Arrivano entrambi
da Melbourne, Australia i due protagonisti di questo omaggio
a una figura centrale e basilare del folk britannico come
lo scozzese Bert Jansch, del quale ricorrono proprio
quest’anno i tre lustri dalla sua scomparsa prematura.
Bert Jansch ha saputo ridefinire i contorni dei suoni tradizionali
grazie a un approccio ‘aperto’ a contaminazioni blues e jazz
e con il suo compagno di mille avventure John Renbourn ha
contribuito a fondare uno dei più straordinari equilibrismi
tra folk e jazz, i Pentangle, con la presenza della voce di
Jacquie MacShee e una sezione ritmica mai così propositiva
come quella formata da Terry Cox alla batteria (scomparso
prorpio di recente) e da Danny Thompson al contrabbasso. L'avventura
solista di Bert Jansch è stata ugualmente un susseguirsi di
sperimentazioni guidate da uno stile chitarristico che ha
affascinato ed influenzato anche nomi distanti dal suo mondo
musicale e da una voce calda e pastosa pur senza avere una
particolare estensione armonica.
Shane O’Mara è tra i due il personaggio con più esperienza,
chitarrista pregevolissimo, produttore, autore di colonne
sonore, ha incontrato la vocalità cristallina di Jac Tonks,
la quale vanta la partecipazione a più di una band di Melbourne,
e il progetto che abbiamo tra le mani è certamente esaustivo
e completo nel dare l’idea della grandezza del personaggio.
L’approccio è senza dubbio rispettoso del contesto in cui
gli originali erano stati proposti e l'album comprende sia
originali di Bert Jansch, sia brani che regolarmente venivano
da lui proposti, abbracciando anche qualcosa del periodo glorioso
con i Pentangle, con l’aiuto, saltuario, in queste sessions
di Stephen Hadley al contrabbasso, della batteria di Daniel
Faruggia e delle percussioni di Ray Pereira.
E’ quindi un appassionato, poetico, etereo ma al tempo stesso
solido tributo a un personaggio che ha segnato la strada per
molti colleghi dopo di lui, con quel misto di timidezza e
ritrosia nei confronti del business che ha caratterizzato
un’intera carriera, con ben quattordici momenti che scorrono
con estrema naturalezza. A Maid That’s
Deep In Love brilla come un vero gioiellino e con
una sontuosa versione di People On
The Highway (erano su due capolavori come Cruel
Sister e Solomon’s Seal) celebrano la stagione
dei Pentangle tra la fine degli anni Sessanta e i primissimi
Settanta, mentre non potevano mancare alcuni classici dello
Jansch solista come Sylvie, Reynardine, Blackwater
Side e il bellissimo strumentale Chambertin, che
era originariamente contenuto nel suo album L.A. Turnaround,
uno dei più lucidi e incisivi capitoli della sua discografia.
Ciliegina sulla torta, come si suol dire, una Blues
Run The Game di Jackson C. Frank di struggente
bellezza, canzone scritta dal musicista americano proprio
nell’anno di esordio di Bert Jansch, il 1965, e divenuta una
vera ‘signature song’ per un nome mai troppo lodato.
Sorrow Hides The Longing To Be Free è in definitiva
un tributo, ma anche uno sguardo penetrante, empatico e significativamente
poetico a un’epoca di slanci sperimentali e di grande rispetto
per la tradizione.