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BooksHighway
il rock'n'roll
tra le parole
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Cameron
Stewart
Perché i cavalli corrono?
[Carbonio.,
pp.295]

Che ragione aveva per essere ancora vivo? La
domanda, esiziale, insegue Ingvar lungo il suo continuo
peregrinare tra la wilderness australiana. Quarantenne,
padre di famiglia che si è lasciato alle spalle tutto,
facendo perdere le sue tracce, vive tra ombre e rimorsi,
un mistero che le pagine di Perché i cavalli corrono?
dipanano con un ritmo lirico ed esistenziale,
alternando la parte narrativa con stralci dall’impronta
diaristica. Questi ultimi sono le pagine che Ingvar
scrive sul suo taccuino di viaggio, evocando i fantasmi
che lo hanno sradicato dagli affetti più cari, soprattutto
dalla figlia Lotte. Lei comunica “a distanza”, entra
di soppiatto con brevi capitoli che ne illustrano il
ricordo e il pensiero allo stesso tempo: che fine ha
fatto? Esiste davvero?
Cameron Stewart, scrittore (anche attore e sceneggiatore)
all’esordio con Perché i cavalli corrono?, semina
indizi sempre più crescenti, mentre Ingvar attraversa
il grande continente oceanico, un’Australia selvaggia
dove appaiono improvvise testimonianze di civiltà, dalla
quale il protagonista sembra tenersi a distanza. Non
vuole il contatto umano, almeno non in principio, cammina
ai margini, si immerge fra bochi e praterie, osserva
la fauna e la flora con affetto ed estrema competenza
descrittiva, svelando il suo lavoro passato, che ha
abbandonato insieme alla famiglia (un’ispirazione chiara
dello stesso Cameron Stewart, cresciuto nella regione
del Nuovo Galles del Sud da una madre botanica e un
padre ornitologo).
È un archetipo la storia che ci racconta Perché i
cavalli corrono?, in fondo già sfruttata e molto
semplice nel riscostruire quel senso di colpa, di tragedia
umana e di lutto che mano a mano emerge: “Forse non
sono colpevole, ma sono responsabile […] Perché nessuno
lo capisce?” si tormenta Ingvar, mentre si mantiene
al bordo delle grandi arterie stradali, frequenta piccoli
villaggi, luoghi impervi e abbandonati, supera montagne
e vallate e giunge infine sulla costa tropicale. Ridotto
uno straccio, dimagrito, uno zaino con pochi essenziali
oggetti, trova riparo in un vecchio capanno di banane
nelle proprietà di Hilda, un’anziana donna che gestisce
a fatica la fattoria lasciatale sul groppone dal marito
suicida. È inevitabile allora che le diffidenze reciproche
comincino a sgretolarsi, tra due solitudini chein fondo
si sono incontrate: Ingvar è abituato a comunicare con
la scrittura, strappa dei foglietti per comporre i suoi
pensieri, ma piano piano inizia ad aprire bocca e offre
a Hilda il suo aiuto per qualche riparazione nella fattoria.
È lo scambio tacito per restare in quel luogo, dove
Ingvar sembra voler rimettere insieme i pezzi di una
vita in frantumi, convinto che “l’amore e la speranza
non sono che screziature d’oro in una vena di quarzo”.
Le cerca addossandosi un peccato che a volte lo fa sbandare,
rischiando quasi di morire, ma da qui in avanti
Perché i cavalli corrono? diventa una storia
più corale, dove la natura selvaggia e il suo senso
di libertà e smarrimento trovano una compensazione nelle
altre persone, per lo più vicini di casa e abitanti
della zona, che Ingvar decide alla fine di incontrare:
Mick e la sua compagnia di scapestrati neo-hippie che
di tanto in tanto lo coinvolgono in qualche attività,
oppure la giovane Ginger e la madre, che abitano nella
curiosa abitazione detta A-frame, una casa modulare
che ridesta in lui un passato sepolto, ma che in fondo
sapeva di inseguire. È in questo modo che Ingvar acquista
consapevolezza di quello che è successo alla sua vita,
quell’infelicità che lo ha obbligato a “fuggire” nei
grandi spazi dell’Australia.
Il viaggio è stato un’espiazione continua, a un certo
punto lui ha deciso di fermarsi, ma lo ha fatto per
restare? Il finale di Perché i cavalli corrono?,
pur nella ineluttabilità del percorso che si è scelto
Ingvar, non sarà affatto consolatorio, ed è questo forse
il dono migliore che offre Cameron Stewart a una serie
di personaggi e a una storia semplici nel loro disegno
generale, ma che pongono questioni esistenziali eterne.
