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Roberto Formignani
202
[AMF/ Roberto Formignani 2026]

Sulla rete: robertoformignani.it

File Under: chitarra rock-blues


di Fabio Cerbone (26/02/2026)


Gioca con i numeri e con alcuni personali riferimenti il titolo del nuovo album di Roberto Formignani, chitarrista ferrarese dalle collaborazioni internazionali (lo ricordiamo al fianco di Dirk Hamilton ed Andy J. Forest nei numerosi tour italiani) e in passato alla guida del progetto The Bluesmen. 202, infatti, racchiude in sé sia la data di nascita del musicista, sia la numerazione di serie della Telecaster (su 300 esemplari) che sfoggia nella foto di copertina (scatto che porta la firma nientemeno che di Guido Harari), chiarendo immediatamente il suo legame con lo strumento.

Ce lo ricorderà in ogni nota e passaggio dell’album, registrato in trio (Alessandro Lapia al basso e Roberto Morsiani alla batteria) presso lo studio Sonic Design di Marco Malavasi, che ha curato il brillante missaggio. Non vi sono dubbi, infatti, che Formignani sia letteralmente innamorato del suo strumento, cercando di “imporlo” sempre in primo piano in queste composizioni - tutte originali, vale la pena ricordarlo – che hanno il passo di un roccioso rock blues classicamente forgiato nella lezione degli anni Settanta (All in Vain ne sia da esempio) e nella storia dei grandi chitarristi elettrici bianchi, dal british blues alle propaggini hard fino al Texas di Stevie Ray Vaughan (come non immaginarlo fare capolino in Like When I Was Young), quelle che hanno attinto dalla tradizione black per spingerla nei territori dell’improvvisazione, a volte anche esasperata.

202, preparato con indubbia cura dei dettagli, tanto da giungere a sei anni dal precedente album, fa incetta di questa formula e sposta tutte le attenzioni sulla solista di Formignani, che alterna schiaffi elettrici, ballate e anche qualche strumentale lasciando che la sua chitarra riempia ogni spazio a disposizione, quando a volte un freno avrebbe giovato alla resa complessiva dei brani. Qui forse sta un po’ il limite di un album che piacerà senz’altro a chi predilige timbriche, ricerca ed esaltazione della possibilità tecniche sulla sei corde, magari a discapito della canzone in sé.

L’attacco è energico e sa di hard settantesco e torrido blues rock con i riff a profusione e la cascata di parti soliste di Early Fifties e Dirty Road, mentre If You Want to be My Friend è la ballata di rigore che abbassa la temperatura senza abbandonare il protagonismo della chitarra, la regina incontrastata, si sarà capito, di 202. La voce di Formignani comunque si difende bene e non manca di sostenere sia la tecnica slide graffiante di The Blues Door (Gorée), brano ispirato dall’omonima isola del Senegal, dove avveniva la deportazione degli schiavi africani verso l’America, sia i toni più sfumati tra Americana e blues di Hey My Lord.

D'altronde, il passato di Formignani affonda nella tradizione, da cui è partito con la prima esperienza dei Mannish Boy Blues, anche se oggi il suo sguardo sembra concentrarsi più sulle opportunità che gli offre lo studio della sua tecnica. Da lì arrivano i citati strumentali che arricchiscono la scaletta nella seconda parte: un po’ narcisistico Running on the Mountains, più docile Sliding on the Blue Sunset, o ancora Irish, che fin dal titolo sembra suggerire l’ispirazione sonora e geografica del brano, per arrivare alla chiusura acustica (finalmente) di Refugiados, la migliore con i suoi orizzonti western da confine alimentati dal mix di chitarra classica e dobro.