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a cura della redazione

  
Shortcuts #233: Alone At 3AM; Wise Old Moon; Dan Israel; David Gogo; BettySoo; Western Star
 

Alone At 3AM
Show the Blood
(SofaBurn 2015)

alt country, roots rock


American rock'n'roll: definizione più calzante non potrebbe esserci per questo quintetto di Cincinnati. Schietto, semplice impasto di chitarre, melodia e tradizione il loro, l'impronta di quel rock dalla terra di nessuno che sta a metà fra i Replacements e gli Uncle Tupelo. Nel caso degli Alone at 3Am (e già il nome racconta un po' dell'immaginario da desolazione di provincia) potremmo citare anche dei Buffalo Tom dalle trame più stradaiole, ma il concetto non cambierebbe di una virgola: Show the Blood mette in sequenza storie cittadine e disperazione americana con dieci episodi che scalciano tra vibrante roots rock e partiture power pop, sotto la guida attenda di Max Fender (voce e autore) e Joey Beck (basso), nucleo fondativo della band da sedici lunghi anni. A puntellare il sound i cori e le tastiere di Sarah Davis e le chitarre di Andy Hittle, tra i riff simil-Stones di Story on Sixth e l'irruenza country punk di Stick and Stones e Upside. Il disco nasce dalle ceneri del precedente Midwest Mess (2012) e da una rinascita artistica del gruppo, sull'orlo di una crisi di mezza età. La locale Sofaburn, interessante etichetta che ospita Buffalo Killers e il country di Jeremy Pinell tra gli altri, gli ha concesso fiducia, ricevendo in cambio un bel disco di genere, romanticamente rock sia nelle ballate (Most men) sia nelle veementi cavalcate elettriche (Just Can't Let It Go)

Wise Old Moon
Don't Take Off
(Wise Old Moon 2015)

alt country


Quartetto originario di Hartford nel Connecticut, che nell'arco di un paio di stagioni si è fatto notare sulla piccola scena locale (hanno guadagnato due nomination come "Best Americana" and "Best Folk/Traditional"), Wise Old Moon hanno chiari accenti alternative country e una dolce malinconia roots che sembra appartenere semmai a una band dello sperduto Midwest americano, o persino del Texas. Il malinteso nasce dalla natura delle canzoni di Connor Millican, voce e autore principale, il quale, sostenuto dalla lap steel di Dan Liparini e da qualche coloritura di piano e fiati (la deliziosa When It Rains It Pours, forse il brano più ambizioso della raccolta), si muove tra il country nostalgico della title track e le tessiture settantesche di ballate come Losing Speed, Denver to Charlotte e Play It Back, gli orizzonti western di una Separate Lives attraversata dall'epica twang delle chitarre e infine il piglio più elettrico di Skyscrapers, che torna alla stagione del giovane rock di provincia della seconda metà degli anni novanta. Nulla di nuovo sotto il sole, soltanto solide canzoni fra tradizione rivistata e storie che hanno l'impronta della strada (i Wise Old Moon parlano di un beat più elettrico influenzato dall'esperienza live di questi ultimi due anni, dopo l'esordio The Patters nel 2014). Per ambire a crescere, gli occorre meno dipendenza dai modelli di riferimento.

   
   

Dan Israel
Dan
(Dan Israel 2015)

folk rock


Una dozzina di album dalla metà degli anni novanta, già conosciuto come leader dei Cultivators, piccola band di culto del circuito roots di Minneapolis, città dove continua a suonare, Dan Israel è uno di quegli onesti gregari del rock di provincia che avrà sempre qualche buona storia da cantare. Dan, disco che fin dal titolo rivendica un percorso personale e una ripartenza al tempo stesso, è forse il suo album più riuscito in veste solista, un gradevole alternarsi di ballate e power pop dalle vibrazioni chitarristiche, in cui alcuni interessanti musicisti locali, tra i quali Adam Levy degli Honeydogs e Dave Boquist dei Son Volt, aggiungono note di colore agli arrangiamenti, sempre molto diretti. Il tutto declinato nello stile dimesso del protagonista, che continua ad avere il suo grande tallone d'Achille nella voce un po' monotona, ma si riscatta nella verve delle melodie: la dolce pop song Be With Me, il country gentile di Winter is Coming, le cristalline chitarre alla Byrds di Can't Believe It e Lonely Too, addolcite dalla presenza di una tromba, l'organo di You Don't Love Me Anymore e una deliziosa Winnning at Solitaire che pare un inedito dei Traveling Wilburys. Israel ricorda una sorta di compromesso tra Tom Petty e Freedy Johnston, con meno talento certo e canzoni non altrettanto memorabili, ma di sicuro spessore lirico.