(Fabio
Cerbone)
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Sarah
Seltzer
Singer Sisters
[Jimenez
, pp.272]

Nell’effervescenza del Village, siamo nell’anno di Like
A Rolling Stone, il fatidico 1965, approda una giovane
donna, Judie, attratta dalle melodie e dalle figure
di Judy Collins e Pete Seeger, e non solo. Sono tempi
in cui il potere nascosto nelle canzoni emerge come
la colonna sonora di un momento irripetibile e Judie
ha un’avventura fugace proprio con un songwriter, Eamon
Foley, da cui nasce una figlia, Rose, che viene data
in adozione. Non una novità: all’epoca è capitato davvero
a Joni Mitchell e in seguito a Patti Smith, richiamata
più avanti, quando la musica è già cambiata. Insieme
alla sorella Sylvia, Judie è un po’ il cardine delle
Singer Sisters, ma tra le due anche la
più fragile. Le carriere si alternano in cerca di una
definizione perché “le canzoni potevano essere rese
sofisticate. La cosa da fare era aggiungere bridge,
ritornelli, strofe”.
Il confronto è continuo, le Singer Sisters si avviano
a diventare eroine di un’epoca, poi Judie poi sposa
un altro musicista, Dave Cantor o Dave Canticle per
il resto del mondo, da cui ha Leon ed Emma. Le gravidanze
e la maternità, che non si addicono a una rock’n’roll
star, la tengono lontana dal songwriting e dalla musica,
mentre il marito è in tour e i figli crescono e diventano
a loro volta musicisti. Resta il segreto di Rose che
irrompe nella vita di Emma: lampi del passato s’intersecano
con il presente e il futuro e gli anni fuggono. Il massacro
alla Kent State University, il Watergate, la guerra
del Vietnam sono ombre cupe sullo sfondo, la musica
folk resta ancorata alla sua natura mentre l’evoluzione
musicale si fa via via più rapida.
I cliché si susseguono senza sosta: in cerca di un singolo
di successo, in partenza per il tour, ma ancora di più
all’inseguimento di “una canzone folk, di quelle
che la gente canta sotto il portico nelle notti d’estate”,
le Singer Sisters, Dave Canticle, e poi Emma e Leon
attraversano i rapporti famigliari in una saga tutta
femminile di madri, mogli, figlie e sorelle, valida
per tutto l’ultimo quarto del ventesimo secolo fino
al 2003. Tra gli studi di registrazione e le distorsioni
dell’industria dello spettacolo (incluso un falso flirt
di Emma), le case riempite e svuotate e i viaggi in
Europa i rapporti si dipanano lungo un intero albero
genealogico e le vicissitudini personali (incontri,
separazioni, matrimoni, rivelazioni, fallimenti, successi)
si sovrappongono e confondono con la nascita di strofe
e ritornelli e bridge, con “i suoni dei loro desideri
trasformati in poesia e canzone” e con la loro percezione
divisa tra genesi privata ed esposizione pubblica. Come
dice Judie sarà anche “pura speculazione, certo.
Ma riempiva il buco della serratura del suo cuore”.
È vero: le canzoni sono messaggi che, da una persona
all’altra, superano le barriere emotive e in qualche
modo “ti raggiungevano nella tasca posteriore al
di là del tuo io pensante, il luogo in cui i colori
e i sentimenti e i vettori di luce saltavano intorno
a te, entravano e uscivano da te, ti cambiavano dalla
persona che eri il giorno prima e almeno temporaneamente
fermavano le domande che ti tormentavano la notte”.
È così che scorre l’intesa storia delle Singer
Sisters, nonostante i sommovimenti dei personaggi
che, a più riprese, ricordano molti volti noti nella
realtà. A un primo approccio si possono intravedere
Joan Baez, Mimi e Richard Fariña, poi, con lo sviluppo
dei legami a un livello superiore, è forte il richiamo
alla famiglia allargata McGarrigle-Wainwright, (compreso
Leon, che somiglia molto a Rufus Wainwright), forse
un po’ anche le Roches. Sì, Bob Dylan è inevitabile
e onnipresente, ma in incognito, con titoli e versi
delle canzoni che viaggiano nell’atmosfera e si infilano
nelle pieghe delle vite, come nessun altro è riuscito
fare.
