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The Black Crowes
Happiness Bastards
[Silver Arrow Records 2024]

Sulla rete: theblackcrowes.com

File Under: rockin' blood brothers


di Pie Cantoni (18/03/2024)

Fratelli coltelli, è sempre stato il leit motiv dei due Robinson, Chris e Rich, che se le sono suonate e cantate (non solo musicalmente parlando) durante tutta la loro carriera… Che è stata di livello stellare, non credo ci sia bisogno di aggiungere altro su quanto hanno fatto i due insieme a Steve Gorman, Marc Ford, Audley Freed, Eddie Harsch e altri grandissimi musicisti. A quanto pare, dopo essersi mandati a quel paese più e più volte e avere criticato le (pur buone) band che i due hanno reciprocamente messo in piedi nei periodi di pausa dai Black Crowes, i fratelli Robinson si sono lasciati alle spalle i litigi (e anche i vecchi compagni di viaggio…) per ritornare, dopo una serie di concerti celebrativi e dopo le edizioni anniversario dei loro capolavori (Shake Your Money Maker e The Southern Harmony), con un nuovo disco, Happiness Bastards.

Speriamo per loro che, nel momento stesso in cui hanno avuto il lampo di genio di registrare i nuovi pezzi, abbiano capito che il paragone con i loro classici sarebbe scattato ancor prima di premere il tasto play sullo stereo. Quindici anni dall’ultimo disco di studio (Before the Frost... Until the Freeze) non sono pochi, e se hai alle spalle The Southern Harmony, Amorica, Shake Your Money Maker o Warpaint, da un lato hai già dimostrato cosa sai fare, ma dall’altro ti tocca mantenere quel livello di qualità. Basti pensare a pur ottimi dischi come By Your Side, Lions o Three Snakes and One Charm e a come suonano “deboli” in confronto ai capolavori della band.

Il singolo che ha anticipato l’uscita di questo Happiness Bastards è Wanting and Waiting, tipico southern rock pennellato dai due Robinson, che richiama i fasti del passato. Buon brano, ovviamente odora di già sentito (Jealous Again?), ma soprattutto l’impressione che il vecchio fan più critico riceve dal primo ascolto è che si tratti di uno specchietto per le allodole. L’apertura vera e propria del nuovo lavoro è lasciata infatti all’adrenalinica Bedside Manners, slide, cori, batteria incalzante, organo, per una fanfara alla Downtown Money Waster: non male, ma si ricade sempre nel manierismo. Segue Rats and Clowns, sulla stessa linea d’onda, purtroppo però il detto latino repetita iuvant qui non vale e cominciamo a sospettare che questo decimo disco di studio sia una specie di "supercazzola" tirataci dai due fratellini della Georgia.

Cross Your Fingers
, per esempio, parte come un mid-tempo acustico, dilatato e arioso con slide guitar e voce in bella mostra, ma poi si trasforma in un brano più scontato di chitarre elettriche, duro e cadenzato. Aveva la possibilità di essere una specie di Wiser Time versione 2024, opportunità stroncata sul nascere. Wilted Rose, secondo singolo estratto dal disco, con la country singer Lainey Wilson ospite alla seconda voce, è finalmente una bella ballad che tira fuori la classe dei Robinson in uno dei terreni a loro più consoni. Il brano Dirty Cold Sun è invece funkeggiante e trascina l’ascolto come soltanto i Black Crowes sanno fare. Reggerebbe il confronto con una Hard to Handle? A voi il giudizio, il nostro sta scritto tra le righe.

La stonesiana Bleed It Dry è sicuramente uno degli episodi più convincenti, mentre, dall’altro lato, Flesh Wound è il punto basso del disco, con uno strano incedere a metà tra new wave inglese e rock americano da radio fm, che non si addice affatto alla storia dei Black Crowes che conosciamo. Abbastanza insapore anche Follow the Moon, riff e chitarra slide come già ne abbiamo sentite e di migliori (qualcuno ricorda Been a Long Time?) da parte della ditta dei fratelli corvini. Finale con Kindred Friend, ballatona che ricorda una Lady of Avenue A (da ...Until the Freeze), ma più fiacca e che non sembra chiudere il disco con quella giusta dose di epicità che lascerebbe in bocca il sapore appagante di un album terminato come si deve.

Prodotto da Jay Joyce, con la partecipazione del vecchio bassista Sven Pipien, ormai con la band dal 1997, Brian Griffin al posto del membro fondatore Steve Gorman alla batteria, Erik Deutsch alle tastiere e l'argentino Nico Bereciartua alla chitarra, Happiness Bastards non ha purtroppo a disposizione quella macchina da rock’n’roll con Marc Ford o in seguito Luther Dickinson alle chitarre, mentre il citato Steve Gorman teneva il tempo battendo magistralmente sulle pelli. Sembra più la versione ridotta di quel gruppo di scalmanati rocker, anche se i nuovi arrivati tengono botta e sono sicuramente ottimi professionisti, mancando però di coesione, e si sente.

In tempi in cui la musica suonata e il rock classico arrancano, questo Happiness Bastards è complessivamente un disco piacevole, ma dopo quindici anni di attesa per il nuovo capitolo della saga dei Corvi Neri, siamo rimasti con un’espressione da “tutto qui” che ci aleggia sul volto. Quello che manca è il senso di urgenza, il brivido dello spingersi al limite: qui non sono tanto i Black Crowes, quanto i fratelli Robinson che si rifanno alla gloria passata. Sono un po’ come l’Elvis che suona a Las Vegas, e a noi The King piaceva quando era un giovane indisciplinato a Memphis.


    



<Credits>