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a cura della redazione

  
Shortcuts #235: Tim Houlihan; Caroline Aiken; The Sumner Brothers; Alex Culbreth; Frank Solivan; Six String Yada
 

Tim Houlihan
Another Orion
(Peatcart Music 2015)

folk rock


Da una Minneapolis solitamente più nota alle cronache del rock'n'roll per le origini operaie e punk della scena cittadina, arriva il songwriting di stampo classico di Tim Houlihan. Avremmo giuirato si trattasse di un californiano, tanto è intrisa di una brezza West Coast e di certe melodie a cavallo tra country rock e folk elettrico settantesco la sua musica. Another Orion parte infatti con questa docile indole in I Get Lonesome, Too e prosegue seguendo le tracce ora di un rock vivace e leggero (Send Me Back to You), tutto colori sgargianti nelle chitarre (Beneath the Surface of the Well è materiale da college rock anni Ottanta), ora di qualche bizza che passa per trame blues (la stessa title track, Fair Retreat) ed elettricità degna dei Crazy Horse di Neil Young (What's Gonna Happen to Me), mostrando più duttitlità del previsto. Se non abbiamo fatto male i conti, anche per le scarne note biografiche sul personaggio, si tratta del quinto lavoro di Houlihan e il primo a ricevere una produzione calibrata, fianco a fianco con il collega Kevin Bowe, che ha smussato gli angoli e offerto a Houlihan un suono rotondo, pulito, a volte persino troppo, esaltando l'impronta classica della sua scrittura. Miracoli non ce ne sono all'orizzonte, ma un buon artigianato di genere questo sì.
(Fabio Cerbone)

Caroline Aiken
Broken Wings Heal
(Caroline Aiken 2015)

folk rock


Madrina di molte delle folkinger in circolazione dagli anni Ottanta in poi, Caroline Aiken è una di quelle figure mai assurte al ruolo di prima stella, eppure essenziali nell'aprire la via ad un certo cantautorato femminile, quello diviso fra impegno e modernità del linguaggio folk rock. Cresciuta ad Atlanta, girovaga per vocazione, dagli Stati Uniti al Centro America dove ha vissuto per diverso tempo, la Aiken conta una decina di album, presenze importanti ai festival di genere ma soprattutto amicizie, attestati di stima e collaborazioni che la rendono una piccola icona. Non è un caso che in Broken Wings Heal appaiano le voci di Emily Saliers delle Indigo Girls (influenzate dalla Aiken a inizio carriera) e Michelle Malone, oltre alla produzione di un veterano come John Keane (Rem, Vic Chesnutt, Widespread Panic e un centinaio d'altri), che suona chitarre, steel e organo e chiama a raccolta ottimi musicisti locali, tra i quali si distingue Randall Bramblett. Ne scaturisce il prototipo del disco che ci potremmo aspettare da un'artista con il curriculum della Aiken, ballate folk leggermente toccate dall'elettricità e levigate nelle melodie, da Mission of Angels a Mysterious Wonder alla pianistica Cry Wolf, che per concezione sonora sembrano bloccate ad una trentina e passa di anni fa. Tutto un po' troppo ingessato.
(Fabio Cerbone)

   
   

The Sumner Brothers
The Hell in Your Mind
(Sumner Brothers Records 2015)

country rock


I fratelli Sumner arrivano al quinto disco, e The Hell In Your Mind è un titolo che riassume perfettamente lo stato dell'arte. I due fratelli si alternano alle voci, uno con un tono più roco e grosso e l'altro con uno fragile. Originari di Vancouver, con questo dettaglio chiariscono efficacemente l'influenza principale (il signor Neil Young). Last Night I Got Drunk balla sul filo di bluegrass e potenze chitarristiche settantiane, Giant Song si muove verso i Pearl Jam regalando nel ritornello una ventata di ricordi degli anni novanta, e Go This One Alone comprime e riespande il tutto con dosi di elettricità corrosiva. Due brani chiudono la prima e la seconda parte del disco in modo inaspettato: It Wasn't All My Fault e My Dearest Friends con la base elettronica di batteria e tastiere, si lanciano in territori inesplorati che ricordano gli Associates di inizio anni ottanta, sopra i quali le chitarre acustiche costruiscono paesaggi interiori spazzati da venti gelidi. I momenti sbagliati sono Ant Song, un brano che continua alternando la voce spezzata a contorsioni che andavano più sviluppate e Lose Your Mind, ballata che nel ritornello scade nel melenso, con la voce che rovina la dimensione dimessa della musica. Cosa manca a questo lavoro? Registrato egregiamente ma senza ricevere alcuna produzione artistica, i limiti compositivi di stesura e arrangiamento dei fratelli risultano lampanti. Il tentativo è lodevole, ma la realizzazione incerta.
(Luca Volpe)

