Fratelli coltelli, è sempre
stato il leit motiv dei due Robinson, Chris e Rich, che se le sono suonate
e cantate (non solo musicalmente parlando) durante tutta la loro carriera…
Che è stata di livello stellare, non credo ci sia bisogno di aggiungere
altro su quanto hanno fatto i due insieme a Steve Gorman, Marc Ford, Audley
Freed, Eddie Harsch e altri grandissimi musicisti. A quanto pare, dopo
essersi mandati a quel paese più e più volte e avere criticato le (pur
buone) band che i due hanno reciprocamente messo in piedi nei periodi
di pausa dai Black Crowes, i fratelli Robinson si sono lasciati
alle spalle i litigi (e anche i vecchi compagni di viaggio…) per ritornare,
dopo una serie di concerti celebrativi e dopo le edizioni anniversario
dei loro capolavori (Shake
Your Money Maker e The
Southern Harmony), con un nuovo disco, Happiness Bastards.
Speriamo per loro che, nel momento stesso in cui hanno avuto il lampo
di genio di registrare i nuovi pezzi, abbiano capito che il paragone con
i loro classici sarebbe scattato ancor prima di premere il tasto play
sullo stereo. Quindici anni dall’ultimo disco di studio (Before
the Frost... Until the Freeze) non sono pochi, e se hai alle spalle
The Southern Harmony, Amorica, Shake Your Money Maker
o Warpaint, da un lato hai già dimostrato cosa sai fare, ma dall’altro
ti tocca mantenere quel livello di qualità. Basti pensare a pur ottimi
dischi come By Your Side, Lions o Three Snakes and One
Charm e a come suonano “deboli” in confronto ai capolavori della band.
Il singolo che ha anticipato l’uscita di questo Happiness Bastards
è Wanting
and Waiting, tipico
southern rock pennellato dai due Robinson, che richiama i fasti del passato.
Buon brano, ovviamente odora di già sentito (Jealous Again?), ma
soprattutto l’impressione che il vecchio fan più critico riceve dal primo
ascolto è che si tratti di uno specchietto per le allodole. L’apertura
vera e propria del nuovo lavoro è lasciata infatti all’adrenalinica Bedside
Manners, slide, cori, batteria incalzante, organo, per una fanfara
alla Downtown Money Waster: non male, ma si ricade sempre nel manierismo.
Segue Rats and Clowns, sulla stessa linea d’onda, purtroppo però
il detto latino repetita iuvant qui non vale e cominciamo a sospettare
che questo decimo disco di studio sia una specie di "supercazzola"
tirataci dai due fratellini della Georgia.
Cross Your Fingers, per esempio, parte come un mid-tempo acustico,
dilatato e arioso con slide guitar e voce in bella mostra, ma poi si trasforma
in un brano più scontato di chitarre elettriche, duro e cadenzato. Aveva
la possibilità di essere una specie di Wiser Time versione 2024,
opportunità stroncata sul nascere. Wilted Rose,
secondo singolo estratto dal disco, con la country singer Lainey Wilson
ospite alla seconda voce, è finalmente una bella ballad che tira fuori
la classe dei Robinson in uno dei terreni a loro più consoni. Il brano
Dirty Cold Sun è invece funkeggiante e trascina l’ascolto come
soltanto i Black Crowes sanno fare. Reggerebbe il confronto con una Hard
to Handle? A voi il giudizio, il nostro sta scritto tra le righe.
La stonesiana Bleed It Dry è sicuramente
uno degli episodi più convincenti, mentre, dall’altro lato, Flesh Wound
è il punto basso del disco, con uno strano incedere a metà tra new wave
inglese e rock americano da radio fm, che non si addice affatto alla storia
dei Black Crowes che conosciamo. Abbastanza insapore anche Follow the
Moon, riff e chitarra slide come già ne abbiamo sentite e di migliori
(qualcuno ricorda Been a Long Time?) da parte della ditta dei fratelli
corvini. Finale con Kindred Friend,
ballatona che ricorda una Lady of Avenue A (da ...Until the
Freeze), ma più fiacca e che non sembra chiudere il disco con quella
giusta dose di epicità che lascerebbe in bocca il sapore appagante di
un album terminato come si deve.
Prodotto da Jay Joyce, con la partecipazione del vecchio bassista Sven
Pipien, ormai con la band dal 1997, Brian Griffin al posto del membro
fondatore Steve Gorman alla batteria, Erik Deutsch alle tastiere e l'argentino
Nico Bereciartua alla chitarra, Happiness Bastards non ha purtroppo
a disposizione quella macchina da rock’n’roll con Marc Ford o in seguito
Luther Dickinson alle chitarre, mentre il citato Steve Gorman teneva il
tempo battendo magistralmente sulle pelli. Sembra più la versione ridotta
di quel gruppo di scalmanati rocker, anche se i nuovi arrivati tengono
botta e sono sicuramente ottimi professionisti, mancando però di coesione,
e si sente.
In tempi in cui la musica suonata e il rock classico arrancano, questo
Happiness Bastards è complessivamente un disco piacevole,
ma dopo quindici anni di attesa per il nuovo capitolo della saga dei Corvi
Neri, siamo rimasti con un’espressione da “tutto qui” che ci aleggia sul
volto. Quello che manca è il senso di urgenza, il brivido dello spingersi
al limite: qui non sono tanto i Black Crowes, quanto i fratelli Robinson
che si rifanno alla gloria passata. Sono un po’ come l’Elvis che suona
a Las Vegas, e a noi The King piaceva quando era un giovane indisciplinato
a Memphis.