Gioca con i numeri e con alcuni personali riferimenti il
titolo del nuovo album di Roberto Formignani, chitarrista
ferrarese dalle collaborazioni internazionali (lo ricordiamo
al fianco di Dirk Hamilton ed Andy J. Forest nei numerosi
tour italiani) e in passato alla guida del progetto The
Bluesmen. 202, infatti, racchiude in sé sia
la data di nascita del musicista, sia la numerazione di
serie della Telecaster (su 300 esemplari) che sfoggia nella
foto di copertina (scatto che porta la firma nientemeno
che di Guido Harari), chiarendo immediatamente il suo legame
con lo strumento.
Ce lo ricorderà in ogni nota e passaggio dell’album, registrato
in trio (Alessandro Lapia al basso e Roberto Morsiani alla
batteria) presso lo studio Sonic Design di Marco Malavasi,
che ha curato il brillante missaggio. Non vi sono dubbi,
infatti, che Formignani sia letteralmente innamorato del
suo strumento, cercando di “imporlo” sempre in primo piano
in queste composizioni - tutte originali, vale la pena ricordarlo
– che hanno il passo di un roccioso rock blues classicamente
forgiato nella lezione degli anni Settanta (All in Vain
ne sia da esempio) e nella storia dei grandi chitarristi
elettrici bianchi, dal british blues alle propaggini hard
fino al Texas di Stevie Ray Vaughan (come non immaginarlo
fare capolino in Like When I Was Young), quelle che
hanno attinto dalla tradizione black per spingerla nei territori
dell’improvvisazione, a volte anche esasperata.
202, preparato con indubbia cura dei dettagli, tanto
da giungere a sei anni dal precedente album, fa incetta
di questa formula e sposta tutte le attenzioni sulla solista
di Formignani, che alterna schiaffi elettrici, ballate e
anche qualche strumentale lasciando che la sua chitarra
riempia ogni spazio a disposizione, quando a volte un freno
avrebbe giovato alla resa complessiva dei brani. Qui forse
sta un po’ il limite di un album che piacerà senz’altro
a chi predilige timbriche, ricerca ed esaltazione della
possibilità tecniche sulla sei corde, magari a discapito
della canzone in sé.
L’attacco è energico e sa di hard settantesco e torrido
blues rock con i riff a profusione e la cascata di parti
soliste di Early Fifties e Dirty Road, mentre
If You Want to be My Friend è la ballata di rigore che
abbassa la temperatura senza abbandonare il protagonismo
della chitarra, la regina incontrastata, si sarà capito,
di 202. La voce di Formignani comunque si difende
bene e non manca di sostenere sia la tecnica slide graffiante
di The Blues Door (Gorée), brano ispirato dall’omonima
isola del Senegal, dove avveniva la deportazione degli schiavi
africani verso l’America, sia i toni più sfumati tra Americana
e blues di Hey My Lord.
D'altronde, il passato di Formignani affonda nella tradizione,
da cui è partito con la prima esperienza dei Mannish Boy
Blues, anche se oggi il suo sguardo sembra concentrarsi
più sulle opportunità che gli offre lo studio della sua
tecnica. Da lì arrivano i citati strumentali che arricchiscono
la scaletta nella seconda parte: un po’ narcisistico Running
on the Mountains, più docile Sliding on the Blue
Sunset, o ancora Irish, che fin dal titolo sembra
suggerire l’ispirazione sonora e geografica del brano, per
arrivare alla chiusura acustica (finalmente) di Refugiados,
la migliore con i suoi orizzonti western da confine alimentati
dal mix di chitarra classica e dobro.