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a cura della redazione

  
Shortcuts #222: The Reverend Peyton's Big Damn Band; Gill Landry; Joe Pug, Joe Topping; Wrinkle Neck Mules; Juke Joints
 

The Reverend Peyton's Big Damn Band
So Delicious
(Yazoo/ IRD 2015)

hill country blues
bigdamnband.com


Il quinto episodio della "dannata banda" del Reverendo Peyton approda al marchio storico della Yazoo, etichetta che ha scritto la storia del blues rurale americano. Una sorta di benedizione per questo solido trio dell'Indiana, che da sempre annovera la musica dei padri del genere tra le sue principali influenze. Country blues elettrificato, spirito punk, testi che celebrano la vita di campagna, il cibo e la semplicità dei sentimenti, ma anche la dignità del lavoro più umile, So Delicious! è da affiancare alle proposte del cosiddetto "blues delle colline", North Mississippi Allstars e dintorni, per lo meno quelli degli esordi: basta ascoltare la furia d'esecuzione di Let's Jump a Train in apertura, We Live Dangerous, e ancora lo scuro delta blues di Dirt, la slide e il ritmo incalzante di Raise a Little Hell (con un coro di "innocenti" bambini alle spalle). Caratteristiche essenziali il fingerpicking assatanato e preciso di Reverend Peyton alla National e il suo vocione sgraziato, così come lo stile percussivo del trio, diviso tra il washboard della moglie Breezy Peyton e la batteria di Ben Bussell. Senza l'ausilio di un basso, sostenuta soltanto dalla funanbolica tecnica del leader, la band è capace anche di momenti più acustici (Scream at The Night, Pickin Pawpaws) e di avvicinarsi con affetto al gospel (il gioioso finale con Music and Friends).

Gill Landry
Gill Landry
(ATO 2015)

americana, folk rock
gilllandrymusic.com


Non il primo membro del fortunato collettivo roots Old Crow Medicine Show a firmare un disco solista, ma certamente quello con una carriera più strutturata al di fuori della band (terzo album in ordine di apparizione dal 2007), Gill Landry resta in casa Ato per dare alle stampe un omonimo lavoro dalle tinte malinconiche e romantiche. Un ciclo di ballate sull'amore e i suoi patimenti che in titoli quali Lost Love, Funeral in My heart o Waiting for You Love riflette perfettamente il clima sonoro del disco, un susseguirsi di languide ballate a tema folk rock, che innestano anche elementi pop e soul (è il caso del singolo Just Like You), mantenendo sempre un basso profilo. È il fascino e il limite dell'intero Gill Landry, certamente distante dall'opera degli Old Crow Medicine Show e in questo meritevole di attenzioni, ma anche dominato dal tono dimesso e un po' accartocciato su se stesso dello stesso Landry, interpretazione uniforme che non varia la ricetta. Nobilitato dalle presenze di Laura Marling (duetto nel migliore episodio, Take This Body), di Nick Etwell (tromba) dai Mumford and Sons e del collega Robert Ellis (sua la chitarra che vira verso atmosfere spanish in Fennario), il disco ha l'impronta personale e introspettiva del songwriter di stampo classico, ma anche i difetti di una scena Americana compiaciuta e immobile.

   
   

Joe Pug
Windfall
(Loose Music 2015)


americana, folk rock
joepugmusic.com


Segnalato a più riprese come una "bella promessa" del circuito folk americano, Joe Pug si sbraccia da un lustro per trovare il suo spazio in mezzo ai vari John Fullbright, Jeffrey Foucault, Joe Purdy e un'altra decina di talenti "in fieri". E il suo problema resta quello di tutti gli altri colleghi: maniera impeccabile, ballate rotonde, suono elettro-acustico che pesca piene mani nella tradizione, non un capello fuori posto. Windfall in questo percorso sembra persino il disco più forbito e prezioso, senza dubbio più suonato e lontano dalle ristrettezze acustiche e dylaniane degli esordi. Il nostro Pug ricorda un discepolo a metà strada fra gli insegnamenti di John Gorka e Greg Trooper (If Still It Can't Be Found pare farina del suo sacco), con la melodiosa Bright Beginnings ad aprire e dettare il tono dell'intera opera, tra la densità del songwriting di Veteran Fighter, il cristallino folk rock profumato di Americana in The Measure e Burn and shine, sviluppate d'intesa con il suo trio (in particolare la coppia Greg Tuohey alle chitarre e Matt Schuessler al basso, che lo affiancano da tempo in tour) e abbellite di tanto in tanto da una steel guitar o da un controcanto femminile. Tutto secondo copione e stilisticamente apprezzabile, perché qui non si sgarra: è canzone americana dalla calligrafia riconoscibile, e forse questo rimane anche il suo limite maggiore, quasi inconsapevole nella sua onestà di fondo.

