molto pratico e sincero nel raccontarne il “making of”,
a cui nel frattempo affianca la ricostruzione della musica
cubana, all’inizio, e di quella del Mali e della costa occidentale
africana, alla fine, come a chiudere un cerchio. All’Avana,
le protagoniste sono le conga e le vicende di Chano Pozo,
Desi Arnaz e Tito Puente la cui influenza è arrivata a Dizzy
Gillespie e, ancora di più, a Max Roach, Kenny Clarke e Art
Blakey. Tanto è vero che, secondo una delle ricostruzioni
riportate da Joe Boyd, è proprio l’onomatopea dell’ultimo
beat su una conga che a portato a coniare il termine be-bop.
È giusto una delle tante curiosità, poi vale soprattutto quello
che dice il timbalero Orlando Marin: “La musica cubana
è voci e tamburi, il resto è un lusso”. Una battuta che
acquista un senso particolare, se accostata alla realizzazione
di Buena Vista Social Club qui raccontata da Joe Boyd
senza remore e con l’onestissimo rimpianto per aver mancato
l’occasione, che poi fece la fortuna di una piccola etichetta
come la Nonesuch, all’epoca relegata in un angolo, e iniziò
il declino della Rykodisc (e della sua Hannibal), ma così
va il mondo.
Le sue sono avventure dirette di un viaggiatore: magari è
una metafora un po’ abusata, ma nel caso diJoe
Boyd è proprio così. Ci sono molti dettagli assemblati
con grande cura e un senso più generale e completo del luogo
e della musica che lui vede, già dall’introduzione come qualcosa,
che osteggia e diffida il potere: fin da subito, dagli inizi
e dalle prime vibrazioni la musica è nata per elevare le persone,
per garantire uno spazio mentale, comunicativo, spirituale.
Per esempio, ricorda che l’esperienza di Chris Blackwell,
collega nella discografia che avrà un ruolo determinante nella
storia di Bob Marley, comincia con un naufragio, come a ricordarci
che siamo tutti in cerca di un approdo. Nella diaspora post-coloniale,
la Giamaica ha una parte fondamentale e Joe Boyd ricorda le
quattromila sterline affidate a Bunny Livingstone, Bob Marley
e Peter Tosh da Chris Blackwell che poi diventeranno Catch
a Fire e tutto quello che ne seguirà, ma anche Harry Belafonte,
Linton Kwesi Johnson, Jimmy Cliff fino all’incrocio con il
punk, non ultima delle intersezioni con le realtà occidentali.
Ry
Cooder and Buena Vista Social Club - Y Tu Que
Has Hecho (Live 1997, BBC Television Centre)
Ali
Farka Toure with Ry Cooder- Goy Kur
(New Orleans Jazz & Heritage Festival 1994)
And the Roots of Rhythm Remain: A Journey Through Global Music
è un libro poliglotta e poliritmico che si moltiplica in una
serie di collegamenti, perché Joe Boyd è una specie di Omero
della world music, non tanto intesa come musica etnica o esoterica,
quanto piuttosto nel senso proprio del termine come musica
dal e del mondo. Le connessioni sono infinite, e a più livelli:
Ravi Shankar che unisce i Beatles (onnipresenti) e John Coltrane,
Philip Glass, Terry Riley e La Monte Young; Django Reinhardt
che conduce a Stephane Grappelli, Paco de Lucia e Goran Bregovic;
Le Mystère des Voix Bulgares che portano a Márta Sebestyén,
a Béla Bartok e poi fino a Kate Bush e Nusrath Fateh Ali Khan
e Peter Gabriel. Gli scenari di questi incontri sono città
europee, Parigi, Sofia, Budapest e Londra dove Joe Boyd, nel
seguire la transumanza di significati musicali si dilunga
senza limiti, scegliendo storie & visioni, ma punteggiando
un percorso che via via diventa evidente. L’approccio non
è per niente accademico, anche se tra le pagine un po’ di
etnografia e qualche digressione musicologica sono inevitabili.
È piuttosto il racconto di una ricerca molto generosa, così
come l’ha descritta T Bone Burnett. Anche coraggiosa, bisogna
aggiungere.
Agli
inizi dell’impresa Joe Boyd, guarda un po’, si confronta con
Graceland, che ha una valenza biunivoca. Quella
dichiarata, legata all’album di Paul Simon, con tutte le contraddizioni
e le congetture legate allo specifico momento in cui è stato
inciso, apartheid incluso, e il regno terreno di Elvis. L’affaire
di Graceland viene riletto da Joe Boyd in un contesto
più ampio e in una prospettiva che tiene conto, sì, dei risvolti
politici, culturali e sociali dell’epoca, ma anche degli sviluppi
successivi, con le voci di Hugh Masekela, Miriam Makeba e
Ladysmith Black Mambazo. Alla fine Graceland è l’ulteriore
dimostrazione come dice qualcuno che “l’Africa ha civilizzato
l’America” e questo vale, nello specifico, per la musica brasiliana.
