I
fratelli Robinson sono quanto di meglio possiamo trovare oggi in giro
nel rock'n'roll. Facile affermare una cosa del genere a poche settimane
da un festival dove la musica italiota ha mostrato tutto il suo lato più
trash (non che la musica estera stia meglio, intendiamoci). La
questione è che i Black Crowes non seguono nessuna logica
di mercato, cosa rara di questi tempi, oltre al fatto che sono oggettivamente
una delle più pure rock band rimaste sulle scene.
Pronti a prendere rischi, pronti a spingere i propri limiti verso territori
sconosciuti. Duri e puri, rocker come agli inizi di carriera, i due fratelli
Robinson proseguono la scia fortunata di questa ritrovata intesa, dopo
il celebrato Happiness Bastards,
che li ha riportati alla ribalta e li ha fatti girare sui palchi di mezzo
mondo. Il periodo di grazia li ha visti anche nominati nel 2025 per la
'Rock & Roll Hall of Fame', premio non vinto ma siamo certi che prima
o poi toccherà anche a loro. A Pound of Feathers esce quindi
in questo mese di marzo tramite la personale etichetta Silver Arrow Records
ed è stato prodotto da Jay Joyce: il disco rappresenta il solito calderone
incandescente di rock, blues e soul con un pizzico in più di psichedelia
che non guasta.
C’è sicuramente un richiamo agli esordi, ma ci sono anche rimandi ad album
più sperimentali e meno immediati, come Lions e Three Snakes
and One Charm. Il primo singolo che ha anticipato l’uscita del disco
è Profane Prophecy, che prende il
testimone del precedente disco e lo porta avanti con l’irruenza degli
Stones post-Brian Jones e la carica rock che solo i due fratelli Robinson,
quando sono in buona forma, sanno dare. Il successivo Cruel Streak
vede la combinazione sempre fortunata tra la voce di Chris, in stato di
grazia, e le chitarre di Rich, grande riff-maker come pochi altri nella
storia della musica rock. Il secondo singolo del disco è Pharmacy
Chronicles, che vede i Black Crowes cimentarsi in quanto di
meglio sanno fare: una ballad senza tempo che, sebbene difficilmente sostituirà
Wiser Time nella top ten dei fan, sicuramente saprà emozionare
dal vivo. Le vibrazioni sono quelle dei migliori Jagger/Richards dei tempi
che furono, fra chitarre acustiche, slide lancinanti e pianoforte a fare
da contraltare alla voce di Chris Robinson.
Do The Parasite! riporta il disco su sentieri più spinti, con
la batteria martellante e le chitarre distorte a reggere il pezzo. Poi
i Black Crowes ci regalano un uno-due di gran classe, nel loro stile:
High And Lonesome e la successiva
Queen of the B-Sides sono due brani in cui il motore rallenta
ed emerge tutta la classe della scrittura dei fratelli Robinson. Il fatto
che questo disco spinga proprio sull’istinto ancestrale del ritmo è evidenziato
anche dall’attacco sia di It’s Like That, sia di Blood Red Regrets,
che iniziano con una batteria tirata (il terzo membro Cully Symington)
che traccia la strada ai due brani, veloci, distorti e potenti.
Se You Call This A Good Time ha il piglio quasi hard che ci aspetteremmo
dagli ACDC, Eros Blues invece inizia
in punta di piedi e ha un mood soul, salvo poi cambiare pelle più volte...
Forse il brano più particolare del disco e sicuramente una delle highlight.
La conclusione di Doomsday Doggerel è
anch'esso un pezzo atipico, strano e sorprendente soprattutto perchè
posto in chiusura, dissonante, distorto, dilatato, psichedelico. Se i
Black Crowes volevano conquistarci, questo brano è la ciliegina sulla
torta.
Alla fine, A Pound of Feathers si dimostra un disco più
lungamente maturato e pensato del precedente Happiness Bastards,
nato invece sulla strada e sulla scia della fortunata reunion. Meno diretto,
senz'altro meno immediato, ma più godibile nel lungo periodo. E speriamo
che questo stato di grazia prosegua perché i fratelli Robinson, nonostante
i loro ben noti dissidi familiari, noi li preferiamo decisamente quando
vanno d’accordo.