(Marco
Denti, tratto dal blog di BooksHighway)
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Joan
Baez
Quando vedi mia madre, chiedile di ballare
[La
nave di Teseo, pp.192]

Nel corso di una lunga lettera
aperta a Leonard Cohen, Joan Baez gli chiede:
“Siamo solo noi, Leonard, o siamo più persone alla
volta?”. È un quesito che trova risposte in abbondanza
nel corso di Quando vedi mia madre, chiedile di ballare.
Le personalità multiple di Joan Baez sono per sua stessa
ammissione “una comunità sempre crescente di esseri
interiori” e affollano un viaggio nel tempo caotico
e ballerino. Sarebbero anche un bel problema, da un
punto di vista psicologico, ma lasciarle fluire in libertà
è stato un approccio singolare, che però alla fine funziona.
A partire dall’inizio, dai tributi alla madre (“C’è
mia madre che versa il tè. Io respiro, l’aria entra,
l’aria esce”), al padre, al figlio, alle dinamiche
famigliari con piccoli ritratti, ricordi e fotografie
d’epoca che cambiano forma con lo scorrere degli anni,
in tutte le direzioni. I frammenti dell’infanzia hanno
una loro tenerezza e sono svolti con genuina semplicità:
tutto il linguaggio è elementare, folk, popolare, intuitivo,
eppure denso e, a volte, inestricabile. In Paura scrive:
“La vita sono solo secondi, dicono, uno dopo l’altro
e l’altro ancora, e avanti così per sempre finché non
si muore. Se è davvero così, perché non riempire ogni
secondo di luce?”, e la risposta non soffia nel
vento, ma negli interstizi di Quando vedi mia
madre, chiedile di ballare. Una lunga ballata
che si conclude proprio dicendo: “Si dice che lo
spirito non abbia età, quando si risveglia al mutamento
della sua condizione. Ma io credo che un’età ce l’abbia,
quella di un momento preciso di mirabile occasione”.
Le scritture di Joan Baez, frammenti letterari che non
sono né poesia né narrativa, ma un po’ di una e dell’altra,
sono come le sue canzoni, molto semplici e pratiche
in superficie, e tormentate e profonde più ci si addentra.
L’ossimoro di una “tranquilla incursione” in La lama
del narciso e la definizione di “una serie di vivide
immagini dipinte” si adattano benissimo, in particolare
alle protagoniste femminili, “belle come il sole”: Vivian,
Jasmine (“Tu fai un rutto e il mondo applaude), la magica
Lily, Colleen e Pauline, in particolare, che sussurra
ai serpenti a sonagli e condivide il sentiero con il
puma (c’è spazio per tutti e due) e che aveva “piantato
bocche di leone e papaveri per la bellezza e salvia
e gelsomino per il celestiale profumo”.
In mezzo a tanta grazia, lo sguardo di Joan Baez si
sofferma a lungo a fissare la La grande onda di Kanagawa
di Katsushika Hokusai o American Gothic di Grant
Wood per poi descrivere il pellegrinaggio, voluto e
dovuto, a Big Sur. Non c’è nulla di lineare, se non
le forme degli omaggi che riportano inevitabilmente
a un’età molto lontana, ormai irraggiungibile. Le celebrazioni
di Jimi Hendrix (“Suonasti appena prima di me all’isola
di Wight e in qualche modo riuscisti ad accendere gli
animi. Io suonai nella tua scia che ancora balenava
nei riflettori”), Leonard Cohen, Judy Collins e,
inevitabilmente, il richiamo a tale Robert Zimmerman
“figlio dagli occhi azzurri di Duluth” che “scribacchiava
sogni pensati”, comunque “roba brillante”. Ogni riferimento,
si sarà capito, non è casuale, così come per la sorella
Mimi, già moglie di Richard Fariña, che completa le
ricognizioni famigliari prima del ballo della madre
da cui comincia e finisce tutto.
Il suo è uno sforzo di memoria, non privo di nostalgia,
che avvolge le parole seguendo l’istinto perché “la
scrittura è come l’amore, non può essere forzata o muove
in corso d’opera”. Quelle di Joan Baez sono “lezioni
a impatto molto basso” che lei srotola un po’ a caso,
in disordine, come se stesse camminando scalza, a occhi
chiusi, come capitava allora con Jim, e Bob, e Judy
e Leonard e Mimi e tutti insieme cantavano la stessa
canzone, per sempre giovani.
