Quattro “brutti ceffi” travestiti
da “Okies from Muskogee” posano davanti ad un “Van” da strade
polverose dell’Arizona, ma il “mezzosangue” che ostentano nel
nome della band è quello di italiani nati evidentemente dalla
parte sbagliata dell’oceano. I milanesi Half Blood di Alexander
De Cunto non temono di fatto di giocare con una iconografia pericolosa,
evitando di farsi prendere troppo la mano con il mito della frontiera
e scadere nel casereccio nostrano (la sindrome del “Cowboy da
Gallarate” creata da Adriano Celentano nel film “Lui è Peggio
di Me” è sempre in agguato), e professando apertamente il verbo
del country con innegabile maestria, anche se a conti fatti oscillano
più spesso verso il southern-rock. D’altronde nelle loro influenze
citano Lynyrd Skynyrd e ZZTop prima di una sfilza di country-rocker
da radio-Nashville come Garth Brooks o Brad Paisley, e si sente
parecchio. A sentirlo comunque Run To Nowhere trova
subito riferimenti precisi negli Eagles della title-track, nei
Lynyrd Skynyrd degli anni 90 sentiti in What Turns Me On
(cover presa in prestito dalla country-singer Erica “Sunshine”
Lee, come anche Something To Dance To), e con una Me
And The Gang a più voci che sembra uscita da un disco degli
Highwaymen di Johnny Cash e amici. Un momento più autoriale arriva
con Beautiful, ma con Beer! Cheers! One More Song!
siamo di nuovo nel mondo delle bar-songs. Spazio alla band e agli
assoli dell’ottimo chitarrista Alessio Brognoli in Poor Cody
O'Brian Guitar Story (gli altri membri sono Christian Sciaresa,
Simone Marini e, in aggiunta, il violino di Michela Dellino),
mentre decisamente più radiofoniche appaiono We Are Country
e With My Friends. Da notare anche la ballata Goodbye
Tonight con la voce di Chiara Fratus, e il finale energico
con una Love Mud che piacerebbe a Shooter Jennings, per
una band che consigliamo sicuramente di testare anche dal vivo.
Belly
Hole Freak Bump,
Mirrors & Bounce [Skronk
records 2019]
Dalla (bella) grafica di copertina al nome
d’arte scelto, tutto va nella direzione precisa di un’ispirazione
blues sporcata da psichedelia e boogie ossessivo, freak nell’anima
e nel portamento. Questa è la musica di Massimiliano, musicista
blues romano meglio noto come Belly Hole Freak, uomo-orchestra
ritratto sul suo sito davanti ad un vecchio pulmino dall’immaginario
hippie, con l’armamentario percussivo e la sua fedele chitarra.
Tanto gli basta per mettere in scena Bump, Mirrors & Bounce,
nella più classica tradizione del cosiddetto one man band, anche
se qui supportato in alcuni episodi da Guglielmo Nodari alla lap
steel (essenziale nell’introduzione di 21 Grams/ Soul Bounce)
e Davide Richini alla tromba (le sfumature New orleans di cui
si colora Catrina’s Walk e quelle un po’ zingaresce della
successiva Gramelot Bizarre). Il nuovo disco, nove episodi
ipnotici che uniscono tradizione e irriverenza sul modello Fat
Possum diffuso dall’hill country blues di R.L. Burnside, con qualche
accento garage punk, segue il già interessante Superfreak (ristampato
in cd con tre bonus track) e ne migliora gli spigoli e le asperità.
Non è una formula nuova quella di Belly Hole Freak, anche nel
modo di giocare con le parole, inventandole, sporcandole, tra
voci filtrate e raddoppi, ma questa è una materia grezza che tutto
sommato funziona sempre, se investita del giusto fervore elettrico,
come ribadiscono Stom Boogie Bump, Panamericana
o la galoppante Baja Sur. In alcuni passaggi, il senso
un po’ gotico dell’intepretazione e dei suoni richiama l’esperienza
dei Sixteen Horsepower di David Edwards, come se fossero sbucati
dal Mississippi, mentre nella scaletta fanno bella mostra una
cover di Freedom, il famoso traditional rivisitato dal
folksinger Richie Havens e una coda un po’ allucinogena con 9
Years Gone, chiusa dal suono del crepitio del fuoco, così
come si era aperto l’album.