David Gogo
Vicksburg Call
(Cordova Bay Records 2015)

rock blues


Rock blues di grana grossa, dalla robusta scorza elettrica quello che ci propone il canadese David Gogo nel suo quattrodicesimo album in carriera, Vicksburg Call. Poco conosciuto fuori dai confini nazionali, Gogo ha collezionato cinque nomination ai Juno awards, facendosi conoscere anche nei tour di spalla a grandi nomi del blues mondiale. Le credenziali ci sono tutte e la presenza nell'album di ospiti come Kim Simmonds (Savoy Brown) conferma il pedigree del musicista. Senza mettere in discussione le capacità tecniche, va segnalato che rispetto al passato Gogo oggi lascia correre libere le chitarre e i risultati sono appesantiti da un sound poco malleabile, tra una Cuts Me to the Bone che apre la raccolta virando verso l'hard rock e un boogie come Folling Myself che sa molto di ennesima rimasticatura. Meglio l'oasi acustica e la tensione fra national e armonica creata in There's a Hole o la classica ballata sudista Our Last Goodbye, anche se probabilmente si faranno notare di più le cover: The Loner (Neil Young), stravolta in chiave rock blues, non funziona, Jet Set (Sigh) di Stephen Stills, anch'essa indurita nel suono e una chiusura affidata a Why di Annie Lennox, questa volta sì domata con intelligenza, facendo uscire tutte le vibrazioni soul del brano.

   
   

BettySoo
When We're Gone
(BettySoo/IRD 2015)


folk, americana


Nei mesi scorsi in Italia per un breve tour acustico, la texana di origini coreane BettySoo presenta il suo ultimo lavoro, in verità datato 2014 e registrato negli studi del violoncellista e produttore Brian Standefer. Insieme a lui sono nate la maggior parte delle composizioni, con un cuore acustico a cui di volta in volta si sono aggiunti i camei di alcuni dei musicisti più importanti della scena roots di Austin, luogo dove da qualche anno BettySoo si muove artisticamente. Sono presenti la pedal steel della leggenda locale Lloyd Maines, il basso di Glenn Fukunaga, la chitarre di Will Sexton e la batteria di Rick Richards, tutti al servizio delle ballate della protagonista e di una voce delicata, che si impone per il suo tocco intimo. In equilibrio tra brillanti accenti folk rock (100 Different Ways of Being Alone, il potenziale singolo) e una sorta di Americana d'amosfera (Last Night), qualche volta imprimendo una sensibilità "indie" al suono (ad esempio la partenza con Listen, o in Hold Tight), BettySoo trova l'abito più adatto per la sua scrittura confessionale, anche se non accenna mai a qualche deciso cambio di passo. When We're Gone scorre così tranquillo e assomiglia alle proposte di tante altre colleghe che affollano il palcoscenico Americana al femminile: per distinguersi occorre una personalità più forte.

Western Star
Fireball
(Saustex Media/ IRD 2015)

cow punk


Un gran baccano a suon di rock'n'roll quello proposto dai Western Star, band divisa fra il Texas, dove ora risiedono in un ranch di famiglia, e la East Coast, dove il loro esordio sulla distanza, Fireball, è stato inciso sotto la direzione di Ken Bethea degli Old 97s. Il legame con gli Old 97s è confermato anche da un tour come gruppo spalla e da una certa affinità elettiva, anche se il punk rock dei Western Star è assai meno invischiato con le radici e tende al caos con più facilità. Il nucleo originario si è formato intorno alla figura di Max Jeffers e del chitarrista Justin Myers, originari della Virginia, i quali hanno poi raccolto per strada il fratello maggiore di Jeffers, Nicholas e il batterista Bob Shade. Quartetto così completato e pronto ad affrontare la dura legge della strada, i Western Star ricordano, nello sferzante sbuffare della stessa Fireball, di Ghostchaser e The Difference, trittico stilisticamente esemplare in apertura, il sound fra tradizione e punk dei Supersuckers. Grezzi nell'esposizione, ma anche parecchio monolitici, la ricetta della band prevede ceffoni continui e poche rifiniture: Aeroangel ha qualche seme soul, Stars & Cars è un'idea di ballata elettrica e nel finale Oracle esplode lentamente in striduli attacchi di acid rock e sventagliate grunge delle chitarre che piacerebbero ai Mudhoney. Generosi, ma ancora troppo confusi.