L’arte
è ricordo... il ricordo che siano esistiti.
(Svjatlana Aleksievic, «Preghiera per Cernobyl’», 1997)
Che Antonio Gramentieri, in arte Don Antonio,
non fosse un vero e proprio cantante, perlomeno nel senso tradizionale
del termine, l’avevamo già capito ascoltando The
Crossing (2018) di Alejandro Escovedo, dove il musicista
faentino, oltre a supervisionare tutti e 17 gli episodi del disco, si
piazzava davanti al microfono per la serenata tascabile di una Flying
resa unica proprio dal contrasto tra la continuità classica del dettato
sonoro e la manifesta fragilità di una voce compresa nello sforzo di
restare intonata senza però rinunciare a esporre la sua fatica, la sua
nudità, il suo senso di umana vulnerabilità. L’antinomia di cui sopra
ritorna anche nel nuovo album di Don Antonio, arrivato a tre anni di
distanza dall’omonimo esordio solista: ma se quella era un’opera tutto
sommato piuttosto affine alle visioni tra Sud del mondo e periferie
romagnole dei Sacri
Cuori (da lui amministrati per più di un decennio), La
Bella Stagione stravolge invece le aspettative per allineare
le dieci tappe di una ricerca interiore all’interno della quale la voce
— quella voce: indifesa, disarmata, affaticata nell’inseguire l’eco
di ciò che è stato — cerca di evocare un mondo perduto di gesti, sequenze,
amori, ascolti, paesaggi e memorie.
Benché le canzoni del disco possiedano una loro (felice) vena narrativa,
la dimensione del racconto Gramentieri ha preferito svilupparla in un
libro, complementare all’album e non solo perché reca lo stesso titolo,
quanto per il comune desiderio di mettere in piedi una specie di antropologia
poetica basata sulle esperienze personali, su posti e tempi specifici,
sulla cura e sulla cognizione dei luoghi in cui si vive (o si è vissuto).
Se però La Bella Stagione, in versione cartacea (con extended
da tre brani allegato), trova il suo ritmo in una voluta (dis)organizzazione
cronologica, in un fascinoso procedere per strappi e salti temporali,
ciascuno intessuto di storie e mondi distillati a partire da episodi
magari minimi, a volte laceranti, sempre estremamente personali, il
disco sceglie invece la strada della densità e della coesione, lasciando
come detto alla voce e alla delicatezza dei suoi stati emotivi il compito
di esprimere, con grande pudore, le crisi, le speranze, il lento svanire
di «radici» una volta tanto nostre e non importate da un altro continente.
La Bella Stagione in formato discografico, insomma, sembra
essere il tentativo di dare dignità a una storia individuale, quella
appunto di un ragazzo romagnolo cresciuto divorando il rock dei ’70
pur avendone conosciuti prima gli aggiornamenti underground del decennio
successivo (peraltro a loro volta integrati da quanto proveniva, sulla
scorta degli umori di allora, da radio, televisione e altoparlanti degli
stabilimenti balneari), intrecciandola con riferimenti al folk, al blues,
all’hip-hop e alla canzone d’autore: è così che i ricordi di Don Antonio
riescono a farsi universali, perché al di là di qualsiasi apocalisse
culturale del nostro disastroso presente, scavare nel tempo e nello
spazio resta l’unico modo sensato per identificare e illustrare il «qui
e ora» nel quale ci è dato di esistere. Certo, agli estimatori dei Sacri
Cuori mancheranno, forse, certe suggestioni all’insegna dell’americanità,
mentre altri lamenteranno certi riferimenti (innegabili) alla new-wave
a cavallo tra ’70 e ’80, nonché qualche filigrana sonora riconducibile
all’estetica della 4AD, reputandoli freddi: a torto, in quanto l’urgenza
espressiva resta la prima e la più importante delle leve adoperate da
Don Antonio, solo filtrata attraverso la lente della memoria in modo
da raccontare, nell’attesa della «bella stagione», una serie di perdite
— della giovinezza, degli ideali, dei luoghi dell’infanzia — non meno
tormentate malgrado, per dire, la fluorescenza sintetica di una Ponente
da collocare comunque tra i vertici assoluti dell’intero lavoro.
Perché saranno anche solo canzonette, e la citazione di Edoardo Bennato
(da sommarsi a Lucio Battisti, Francesco De Gregori, l’Ornella Vanoni
meglio arrangiata e molto altro ancora) non è casuale, ma non è da tutti
destreggiarsi con la stessa eleganza sottile e discreta, unita a un
senso di spontaneità del linguaggio degno dei lavori di Gianni Celati,
tra la luminosa malinconia di Distanza
e le screpolature folk-blues dell’allucinata Fuoco, tra lo spleen
cibernetico di Lo Stesso e il pop-rock ottantesco di Batticuore.
Né va considerato facile, nonostante l’accessibilità della prima e la
fisionomia semplice della seconda, confezionare un piccolo capolavoro
quale Capiscimi (talmente sfacciata
e radiofonica da gareggiare col primo Alberto Camerini) o la chiosa
di Le Prime Stelle Della Sera, quest’ultima laconica solo in
apparenza (dietro al parlato del titolare ci sono, infatti, slide, archi
e pianoforte) e sintonizzata sul ritmo dolente del John Trudell di Blue
Indians (1999) nell’inscenare un reading sulla stanchezza delle
nostre pianure e delle nostre colline.
All’interno di La Bella Stagione si danza, si guarda verso il
cielo e a tratti ci si cimenta anche con il rock and roll, sebbene in
senso lato: capita, per esempio, nell’iniziale Acceso, che si
pensa debba esplodere da un momento all’altro in un feroce ritornello
alla Pete Townshend e invece resta sempre sospesa a mezz’aria, in attesa
di uno sfogo costantemente negato. Del resto, è logico sia così: al
centro della Bella Stagione ci sono i ricordi e la loro contemplazione,
le voci lontane ma sempre presenti di quando il tempo era giovane e
noi, in qualche modo, giovani con lui.