Half Blood
Run to Nowhere
[Heavy Road 2019]


File Under: We Are Country

facebook.com/powercountry

di Nicola Gervasini

Quattro “brutti ceffi” travestiti da “Okies from Muskogee” posano davanti ad un “Van” da strade polverose dell’Arizona, ma il “mezzosangue” che ostentano nel nome della band è quello di italiani nati evidentemente dalla parte sbagliata dell’oceano. I milanesi Half Blood di Alexander De Cunto non temono di fatto di giocare con una iconografia pericolosa, evitando di farsi prendere troppo la mano con il mito della frontiera e scadere nel casereccio nostrano (la sindrome del “Cowboy da Gallarate” creata da Adriano Celentano nel film “Lui è Peggio di Me” è sempre in agguato), e professando apertamente il verbo del country con innegabile maestria, anche se a conti fatti oscillano più spesso verso il southern-rock. D’altronde nelle loro influenze citano Lynyrd Skynyrd e ZZTop prima di una sfilza di country-rocker da radio-Nashville come Garth Brooks o Brad Paisley, e si sente parecchio. A sentirlo comunque Run To Nowhere trova subito riferimenti precisi negli Eagles della title-track, nei Lynyrd Skynyrd degli anni 90 sentiti in What Turns Me On (cover presa in prestito dalla country-singer Erica “Sunshine” Lee, come anche Something To Dance To), e con una Me And The Gang a più voci che sembra uscita da un disco degli Highwaymen di Johnny Cash e amici. Un momento più autoriale arriva con Beautiful, ma con Beer! Cheers! One More Song! siamo di nuovo nel mondo delle bar-songs. Spazio alla band e agli assoli dell’ottimo chitarrista Alessio Brognoli in Poor Cody O'Brian Guitar Story (gli altri membri sono Christian Sciaresa, Simone Marini e, in aggiunta, il violino di Michela Dellino), mentre decisamente più radiofoniche appaiono We Are Country e With My Friends. Da notare anche la ballata Goodbye Tonight con la voce di Chiara Fratus, e il finale energico con una Love Mud che piacerebbe a Shooter Jennings, per una band che consigliamo sicuramente di testare anche dal vivo.


 


Belly Hole Freak
Bump, Mirrors & Bounce
[Skronk records 2019]


File Under: freak blues

bellyholefreak.com

di Fabio Cerbone

Dalla (bella) grafica di copertina al nome d’arte scelto, tutto va nella direzione precisa di un’ispirazione blues sporcata da psichedelia e boogie ossessivo, freak nell’anima e nel portamento. Questa è la musica di Massimiliano, musicista blues romano meglio noto come Belly Hole Freak, uomo-orchestra ritratto sul suo sito davanti ad un vecchio pulmino dall’immaginario hippie, con l’armamentario percussivo e la sua fedele chitarra. Tanto gli basta per mettere in scena Bump, Mirrors & Bounce, nella più classica tradizione del cosiddetto one man band, anche se qui supportato in alcuni episodi da Guglielmo Nodari alla lap steel (essenziale nell’introduzione di 21 Grams/ Soul Bounce) e Davide Richini alla tromba (le sfumature New orleans di cui si colora Catrina’s Walk e quelle un po’ zingaresce della successiva Gramelot Bizarre). Il nuovo disco, nove episodi ipnotici che uniscono tradizione e irriverenza sul modello Fat Possum diffuso dall’hill country blues di R.L. Burnside, con qualche accento garage punk, segue il già interessante Superfreak (ristampato in cd con tre bonus track) e ne migliora gli spigoli e le asperità. Non è una formula nuova quella di Belly Hole Freak, anche nel modo di giocare con le parole, inventandole, sporcandole, tra voci filtrate e raddoppi, ma questa è una materia grezza che tutto sommato funziona sempre, se investita del giusto fervore elettrico, come ribadiscono Stom Boogie Bump, Panamericana o la galoppante Baja Sur. In alcuni passaggi, il senso un po’ gotico dell’intepretazione e dei suoni richiama l’esperienza dei Sixteen Horsepower di David Edwards, come se fossero sbucati dal Mississippi, mentre nella scaletta fanno bella mostra una cover di Freedom, il famoso traditional rivisitato dal folksinger Richie Havens e una coda un po’ allucinogena con 9 Years Gone, chiusa dal suono del crepitio del fuoco, così come si era aperto l’album.


