Willie and Merle,
una storia infinita: anche adesso che il primo ha festeggiato
da pochi mesi i novantadue anni e il secondo è invece scomparso
da quasi un decennio. Due giganti dell’american music, country
è un termine perfino riduttivo, che nel corso del tempo hanno
più volte incrociato i propri destini, registrando tre dischi
in coppia, dal fortunato Pancho & Lefty del 1983 al
più recente (l’ultima incisione ufficiale di Haggard) Django
& Jimmie del 2015, passando anche per un lavoro condiviso
in tre con Ray Price, Last of the Breed. Il qui presente
Workin' Man: Willie Sings Merle sembra completare
un discorso che evidentemente Willie Nelson non riteneva
concluso, o forse è soltanto una scusa per tornare a pubblicare
l’ennesimo album, ormai il numero settantotto di un’infinita
serie che l’artista texano alimenta come fosse una necessità
esistenziale.
Siamo abituati alle sue periodiche incurisioni discografiche
e aggiungiamo volentieri questo omaggio al vecchio compare
Merle Haggard, anche incuriositi dalla presenza in studio
della sorella Bobbie Nelson al piano e di Paul English alla
batteria, entrambi deceduti da qualche anno e qui “recuperati”
in diverse sessioni svoltesi con Nelson e il fido Mickey
Raphael, storico armonicista della band di Willie e produttore
dell’intero progetto Workin' Man. Dunque è chiaro che
il materiale raccolto attraversi più periodi, ricorrendo ad
alcune presenze della Family Band di Nelson che ci hanno lasciato:
in particolare l’amata sorella Bobbie caratterizza il sound
domestico e accogliente di queste intepretazioni, che hanno
nella citata armonica di Raphael l’altro punto di forza solista,
il tutto ricamato quindi dall’inconfondibile binomio di chitarra
e voce dello stesso Nelson.
Quest’ultimo approccia il repertorio dell’amico Merle, undici
brani fra i più noti, senza porsi minimamente il problema
di rispettare filologicamente il cosiddetto “Bakersfield sound”
dell’originale, semmai adattando il tutto al suo fraseggio,
quella rilassata e swingante miscela di country&western e
spunti jazzy blues che hanno reso inimitabile lo stile di
Nelson. È evidente fin dall’attacco di Workin’
Man Blues e su tale falsariga si ripeterà nel prosieguo
della scaletta, dai momenti più ritmati alle ballad sentimentali,
lì dove spiccano titoli ormai considerati dei classici della
canzone country americana quali Swinging Doors, Mama
Tried, I Think I'll Just Stay Here and Drink, il
dolce capolavoro Silver Wings e la tenera confessione
di If We Make It Through December.
Sorprende forse che Willie abbia scelto anche la ben nota
e controversa Okie from Muskogee,
inno “anti-hippie” suo malgrado che per molto tempo ha generato
confusione intorno alla figura dello stesso Haggard, un anarchico
e battitore libero della musica americana più che un banale
conservatore: certo pensarla nell’intepretazione dell’outlaw
per eccellenza Willie Nelson, adoratore del fumo libero, che
qui intona i primi versi “We don't smoke marijuana in Muskogee”,
fa un po’ sorridere, ma è forse uno scherzo amorevole che
Willie ha voluto offrire al vecchio pard Merle.
Chiuso dalla meno conosciuta Ramblin’ Fever, brano
dell’omonimo album del 1977 di Haggard, Workin' Man: Willie
Sings Merle ha probabilmente il solo difetto di indugiare
per buona parte su alcuni degli episodi più assodati della
sconfinata produzione di Haggard, quando sarebbe stato invece
curioso illuminare canzoni meno frequentate e riconiscibili.
Nelson però crediamo abbia scelto le registrazioni in simbiosi
non solo con lo spirito di Merle Haggard ma anche con le “presenze”
di altre persone a lui care, a partire dalla sorella Bobbie:
il risultato ottenuto insieme a Mickey Raphael possiede una
falsa modestia e quel fare un po’ “laid-back” nella parte
musicale che sfocia alla fine in un ricordo semplice e sincero.