Le considerazioni fatte
recentemente per l’esordio di Brother
Wallace valgono per proprietà transitiva anche in occasione del secondo
album di Jalen Ngonda, che completa il quadro del giovane soul
revival, quello “in ritardo” sulla tabella di marcia, presentando l’altra
faccia della medaglia. Infatti, se nel primo caso sembra esserci un legame
con la tradizione più sanguigna del southern soul e anche con certe radici
blues, per Ngonda vale quel balzo che la black music compie a cavallo
tra 60s e 70s, volgendo lo sguardo da Memphis a Detroit, saltando dalla
Motown alla Stax senza colpo ferire.
Essendoci di mezzo il marchio Daptone, l’etichetta regina di questo ritorno
di fiamma per il classicismo soul (vedere alla voce Sharon Jones, sfortunata
regina del movimento scomparsa troppo presto) è difficile non andare a
colpo sicuro con questo Doctrine of Love, che appare come
la naturale evoluzione del già apprezzato debutto di Ngonda, Come Around
and Love Me (2023). Confermata è anche la squadra di produttori, Mike
Buckley e Vince Chiarito, che hanno riportato Jalen a incidere negli Stati
Uniti, lì dove è nato e cresciuto (originario del Maryland) prima di fare
i bagagli per l’Inghilterra, dove ha studiato qualche anno al Liverpool
Institute for Performing Arts.
La voce arriva al primo impatto, sfodera persino sorprendenti sfumature
femminili e di grande passione gospel (reverendo Al Green c’entra qualcosa...)
nell’apertura di Anyone in Love, materiale
che potrebbe uscire dal ‘68 o giù di lì. D’altronde il nostro Jalen confessa
candidamente di essere stato allevato in casa dalla collezione di vinili
Stax e Motown della nonna, di avere visto la luce con uno special dedicato
ai Temptations e di fermarsi tranquillamente al 1972 come gusti musicali.
Gli crediamo sulla parola, basta immergersi nel retro sound della stessa
Doctrine of Love, nel groove urbano di Mr. Train Conductor,
nell’incedere di Burning Tempation,
tutti trattati in miniatura di una soul music eterna, nel solco di icone
come Marvin Gaye o Smokey Robinson, dispensata a chi non ha potuto vivere
quella stagione in presa diretta.
Certo, vale a maggior ragione il discorso fatto in apertura: c’è ancora
spazio per questa rievocazione dopo che il rilancio del genere sembra
avere già vissuto le sue stagioni migliori? Non c’è nulla di sbagliato
in Doctrine of Love, anzi, l’album sfodera un carattere, arrangiamenti
e soprattutto una voce (strepitosa a tratti, verrebbe da dire da autentico
“mestierante”) che non possono non emozionare, almeno non abbiate una
pietra al posto del cuore: c’è il parossismo di Hannah,
What’s The Matter?, il guancia a guancia di Good Good Love,
le percussioni e il pulsare di Hang It on the Shelf, con una prova
vocale da appplausi fino alla conclusione naturale di Taken Out of
the Picture.
Ora, se giurate di conoscere a menadito la storia di Temptations e Dramatics,
se sapete chi era Norman Whitfield e avete in casa almeno un paio di raccolte
della Motown e della Stax, beh allora non c’è nulla di male a cullarvi
anche con Doctrine of Love di Jalen Ngonda: in fondo questa
è musica che, di prima mano oppure rivisitata, fa comunque un gran bene
all’anima.