(Marco
Denti, tratto dal blog di BooksHighway)
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George
Saunders
Giorno della liberazione
[Feltrinelli,
pp.240]

La deformazione del linguaggio,
e come la sua manipolazione possa determinare le libertà
individuali, è ancora una volta il tema ricorrente nei
racconti di Giorno di liberazione. George
Saunders è sempre spiazzante, e di sicuro non è
una lettura consolatoria: è uno dei pochi scrittori
che hanno il coraggio, per non dire la temerarietà,
di tuffarsi nel caos moderno e di uscirne trionfante
con una narrazione che è fatta di un ritmo implacabile
e di una visione distopica di una realtà che somiglia
molto alla nostra, ormai diventata un pessimo film dell’orrore
di serie b.
A partire da Giorno della liberazione,
un racconto surreale che fonde molte idiosincrasie attuali
con la rivisitazione della cronaca del generale Custer
e di Little Big Horn. Sorprendente, fin da quando i
protagonisti si accorgono che “proprio mentre siamo
parte della storia, siamo in qualche modo persi nella
storia, ci rendiamo conto di quanto sia fantastica”.
La loro condizione di osservatori impotenti è, a ben
guardare, molto simile alla nostra, quando George Saunders
scrive: “Ora ci vengono forniti i fatti. Fatti veri.
Che sono utili. Per costruire una struttura avvincente.
È come camminare in un corridoio stretto, compressi
fra due pareti grigie di fatti. Come arrancare in un
deserto ed essere colti all’improvviso da una pioggerellina
di conoscenza composta proprio dai dettagli che desideravi
senza rendertene conto”. L’alternativa a un vocabolario
forbito e ricercato è elementare: “Altrimenti parliamo
così. Come vi sto parlando io adesso. In modo semplice,
poco ispirato, senza alcuna bellezza”.
La costruzione dei racconti è imprevedibile, come se
le deviazioni repentine del linguaggio dominassero in
ogni occasione con la suddivisione dei ruoli in Elliott
Spencer, dove un’istituzione sovrintende a un livello
articolato e superiore delle comunicazioni, anche criptiche,
volendo. Le attrazioni linguistiche sono un aspetto
determinante e del resto la scrittura di George Saunders
fa riferimento proprio a quello: tratta ogni short story
come un mondo a parte, dove può succedere di tutto e,
di solito, succede. L’incessante lavorio sulle parole
si sviluppa attraverso l’uso delle maiuscole, degli
spazi nella pagina e della sottile perversione per i
luoghi comuni che George Saunders, come succede in Festa
della mamma, dove Alma e Debi, in un sovrapporsi
di chiacchiere tra rivali ripercorrono una vita di diatribe
e rimpianti.
Le contraddizioni che implicano i rapporti tra le persone
sono di nuovo al centro dell’attenzione in La mia
casa, un racconto enigmatico e struggente nello
stesso tempo, e L’audace mamma d’azione. In questi
casi, il cambio di registro è evidente, ma non insolito:
se gran parte delle short story di Giorno di liberazione
sono un’esperienza linguistica penetrante con raffiche
di iperboli, Lettera d’amore è un toccante dialogo
epistolare (dal nonno al nipote) sull’America all’inizio
del ventunesimo secolo, che si snoda riflettendo “ancora
in quell’epoca, non in questa” per poi “trovarsi, di
nuovo, in un tempo e in un luogo in cui agire non è
possibile”.
La vita quotidiana torna protagonista in Una cosa
di lavoro, con una ricostruzione assurda ed estenuate
del tran tran in ufficio e in Scricciolo, dove
in un negozio via via nasce una relazione e poi un matrimonio.
Tra le funamboliche piroette, va ricordato anche Ghoul,
che riprende una delle ossessioni predilette di George
Saunders, i parchi a tema (e, a sua volta, è indirettamente
collegato a Giorno della liberazione): una sorta
di regime a base di ruoli, maschere, costumi e allarmi
(e condanne a morte inflitte a calci), allucinante e
inquietante, e permeato dalla sensazione che “sembra
tutto perfetto. Ma non succederà”. E, comunque,
George Saunders sembra concludere con fare sornione
perché “l’intenzione è quella. Fare quello che sappiamo
fare, e divertirci”. Notevole.
(Marco
Denti, tratto dal blog di BooksHighway)
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