Il volume uno
prelude naturalmente a un secondo atto, che in realtà non
sappiamo ancora quando e se sarà approntato dalla band. Nel
frattempo Don’t Let It Die: Vol.1 offre le prime
dodici cover di questo progetto pensato dai cinque Deslondes
come omaggio alle proprie origini, musicali e geografiche,
tra influenze manifeste e tributi al proprio circolo di amicizie.
La singolarità dell’album è infatti quella di affiancare un
repertorio per così dire “classico” dell’Americana, alveo
nel quale ha preso forma il collettivo dei Deslondes
fin dal loro apprezzato omonimo debutto del 2015 per New West,
pescando tanto da Johnny Cash (The Ballad of Boot Hill,
perfetta per il vocione country di Riley Downing) quanto dal
conterraneo "re dello zydeco" Clifton Chenier (I’m
Coming Home), e uno più contemporaneo, dove autori ai
più certamente sconosciuti e che sono stati parte integrante
della storia dei Deslondes, sono riletti con sentimento e
affetto personale.
L’aria di casa deve avere giocato un ruolo centrale in questa
scelta, essendo Don’t Let It Die: Vol.1 a tutti gli
effetti il primo disco che il gruppo ha concepito in quella
Deslonde Street dove tutto ebbe inizio. Da quelle parti sono
avvenute le prime jam notturne che hanno dato forma alla band,
anche se oggi il solo Sam Doores continua ad abitarci, il
resto dei Deslondes sparsi nei quattro cantoni degli States,
ognuno anche con una propria carriera solista, cercando di
tanto in tanto di rimettere insieme i pezzi e ritrovarsi lungo
strade comuni.
Secondo questa logica Don’t Let It Die: Vol.1
è stato quindi completato al Neighborhood Studio di Ashville,
North Carolina, lì dove il chitarrista della band John James
Tourville ha da tempo avviato una proficua attività di produttore.
Ampliata la formazione di base con una piccola sezione fiati
e un paio di voci femminili, The Deslondes offrono anche nelle
rivisitazioni del materiale altrui dell’album un campionario
del loro eclettico stile roots, così celebrato agli esordi
e un po’ scemato strada facendo (ma il più recente Roll
It Out li rimetteva parzialmente in carreggiata): troverete
così un campionario di dolciastro country soul in Cordelia
(Drunken Prayer), Try Again (The Kernal) e I’m Gone
(Kiki Cavazos) affiancarsi a un violino cajun che mena le
danze di Long Drives and Lonesome
Mornings (Pat Reedy), tra le migliori del lotto,
tutte poi a correre di pari passo con la pura tradizione della
Lousiana in Lawdy Mama
(r&b cittadino appreso dalla versione di Edgar Blanchard)
e la tenera nostalgia di Where I’m From (Shelby Lynn).
Questa commistione di passato e presente, sempre a debita
distanza dalle scelte più banaili, rende il breve excursus
di Don’t Let It Die: Vol.1 apprezzabile nella sua sincerità
di approccio, per una volta dimenticandoci dei sospetti che
dischi di tal fatta siano spesso una scusa per tirare a campare.
D’altronde, basterebbe il garbo con il quale il gruppo approccia
The World Beyond (Swamp
Dogg) in apertura, con il suo contorno carezzevole di melodia
e voci, a rendere l’idea di un disco probabilmente nato più
per consolare se stessi e fare comunità, divertendosi a intrecciare
movenze funk al rallentatore in Moving (Leonie Evans)
e blandizie country da portico in Family (Nick Woods).
Dunque non il solito, prevedibile tribute album, ed è già
un punto a favore per il secondo volume, se mai vedrà
la luce.