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a cura della redazione

  
Shortcuts #219: Kelley Hunt; Hayseed Dixie; Rich Robinson; Matt Townsend and The Wonder of The World; Larkin Poe; Sean O'Brien & His Dirty Hands
 

Kelley Hunt
The Beautiful Bones
(88 records 2014)

r&b, soul rock
kelleyhunt.com


Sorta di versione al femminile del texano Delbert McClinton, di cui spesso insegue il gesto r&b e le finiture blues, Kelley Hunt è una voce fuori dal coro delle più e meno giovani autrici sulle tracce della tradizione. Il suo terreno di caccia preferito è infatti quello di una black music che guarda alla mitologia sudista, allo spirito di Mahalia Jackson e all'innovazione soul di Aretha Franklin, così come a certa scuola swamp sudista, a tutto il catalogo della Stax, illuminandolo con le luci di Memphis. The Beautiful Bones è il sesto lavoro della Hunt, originaria del Kansas, registrato a Nashville con musicisti di comprovata esperienza, dall'organista Mark Jordan (Van Morrison, Bonnie Raitt, Delbert McClinton) al batterista Bryan Owings (Emmylou Harris, Shelby Lynne, Delbert McClinton, ancora lui, e una ragione ci deve essere). Levigato ma non ruffiano, solcato da classe r&b d'annata e da una voce tonica, seppure non così potente come ci si aspetterebbe dal genere affrontato, l'album convince favorevolmente per la qualità del repertorio, tutto originale, ma con uno stampo che più classico non si può: il funkeggiare di This Time, una Golden Hour sospinta dalla partecipazione delle McCrary Sisters (vera e propria istituzione del gospel moderno), la passionale ballad Release and Be Free e il profumo soul da manuale di Simplify e della stessa title track, le trame paludose di Gates of Eden rappresentano la carta di identità di una musicista (anche ottima pianista) dalla pelle bianca, ma accesa dal sacro fuoco delle sue eroine nere.

Hayseed Dixie
Hair Down To My Grass
(Hayseed Dixie Records 2015)

rockgrass
hayseed-dixie.com


Il gioco funziona, perché romperlo? Quindici album sul groppone, altrettanti anni di carriera, gli Hayseed Dixie ripetono la fortunata formula del ribattezzato "rockgrass", rivistazione in chiave country rurale di una larga parte del repertorio hard rock e mainstream metal uscito dagli anni ottanta. Se pensavate di avere sepolto fra i ricordi giovanili le capigliature cotonate o le tutine in spandex, dovrete ricredervi all'ascolto di Hair Down to My Grass, dodici cover selezionate ad arte dalla band del Tennessee, che resuscitano Twisted Sister (We're Not Gonna take It) e Def Leppard (Pour Some Sugar On me), un Bon Jovi d'annata (Livin' On a Prayer, tra le più riuscite, dovessimo azzardare), il Bryan Adams di Summer of 69 e persino quell'orrore chiamato The Final Countdown degli svedesi Europe. Il banjo di Johnny Butten e il mandolino di Hippy Joe Hymas sono il cuore della faccenda, mentre John Wheeler si diverte a deviare le melodie rock da stadio nella direzione della campagna (con una timbrica vocale che, non ci avevo mai fatto caso, ricorda Elvis Costello). Di più non è lecito chiedere e sarebbe forse il caso di andarli a scoprire dal vivo, dove il divertimento è assicurato. Su disco, fin dalla prima sortita come mutazione bluegrass degli Ac/Dc (in seguito hanno anche omaggiato i Kiss), le ragioni di un'operazione come quella degli Hayseed Dixie perdono efficacia, almeno non siate curiosi di ascoltare Don't Fear the Reaper e Comfortably Numb (le cose di miglior gusto qui dentro) in chiave country, o magari rivalutare Eye of the Tiger (si, proprio quella di Rocky III) e i Journey di Don't Stop Believin'.

   

Rich Robinson
Woodstock Sessions Vol. 3
(Woodstock Sessions/ IRD 2014)


southern rock
woodstocksessions.com


Il terzo volume delle Woodstock Sessions, dopo Alan Evans Trio e Medeski Martin & Wood, fa un salto nel profondo sud e mette in vetrina la musica di Rich Robinson, l'altra metà dei Black Crowes. Sostanzialmente un live di studio, di fronte ad un selezionato pubblico di circa duecento persone, presso l'Applehead Recording, è l'occasione per misurarsi con un tipo di approccio improvvisato e senza mediazioni, magari nel tentativo di rivitalizzare il proprio repertorio. Catturato nel maggio dello scorso anno, in concomitanza con l'uscita dell'ultimo The Ceaseless Light, il disco raccoglie materiale recente, un paio di cover, tra cui una insospettabile Oh! Sweet Nuthin' di Lou Reed e qualche ripescaggio dai precedenti lavori di Robinson (in tutto tre uscite soliste, con una progressiva crescita di ispirazione). Dunque un album ad esclusivo beneficio dei fan e poco rivelatore sulle qualità delle composizioni di Robinson, abbastanza fedeli alle originali e non dissimili negli arrangiamenti. Il mood è quello che conosciamo: un southern rock impastato a volte di psichedelia, di paludoso blues elettrico e virate simil-Stones, con una voce certo non irresistibile a sostenere il tutto (manca in episodi come The Giving Key o I Know You il sostegno dei cori presenti nelle incisioni ufficiali), ma un robusto interplay tra i musicisti del quintetto. Come sempre la constatazione ingenerosa, ma sincera è che non si tratta dei Black Crowes, ma soltanto di un buon surrogato. A voi la scelta.