The
Blues Against Youth Evil
Flatmates [Annibale
Records 2019]
Chi sono gli inquilini malvagi
a cui fa riferimento Gianni Tbay, anima e corpo dei The Blues
Against Youth? Chi può dirlo, ad ogni modo Evil Flatmates
è il nuovo album del combo capitanato da TBAY (voce, chitarra,
footstomp) con Stefano Isaia (Movie Star Junkies, Lame) alla batteria,
percussioni e cori, mentre altri musicisti si aggiungono alle
sessioni di registrazione di questo nuovo episodio. Il quinto
disco di Gianni Tbay, musicista romano ma torinese di adozione,
è edito da Annibale Records e The Blues Against Youth è il suo
progetto solista, attivo dal 2009. La partenza con la doppietta
Injector e (Ain’t Gonna Be) The one who hurts you
è sul solco del blues delle colline, fra North Mississippi Allstars
e l’epopea Burnside, jump blues abbastanza di maniera e facilmente
riconoscibile ma che non passa mai di moda. Far Out of Hands
invece si sposta leggermente e richiama l’alt-country sgangherato
e lo-fi dei primi Meat Puppets (non la versione pulita e matura
dell’ultimo disco...). Finger style vecchia maniera, anche qui
di stampo blues, per Tucano Bar Club. Per chi non è entomologo,
invece, informiamo che la cimice rosso nera, comunemente chiamata
carabiniera, è un insetto eterottero appartenente alla famiglia
Pyrrhocoridae. Fin qui tutto chiaro, ma il motivo che ha spinto
Tbay a dedicare a questo insetto il brano March of the Pirrucuris
Apterus, un bluesaccio con slide grezza alla Hound Dog Taylor,
invece è molto meno evidente. Si passa poi per qualche riempitivo
un po’ noioso (Hey, Crazy Mama), qualche digressione più
vicina a Tom Waits e all’operetta tedesca (Growin’ n’ Drownin’,
con un assolo che richiama apertamente Marc Ribot). La slide la
fa ancora da padrone in I See Your Eyes, They’re Charming,
uno strumentale molto scarno, che sembra più messo per allungare
la scaletta che per una vera esigenza musicale, per chiudere poi
con Injectors, che riprende l’inizio del disco e rimane
nel solco blues. Un lavoro diverso nella discografia di The Blues
Against Youth e, pur con qualche tocco da affinare o qualche cliché
da evitare, di piacevole ascolto. Sperando che trovi compagni
di appartamento più affabili, lo aspettiamo al prossimo disco.
Una cosa che si impara con l’esperienza è
che spesso poi è vero che l’abito fa il monaco, per cui la presentazione
che fa di sé Giuseppe Lombardo, in arte LOMB, potrebbe
anche bastare a riempire una recensione. Per i dieci brani di
Cuts si parla infatti di “alt.folk for losers” (ne
esiste forse uno per “winners”?) con elenco influenze che cita
Tom Waits, Morphine, Willard Grant Conspiracy e addirittura un
nostro affezionato cliente come William Elliott Whitmore. Si parte
quindi già rilassati mettendo nel lettore questo album, e a quel
punto la strada potrebbe essere in discesa per farcelo piacere.
Lombardo però è un veterano della scena alternative nostrana degli
anni 90, con band come i Gothic Angels, Plank e Baffos, sigle
che vantavano album prodotti da Don Zientara (Fugazi), Tony Carbone
(Denovo), Agostino Tilotta (Uzeda) e Cesare Basile, e serate aperte
per Sonic Youth e Wire, e questo background affiora prepotente
nella produzione di questo Cuts. Brani come I Don’t Wanna Call
You o Who Knows? seguono la strada di un gothic-country
alla Handsome Family con aggiunte di rumori e soluzioni da new
wave moderna, portate soprattutto dall’uso di alcune drum-machines.
L’album infatti è interamente registrato da lui in veste di chitarrista
con l’aiuto del bassista e arrangiatore/ programmatore Paolo Messere
e del batterista Mr Red, con un unico intervento esterno portato
dal sax sentito in Princess, suonato da Peculiaroso. Il
sound acustico scarno di Whitmore si riconosce in What does
it Matter? o in The Moon is Gone Behind the House,
mentre la lezione del compianto Robert Fisher si mostra nella
ballata Mario. Il meglio arriva forse alla fine con la
non-dedica This is Not a Song Written for You (piacerebbe
a Nick Cave), non prima di aver anche provato a rendere, se è
possibile, ancora più oscura la Five Years di David Bowie
con un’operazione che ricorda la Let’s Dance di M Ward. Consigliato
ai cuori tormentati.