Alex Culbreth
The High Country
(Alex Culbreth 2016)

americana


Di Alex Culbreth abbiamo davvero poche notizie. Sappiamo che è originario della Virginia e che oggi risiede ad Austin, Texas. Tutto ciò che riusciamo a trovare in rete è relativo al suo precedente lavoro, Heart In A Mason Jar realizzato insieme ai The Dead Country Stars, band formatasi nel 2012 e con la quale Culbreth ha girato gli USA, conquistando vari consensi. The High Country contiene undici brani inediti che vanno dal country al blues: il disco si apre con il ritmo galoppante, caratterizzato da violino, banjo e armonica a bocca, di Corn Liquor, che ci riporta un po' al vecchio western. A seguire il blues di The Mustache Ride rompe il ritmo espresso nel brano precedente, ma lo stile country viene poi ripreso nel "lamento del camionista" Trucker's Lament, che sembra quasi una fotografia della routine alla quale i guidatori dei grandi mezzi da strada sono spesso sottoposti. A metà dell'opera, scandito da un ritmo più preciso di un orologio svizzero e da una voce modulata ma graffiante negli acuti, Stagnant Waters lascia un po' perplessi. Sembra la nota fuori posto dell'intero lavoro. Il tutto riprende poi così come era iniziato: continuano ad alternarsi i due generi musicali precedentemente espressi con brani più ritmati e altri più lenti. L'inizio sembra lasciar ben sperare, poi The High Country diventa troppo ripetitivo e resta ben poco di ciò che si è ascoltato.
(Fabio Penza)

   
   

Frank Solivan
Family, Friends and Heroes
(Compass 2016)


bluegrass, old time


Uno dei tanti nomi nuovi del bluegrass, che tiene viva la fiammella della tradizione e al tempo stesso cerca di aggiornarla al contemporaneo, Frank Solivan è un mandolinista che si è fatto una certa reputazione attraverso il progetto Dirty Kitchen, una nomination ai Grammy nel 2014 come Best Bluegrass album. Family Friends & Heroes torna alla veste solista, seppure infarcito di ospiti e fin dal titolo un palese lavoro di condivisione e omaggio alle proprie fonti di ispirazione. Ecco spiegate le presenze di veri e propri luminari del genere come Del McCoury, Sam Bush, Jerry Douglas e John Cowan, affiancati tra gli altri dalle voci della madre Lorene Solivan o della cugina Megan McCormick. Tra famiglia e amici dunque, l'album scorre in quella placida terra dove tendenze bluegrass "progressive", come vennero definite un tempo, e rispetto delle regole si alternano, offrendo musica calligrafica, ben eseguita e altrettanto inoffensiva, qualche volta persino noiosa, va detto. Tra le curiosità l'apertura con il classico di Roy Orbison, Pretty Woman, I Still Miss Someone di Johnny Cash e Leaving on a Jet Plane di John Denver, ma al di fuori della coralità del disco, del suono pulito e gentile della tradizione, anche i brani autografi o qualche vecchio folk (Wayfaring Stranger) non escono dalla campana di vetro.
(Fabio Cerbone)

Six String Yada
Diluted Roots
(Rootsy 2016)


old time


Quartetto svedese di chiara matrice old time, strumentazione acustica e fedeltà alla tradizione più rurale, i Six String Yada trovano orecchie sensibili presso la Rootsy, etichetta scandinava che ormai si è fatta un nome tra gli appassionati di sonorità americane. Diluted Roots è il secondo capitolo della loro discografia e non sposta di una virgola le ispirazioni di partenza, anche se la scelta di qualche insolita cover potrebbe attirare più attenzioni sulla loro proposta musicale: No One Knows dei Queens of the Stone Age viene riportata all'origine country blues della sua melodia, mentre Fear and Trembling attinge dal repertorio punk dei Disfear e nel finale una strampalata declinazione in chiave hillbilly del classico Iko Iko strappa un sorriso. Quattordici brani in presa diretta, un giorno di prove e due di registrazioni, buona la prima: la filosofia sonora dietro la proposta Six String Yada è evidente, anche se l'alternanza di traditional (da Tom Dooley a Lazy John, per chiudere con Trouble in Mind) e brani originali non cancella l'idea di una band molto ingessata nelle regole di genere. Vecchie ballate, musica appalachiana, folklore americano rivistato: su questo campo hanno arato in tanti e la terra comincia a non essere più molto fertile. Non basta qualche scelta curiosa per uscire dall'angolo.
(Fabio Cerbone)