La festa carioca comincia con le note letterarie dello sbarco
di Blaise Cendrars a Rio e di Orson Welles nelle strade del
carnevale e poi si allarga a macchia d’olio a discernere tra
la samba e la bossa nova, con Caetano Veloso, Astrud Gilberto,
Baden Powell e Naná Vasconcelos a tracciare i percorsi che
hanno favorito il florilegio brasiliano promosso da Stan Getz
a Miles Davis fino a David Byrne e Arto Lindsay. Un’osmosi
reciproca visto che Joe Boyd ricorda che comunque i giovani
brasileiri hanno affollato Copacabana Beach di Rod
Stewart (1994) e ancora di più dei Rolling Stones (2006).
Tutto buono e giusto perché in fondo, come ha detto, Gilberto
Gil: “Non esiste folklore. Tutto è cultura”, e non per niente
l’hanno nominato ministro ed è un bel riassunto di quello
che contiene la mole impressionante e autorevole di And
the Roots of Rhythm Remain: A Journey Through Global Music.
Paul
Simon - Diamonds On The Soles Of Her Shoes
(from The African Concert, 1987)
Ketama
SongHai - Jarabi
(with Danny Tompson, Toumani Diabate and Ketama)
Dal Brasile all’Argentina sulla carta il passo sembra breve,
ma le nuance ritmiche che sono nell’essenza del tango portano
in un’altra dimensione. Le notti labirintiche di Buenos Aires,
come le ha descritte Borges, sono lo sfondo delle evoluzioni
di Carlos Gardel, Astor Piazzola, Mercedes Sosa e Joe Boyd,
che ha sempre avuto un occhio di riguardo per gli angoli più
remoti del pianeta, pare sentirsi a casa lì, anche se poi
il destino lo richiama ancora in Africa. Attorno all’incisione
di Talking Timbuctu sviluppa un ricchissimo
capitolo finale. Non sfugge il contrasto con il fatto che
Ry Cooder e Ali Farka Touré (e John Patitucci e Jim Keltner)
abbiano suonato a Los Angeles, ma da quelle canzoni Joe Boyd
riparte dal Mali per un pellegrinaggio tra Nigeria, Congo,
Zaire, Senegal, Ghana ed Etiopia. I musicisti di riferimento,
per via delle caratteristiche aderenti alle percussioni, sono
Tony Allen e Fela Kuti, ma trovano spazio Papa Wemba, Youssou
N’Dour, l’Orchestra Baobab, Mory Kanté, Salif Keita, Amadou
& Mariam, Oumon Sangaré, Manu Dibango, Cheb Khaled, Cesaria
Evoria fino ai Tinariwen e a Habib Koité visto suonare dal
vivo canzoni di Stones, Traffic e Otis Redding.
Gli incontri con il rock’n’roll non si fermano lì e Joe Boyd
rivendica il successo dei “suoi” progetti con Songhai e Kulanjan,
frutto dell’associazione tra Taj Mahal e Toumani Diabate,
ma ha anche l’accortezza di ricordare che alla fonte di queste
esplorazioni africane c’è stato Brian Jones con The Master
Musicians of Joujouka, già nel lontanissimo 1969. Nello stesso
modo, trova così anche l’occasione per rendere omaggio a Harry
Smith, eccentrico ricercatore e collezionista che, forse senza
nemmeno volerlo, con la sua Anthology of American Folk
Music, ha creato un modello per chiunque voglia indagare
le radici della musica popolare.
I
riconoscimenti non finiscono lì. Per quanto maturato da esperienze
dirette, sul campo e tra un continente e l’altro, le fonti
bibliografiche di And the Roots of Rhythm Remain: A
Journey Through Global Music sono sterminate, come
è facile immaginare, e riportate con puntigliosa precisione
una per una. Ci limitiamo a segnalare The World That Made
New Orleans di Ned Sublette, gli estratti da The Music
In My Head di Mark Hudson e Stars and Songbirds of
Africa: Mande Music in Contemporary Mali di Lucy Durán,
tra l’altro collaboratrice con Joe Boyd a molti progetti dell’Hannibal
Records. Una menzione d’onore è riservata anche a Rober Palmer
e nel caso vale sempre il suo (fondamentale) Deep
Blues (ShaKe, 2017). Detto degli altri, And the Roots
of Rhythm Remain: A Journey Through Global Music ha la
capacità di allargare gli orizzonti con il semplice gusto
per la scoperta, l’incontro e, in definitiva, per la curiosità
insita in ogni viaggio, e per l’attitudine diretta, lineare,
senza fronzoli e insieme ricchissima di spunti della scrittura
di Joe Boyd. Se c’è da aggiungere ancora qualcosa, è quello
che ha detto un altro (importante) protagonista di queste
pagine, Ry Cooder: “Uno spera solo che questo libro venga
insegnato nelle scuole”. Sì, in un mondo un po’ meno distratto,
sarebbe senza dubbio la destinazione perfetta.
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And the roots of rhythmn remain (la playlist) ||