Carattere e grafica vintage della copertina parlano da soli, anticipando
l’universo musicale dentro il quale Simone Galassi ci proietterà
nel suo omonimo album di debutto: lui stesso si presenta come musicista
d’altri tempi, consapevole di rappresentare una scuola di pensiero rock
classica, che guarda agli Settanta, alle figure che hanno definito il
mito della chitarra elettrica, attingendo dalla tradizione blues e portandola
sui sentieri della distorsione, delle contaminazioni con la psichedelia
e il funk, aprendo le possibilità ritmiche e soliste sullo strumento.
I nomi sono quelli noti di Jimi Hendrix, dell’amato Rory Gallagher,
del quale Galassi ha spesso portato in tour il repertorio, del giovane
Eric Clapton che diventava “Dio” sui muri di Londra all’epoca dei Cream,
fino ad arrivare forse all’ultima grande “immagine sacra” della sei
corde rock-blues, Stevie Ray Vaughan, il cui aggressivo stile texano
prende forma nell’introduzione di These Chains.
È il primo di dieci brani che il chitarrista modenese, di recente apprezzato
anche nella band di supporto alla conterranea cantautrice Ellen
River, firma da solo o in collaborazione, per i testi, con Martin
Lee (il grondante funk rock di 95, il finale impastato di grunge
alla Soundgarden di Hazy Nights) e Alda Nolli (la ballata dagli
accenti sudisti Shooting Stars), avvalendosi per la registrazione
del supporto fondamentale di Carlo Poddighe, che produce, arrangia
e suona tutto il necessario a sostenere la voce e la solista di Galassi.
Il “contorno” di basso e batteria, ma soprattutto di pianoforte, organo
Hammond e piano elettrico, tutti giostrati dal citato Poddighe, rappresenta
infatti il collante della dichiarazione d’amore di Simone Galassi per
la chitarra rock-blues, sostenendo con le giuste sonorità sporcate di
modernariato 70s brani quali I Have to tell You, la convulsa
I’ll Never, il lentaccio blues di ordinanza Since You’re Gone,
e quelle sventagliate funk che da In Your Eyes a Damnation
scorazzano in lungo e in largo nella concezione di questo album da “vecchia
guardia” del rock’n’roll.
Se l’elemento dell’originalità del linguaggio non è la prima preoccupazione
di Simone Galassi, la sua passionale intepretazione del canone è semmai
la chiave per entrare in queste dieci canzoni, che trasmettono il calore
necessario, in presa diretta come richiede il genere, merito di un’incisione
che fa emergere lo strumento ma anche la voce dello stesso Galassi.
Quest’ultimo, con trent’anni di esperienza live sulle spalle e una certa
versatilità nelle collaborazioni, dimostra di conoscere la materia,
di amarla, fino a concepire un esordio che non ha la pretesa di smontare
i suoi miti, piuttosto di omaggiarli conservandone lo spirito e i trucchi:
magari non saranno canzoni di “prima mano”, ma suonano abbastanza convincenti
per essere rodate sul prossimo palco.