     


The Blues Against Youth
Evil Flatmates
[Annibale Records 2019]


File Under: dirty lo-fi blues

thebluesagainstyouth.com

di Pie Cantoni

Chi sono gli inquilini malvagi a cui fa riferimento Gianni Tbay, anima e corpo dei The Blues Against Youth? Chi può dirlo, ad ogni modo Evil Flatmates è il nuovo album del combo capitanato da TBAY (voce, chitarra, footstomp) con Stefano Isaia (Movie Star Junkies, Lame) alla batteria, percussioni e cori, mentre altri musicisti si aggiungono alle sessioni di registrazione di questo nuovo episodio. Il quinto disco di Gianni Tbay, musicista romano ma torinese di adozione, è edito da Annibale Records e The Blues Against Youth è il suo progetto solista, attivo dal 2009. La partenza con la doppietta Injector e (Ain’t Gonna Be) The one who hurts you è sul solco del blues delle colline, fra North Mississippi Allstars e l’epopea Burnside, jump blues abbastanza di maniera e facilmente riconoscibile ma che non passa mai di moda. Far Out of Hands invece si sposta leggermente e richiama l’alt-country sgangherato e lo-fi dei primi Meat Puppets (non la versione pulita e matura dell’ultimo disco...). Finger style vecchia maniera, anche qui di stampo blues, per Tucano Bar Club. Per chi non è entomologo, invece, informiamo che la cimice rosso nera, comunemente chiamata carabiniera, è un insetto eterottero appartenente alla famiglia Pyrrhocoridae. Fin qui tutto chiaro, ma il motivo che ha spinto Tbay a dedicare a questo insetto il brano March of the Pirrucuris Apterus, un bluesaccio con slide grezza alla Hound Dog Taylor, invece è molto meno evidente. Si passa poi per qualche riempitivo un po’ noioso (Hey, Crazy Mama), qualche digressione più vicina a Tom Waits e all’operetta tedesca (Growin’ n’ Drownin’, con un assolo che richiama apertamente Marc Ribot). La slide la fa ancora da padrone in I See Your Eyes, They’re Charming, uno strumentale molto scarno, che sembra più messo per allungare la scaletta che per una vera esigenza musicale, per chiudere poi con Injectors, che riprende l’inizio del disco e rimane nel solco blues. Un lavoro diverso nella discografia di The Blues Against Youth e, pur con qualche tocco da affinare o qualche cliché da evitare, di piacevole ascolto. Sperando che trovi compagni di appartamento più affabili, lo aspettiamo al prossimo disco.


 


LOMB
Cuts
[Seahorse Recordings 2018]


File Under: Even the Losers

seahorserecordings.com

di Nicola Gervasini

Una cosa che si impara con l’esperienza è che spesso poi è vero che l’abito fa il monaco, per cui la presentazione che fa di sé Giuseppe Lombardo, in arte LOMB, potrebbe anche bastare a riempire una recensione. Per i dieci brani di Cuts si parla infatti di “alt.folk for losers” (ne esiste forse uno per “winners”?) con elenco influenze che cita Tom Waits, Morphine, Willard Grant Conspiracy e addirittura un nostro affezionato cliente come William Elliott Whitmore. Si parte quindi già rilassati mettendo nel lettore questo album, e a quel punto la strada potrebbe essere in discesa per farcelo piacere. Lombardo però è un veterano della scena alternative nostrana degli anni 90, con band come i Gothic Angels, Plank e Baffos, sigle che vantavano album prodotti da Don Zientara (Fugazi), Tony Carbone (Denovo), Agostino Tilotta (Uzeda) e Cesare Basile, e serate aperte per Sonic Youth e Wire, e questo background affiora prepotente nella produzione di questo Cuts. Brani come I Don’t Wanna Call You o Who Knows? seguono la strada di un gothic-country alla Handsome Family con aggiunte di rumori e soluzioni da new wave moderna, portate soprattutto dall’uso di alcune drum-machines. L’album infatti è interamente registrato da lui in veste di chitarrista con l’aiuto del bassista e arrangiatore/ programmatore Paolo Messere e del batterista Mr Red, con un unico intervento esterno portato dal sax sentito in Princess, suonato da Peculiaroso. Il sound acustico scarno di Whitmore si riconosce in What does it Matter? o in The Moon is Gone Behind the House, mentre la lezione del compianto Robert Fisher si mostra nella ballata Mario. Il meglio arriva forse alla fine con la non-dedica This is Not a Song Written for You (piacerebbe a Nick Cave), non prima di aver anche provato a rendere, se è possibile, ancora più oscura la Five Years di David Bowie con un’operazione che ricorda la Let’s Dance di M Ward. Consigliato ai cuori tormentati.


 

 


<Credits>