Non manca di certo il coraggio
a Peter Case, e lo dimostra una serie di scelte che si sono via
via allontanate dalla più banale conservazione dei meriti acquisiti, quando
il suo nome era in cima ai nuovi folksinger d’America e la critica ne
lodava la trasformazione da rocker californiano dalla melodia facile a
songwriter maturo e agganciato al treno della tradizione. Tra inevitabili
alti e bassi, ha saputo però mantenere un profilo da “ricercatore” della
materia, di volta in volta assecondando le sue passioni, spiazzando e
cambiando rotta ad ogni disco, come d’altronde conferma l’uscita del qui
presente Doctor Moan, dieci episodi in cui la fedele chitarra
viene messa (quasi) in un angolo (fa eccezione la tenerezza di Wandering
Days) scegliendo a sorpresa di sedersi dietro un vecchio piano Steinway
restaurato.
È quello che ha campeggiato nel soggiorno di casa sua, in un tempo di
isolamento da pandemia, come molti colleghi costretto a cancellare i tour
e per la prima volta concentrato dall’inizio alla fine sulla composizione
delle canzoni. Se state pensando all’ennesimo album post-covid, magari
in versione “unplugged” e malinconica, avete afferrato soltanto una piccola
parte delle motivazioni di questo lavoro, che segue il già spiazzante
e notturno viaggio di The
Midnight Broadcast. Sì, perché Case si tormenta l’anima e segue
l’idioma blues tanto amato, ma lo fa con un approccio mesmerico, da incantatore
dei propri sentimenti in chiaroscuro, scivolando fra la confessione e
il lamento ironico, trovando una chiave sonora che al primo approccio
appare forse avvolta su se stessa, eppure nasconde un’energia interna,
quella che agita i tasti del pianoforte su cui Peter troneggia nel manifesto
iniziale Have You Ever Been in Trouble?
Assecondando nuovamente la scarna formula del trio, con la partecipazione
dei soli Jonny Flaugher (Pokey LaFarge band) al contrabasso e Chris Joyner
(Rickie Lee Jones, Ben Harper) all’organo, Case sotterra le sue passioni
più visibilmente legate al rock’n’roll e si concentra invece sull’intimità
di certa canzone d’autore da Tom Waits imberbe (That Gang of Mine,
la commovente Eyes of Love, Girl
In Love With A Shadow), salvo poi farla collidere con una spigliatezza
blues da barrelhouse notturni (Downtown Nowhere's Blues, la saltellante
Give Me Five Minutes More) e juke
joint malfamati di Memphis (The Flying Crow, una sinuosa
Ancient Sunrise che sarebbe piaciuta al primo Randy Newman di 12
Songs), a testimonianza di un disco tutto concentrato sulle emozioni,
dal cantante direttamente al cuore dell’ascoltatore.
Peter Case ci riesce innanzi tutto perché mostra, nel caso ce ne fosse
bisogno, quanto la sua voce sia rimasta espressiva ed appassionata negli
anni, cosa che pochi colleghi della sua generazione possono vantare, e
al tempo stesso perché non si preoccupa affatto di apparire persino indifeso
di fronte allo strumento, un pianoforte che restituisce poca finzione
e molto sentimento.