Joe Topping
The Vagrant Kings
(Fellside Recordings 2015)

folk & roots
joetoppingmusic.com


Nome emergente della scena folk inglese, Joe Topping non è profeta in patria, tanto le sue morbide ballate sono intrise di radici americane. Reduce da un viaggio "on the road" di 1400 miglia in terra statunitense ha raccolto suggestioni che vanno dal blues al country d'autore fino a un elegante sound acustico che sfiora bucoliche candenze pop, portando a termine la collaborazione con The Vagrant Kings. Essenziale il contributo di Steve Parry, produttore e titolare di organo e tromba, a suggerire le sfumature dell'album, che passano dalla slide di No Matter Where I Ramble, manifesto di intenti che ha già scomodato paragoni con Ry Cooder, alla marcetta made in Lousiana di I'm Not Gonna Worry. Gli altri musicisti coinvolti sono Jack McCarthy alle percussioni e Scott Poley alle percussioni, per un mescolanza di tradizionalismo e belle maniere che ricorda il Kelly Joe Phelps più acquietato (Cat on a Cold Slate Roof, o la drammatica The Ballad of William Burke). Topping in verità non nasconde l'educazione folk britannica (ha suonato con Elbow Jane e nel progetto The Rainbow Chasers di Ashley Hutchings), che tuttavia resta un'impressione di fondo nell'esecuzione di This Love and Lack of Money e Put The Ground Beneath My feet, canzoni bagnate nel grande fiume americano. Un eccessivo contegno frena il disco nella seconda ideale facciata, chiedendo una maggiore varietà stilistica.

   
   

Wrinkle Neck Mules
I Never Thought It Would Go This Far
(Lower 40 Records 2015)


alt-country, roots rock
wrinkleneckmules.com


Cinque dischi e un ep alle spalle, sono gli stessi Wrinkle Neck Mules a prenderla con ironia, intitolando il loro nuovo album I Never Thought It Would Go This Far. C'è anche un po' di orgoglio naturalmente nella dichiarazione della band della Virginia, uno degli ultimi esempi di cristallino alternative country, da vecchia scuola dovremmo dire. Diviso tra il songwriting di Andy Stepanian e Chase Heard, il quintetto di Richmond resta fedele alla linea, tra ballate e tempi medi che mettono insieme l'eco di steel guitar e l'accento rurale del banjo con l'elettricità del rock proletario. Testi di chiara matrice blue collar, immagini ancorate alla vita e alle tradizioni della provincia, i Wrinkle Neck Mules narrano dell'uomo comune e lo fanno con un piglio onesto. Rispetto al recente passato c'è anche una maggiore consapevolezza dei propri mezzi e un parziale ritorno all'ispirazione dei primi dischi: non è un miracolo I Never Thought It Would Go This Far, ma li rimette in carreggiata con un sound più ruspante ed efficace, tra il country fuorilegge di Whistlers & Sparklers, alla maniera di Waylon Jennings, le marcette bluegrass dallo spirito punk (Sugar Bowl) e le lunghe cavalcate tra acustico ed elettrico in Mustang Island e Release the Reins, oltre a tutto quel campionario di roots rock dalla terra di nessuno che costituisce l'abc del genere. Qualche cambio di passo avrebbe giovato, ma l'album regge nel suo tono nostalgico.

Juke Joints
Heart on Fire
(Continental/ IRD 2015)

blues rock
thejukejoints.com


Nome che promette serate bollenti e fedeltà al suono più sporco e viscerale del blues, il quartetto olandese dei Juke Joints è in verità un prevedibile riassunto dei luoghi comuni delle dodoci battute. Quartetto storico a livello nazionale, in pista da più di trent'anni e titolari di un Best Dutch Blues Band alle premiazioni del 2012, i Juke Joints di Heart of Fire, nono disco di studio, stazionano nel guado, fra Chicago blues fatto con lo stampino e qualche impennata rock'n'roll che ricorda il piglio operaio dei Dr. Feelgood (ma questi ultimi giocavano in ben altra categoria, sia detto). Divertono la stessa Heart of Fire e una cover di Funny Little Valentine di Louis King, All Over Again gioca con il soul d'annata, mentre Russian Roulette è un rock blues di grana grossa e Nataly il lentone di ordinanza. Tutto rimasticato, sentito fino alla noia e senza un guizzo di fantasia. Non bastano la chitarra pepata di Michel Staat e l'armonica di Sonnyboy vd Broek per tenere alta l'attenzione e tutto scivola in un dejà vù che sarà anche fedele alla linea, ma può risultare apprezzabile giusto per accompagnare un paio di birre al bancone del bar. Spiace essere così taglienti nel giudizio, ma dalla musica chiediamo qualcosa di più di un semplice dopo-lavoro.