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Peter Case
Doctor Moan
[Sunset Blvd Records 2023]

Sulla rete: petercase.com

File Under: piano man


di Fabio Cerbone (18/05/2023)

Non manca di certo il coraggio a Peter Case, e lo dimostra una serie di scelte che si sono via via allontanate dalla più banale conservazione dei meriti acquisiti, quando il suo nome era in cima ai nuovi folksinger d’America e la critica ne lodava la trasformazione da rocker californiano dalla melodia facile a songwriter maturo e agganciato al treno della tradizione. Tra inevitabili alti e bassi, ha saputo però mantenere un profilo da “ricercatore” della materia, di volta in volta assecondando le sue passioni, spiazzando e cambiando rotta ad ogni disco, come d’altronde conferma l’uscita del qui presente Doctor Moan, dieci episodi in cui la fedele chitarra viene messa (quasi) in un angolo (fa eccezione la tenerezza di Wandering Days) scegliendo a sorpresa di sedersi dietro un vecchio piano Steinway restaurato.

È quello che ha campeggiato nel soggiorno di casa sua, in un tempo di isolamento da pandemia, come molti colleghi costretto a cancellare i tour e per la prima volta concentrato dall’inizio alla fine sulla composizione delle canzoni. Se state pensando all’ennesimo album post-covid, magari in versione “unplugged” e malinconica, avete afferrato soltanto una piccola parte delle motivazioni di questo lavoro, che segue il già spiazzante e notturno viaggio di The Midnight Broadcast. Sì, perché Case si tormenta l’anima e segue l’idioma blues tanto amato, ma lo fa con un approccio mesmerico, da incantatore dei propri sentimenti in chiaroscuro, scivolando fra la confessione e il lamento ironico, trovando una chiave sonora che al primo approccio appare forse avvolta su se stessa, eppure nasconde un’energia interna, quella che agita i tasti del pianoforte su cui Peter troneggia nel manifesto iniziale Have You Ever Been in Trouble?

Assecondando nuovamente la scarna formula del trio, con la partecipazione dei soli Jonny Flaugher (Pokey LaFarge band) al contrabasso e Chris Joyner (Rickie Lee Jones, Ben Harper) all’organo, Case sotterra le sue passioni più visibilmente legate al rock’n’roll e si concentra invece sull’intimità di certa canzone d’autore da Tom Waits imberbe (That Gang of Mine, la commovente Eyes of Love, Girl In Love With A Shadow), salvo poi farla collidere con una spigliatezza blues da barrelhouse notturni (Downtown Nowhere's Blues, la saltellante Give Me Five Minutes More) e juke joint malfamati di Memphis (The Flying Crow, una sinuosa Ancient Sunrise che sarebbe piaciuta al primo Randy Newman di 12 Songs), a testimonianza di un disco tutto concentrato sulle emozioni, dal cantante direttamente al cuore dell’ascoltatore.

Peter Case ci riesce innanzi tutto perché mostra, nel caso ce ne fosse bisogno, quanto la sua voce sia rimasta espressiva ed appassionata negli anni, cosa che pochi colleghi della sua generazione possono vantare, e al tempo stesso perché non si preoccupa affatto di apparire persino indifeso di fronte allo strumento, un pianoforte che restituisce poca finzione e molto sentimento.


    



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