Matt Townsend
Matt Townsend and the Wonder of the World
(Eternal Mind Records 2014)

Americana, folk rock
matttownsendmusic.com


Una copertina colorata, in forte odore di psichedelia (ci sono anche delle rose degne dei Grateful Dead) introduce un nuovo songwriter dal Vermont, Matt Townsend (nessuna parentela importante, se ci state pensando) e il suo collettivo, in tutto otto musicisti, denominato The Wonder of the World. I riferimenti stilistici alla stagione freak terminano subito, perché il terreno familiare per la band e l'autore, oggi trasferitosi in North Carolina, è semmai un lineare folk rock con accenti "dylaniani" e naturale corollario di influenze tra Americana e canzone country d'autore, che rotola su accordi sicuri in Seventh Story e Carry On, tra organi, pedal steel e violini a dare colore. Molte certezze insomma, ma poca fantasia, nonostante qualche entusiasta commento intercettato sulla rete: non se ne vedono le ragioni, anche perché la voce di Townsend è davvero il suo tallone d'achille, verbosa e un po' troppo monocorde per far compiere un salto di qualità alla pur pregevole fattura folkie di Wind Without the Rain o Desire Like a Lion. I testi sono invece la nota peculiare, sognanti e ricchi di immagini, sulla linea del Dylan di Blonde on Blonde, volendo volare altissimi. Non bastano tuttavia a togliere quella patina un po' anonima che alcune melodie di questo esordio mostrano, pur nella buona volontà di strizare l'occhio al folk rock più cristallino (Love I'm Coming Home). C'è da lavorare ancora di fantasia e arrangiamenti per rendere le liriche di Matt Townsend qualcosa di necessario e intrigante.

   

Larkin Poe
Kin
(RH Music/ IRD 2014)


pop rock
larkinpoe.com


La trasformazione delle sorelle Lovell - Rebecca alle chitarre, mandolino e voce principale e Megan alla lap steel e cori - è stata graduale ma costante, tanto da distanziarsi nettamente dai loro esordi in campo folk e bluegrass. Allora si facevano anche chiamare con un altro nome, Lovell Sisters, e promettevano una diligente riproposizione del passato in chiave Americana, sulla scia di Gillian Welch. Nel mezzo sono arrivati l'abbandono della sorella maggiore Jessica, il cambio di sigla (Larkin Poe, in onore di un vecchio avo, lontano parente del leggendario scrittore Edgar Allan) e una sequela di ep (cinque in tutto, in particolare con la serie inaugurata nel 2010, uno per stagione) che ha via via risciacquato il loro sound in direzione diun pop rock ammiccante e insipido, che solo sulla distanza svela le radici sudiste del duo (vengono da Atlanta). Kin, prodotto fra la nativa Georgia e Los Angeles, è l'apice di questo passaggio, un disco furbetto che mette insieme belle armonie vocali e qualche chitarra speziata dalle trame hard blues, facendo ricorso a melodie legate vagamente al folk, ma in realtà lanciato verso le facilonerie di Don't , Dandelion o Sugar High e We Intertwine, suono rock "contemporaneo" e anonimo che assomiglia ad altre cento proposte. Crown of Fire fa il verso (male) alle First Aid Kit, Elephant è tronfia nel ruffiano arrangiamento simil-Jack White (solo nelle intenzioni, sia chiaro) e Jesse è semplicemente una brutta canzone.

Sean O'Brien and His Dirty Hands
Risk Profile
(First Cold Press 2014)

rock, post punk
seanobmusic.com


Il sesto album del californiano Sean O'Brien nasce sull'onda dell'emozione per la perdita di Jeff Kane, storico collaboratore dei Dirty Hands. Alla sua memoria è dedicata questa raccolta, Risk Profile, che prosegue a livello musicale nel solco dei precedenti lavori. Un vecchio frequentatore dei circuiti indipendenti della West Coast, soprattutto nella sua brillante stagione post punk, O'Brien ha intrecciato la sua storia con formazioni di culto quali True West, Denim TV, The Mariettas. Non a caso tra gli ospiti di queste sessioni troviamo i nomi di Greg Lisher dai Camper Van Beethoven, Damon Wood degli Engine 88 e Tom Hofer dai The Leaving Trains e più in generale cogliamo subito un sound che è rimasto ancorato a quell'idea di rock spigoloso, dove psichedelia, punk e folk rock acido si intrecciano, calcando la mano sui riverberi e un tipo di produzione che potrebbe tranquillamente sbucare dalla prima metà degli anni ottanta. Questo è il pregio e il difetto di Risk Profile, che non ha grandi canzoni da offrire, e semmai può affascinare per il suo collocarsi fuori tempo massimo. Non sono certo invincibili gli assalti di Rehabilitated (I Want You), e tanto meno le riminescenze Paisley di Final Say o il jingle jangle aggiornato di How I Hate that Hand. Si tratta di curiosi scherzi della cronologia rock e Sean O'Brien con i suoi Dirty Hands non sembrano poter offrire più di qualche impressione sulla tavola del loro dipinto. Nel finale provano la carta di un glaciale post punk, con inserti di elettronica (Painted on Glass, The Sugar Will Do You In), ma non usciamo dall'angolo.