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 Shortcuts   dischi in breve
  
a cura della redazione

  
Shortcuts #244: Country Lips; Pete Sinjin; Claire Lynch; Special Consensus; Tommy Hale; Shannon Lyon
 

Country Lips
Till the Daylight Comes
(Country Lips 2017)

honky tonk band


Orchestrina variopinta e numerosa - sono in otto e si alternano in quattro al canto e alle armonie vocali - i Country Lips arrivano dal posto meno country che potreste immaginare, Seattle, e si riappropriano di un suono godereccio e rurale dove l'honky tonk d'annata incontra gli influssi del border messicano dettati da un accordion, mentre gli svolazzi della pedal steel li fanno sembrare degli espatriati dal Texas. La band è già sulla strada da qualche stagione, sempre indipendente e con un seguito locale che prova adesso a sfondare il muro dell'indifferenza grazie alla pubblicazione internazionale di 'Till the Daylight Comes. L'album, uscito la scorsa estate negli States e ora distribuito in Europa, non è la rivelazione che ci si può aspettare da un genere codificato come quello affrontato dai Country Lips, ma tra le sue marcette alternative country il gruppo ricorda i texani Gourds (o i più recenti The Deslondes, band che incide per la New West) e non fa mistero dei suoi numi tutelari, gli stessi che si affacciano in canzoni come Laundromat e Grizzly Bear Billboard, un mix di Johnny Cash, George Jones e Doug Sahm con l'ingenuità della gioventù dalla loro parte. Titoli quali Bar Time e Reason I'm Drinking parlano chiaro: l'ambientazione è blue collar, la storie d'amore finiscono spesso in un disastro, ma l'ironia è la vera arma vincente.

Pete Sinjin
The Heart and the Compass
(Pete Sinjin 2016)

alt-country


Ci eravamo occupati di questo songwriter dell'area di Brooklyn ai tempi del suo esordio Better Angels Radio: era il 2011 e nel frattempo Pete Sinjin ha aggiunto altri tre dischi alla sua produzione, l'ultimo dei quali, The Heart and The Compass, ci ricorda come il suo stile fosse facilmente accostabile alla più classica scuola alternative country. Non avendo notizie di quanto accaduto nel mezzo, possiamo soltanto affermare che Sinjin è rimasto fedele alla linea, offrendo undici bozzetti che sanno di provincia rock, di passaggi folk malinconici, di un country rurale e leggeremente elettrificato che porta nel dna la lezione di Jay Farrar e dei Son Volt o dei primi Whiskeytown di Ryan Adams. Nulla di nuovo sotto il sole, anche se le canzoni sono forbite e la produzione di un esperto come Bryce Goggin (Pavement, Luna) mette al sicuro il risultato. Sinjin mostra il disegno di un cuore all'interno del libretto, dice che è stata la sua bussola nel tratteggiare questi brani (That's My Heart in apertura e nel finale The Night That I saw God, a confermare la sua scrittura sensibile alle piccole cose della vita), a volte rustici con pedal steel, mandolino o un fiddle in lontananza (Dirty Windshield, il duetto con Michaela Anne in Desperate Kind of Love), altre più robusti (Breathing The Same Air, Last Stand and Testament, che ricorda il piccolo classico dei Bottle Rockets 1000's Dollar Car).

   
   

Claire Lynch
North by South
(Compass/ IRD 2016)

newgrass, folk


Galeotta fu un'email (ormai le lettere cartacee non si usano più) con un estimatore di Toronto, proprio quel Milo cantato infine nell'omonima canzone firmata da Claire Lynch. Tra i due non solo è sbocciato l'amore, ma anche l'idea di questo progetto intitolato North by South, dieci cover d'autore e qualche originale che conducono tutte verso il Canada e la sua ricca scena folk. Voce angelica e testimone da più di vent'anni di quel mondo bluegrass e old time a cavallo fra tradizione e modernità pop, Claire Lynch ha trovato così nuove ragioni nelle musiche e nelle parole, fra gli altri, di Ron Sexsmith (Cold Hearted Wind), Willie P Bennett (il classico Andrew's Waltz), Chris Cuddy dei Blue Rodeo (Gone Again) e naturalmente in due pesi massimi come Gordon Lightfoot (It's Worth Believin') e Bruce Cockburn (All the Diamonds in the World), che hanno l'onore di chiudere questa raccolta. Un'idea curiosa che si adatta come un guanto allo stile levigato e armonioso di un'autrice e interprete mai fuori dalle regole del genere, qui spalleggiata da strumentisti di prima scelta come Jerry Douglas al dobro, Bela Fleck al banjo e Bryan McDowell al fiddle. L'effetto è accogliente e remissivo al tempo stesso, guardandosi bene dall'uscire dagli schemi che hanno portato fortuna alla nostra Claire.

Special Consensus
Long I Ride
(Compass/ IRD 2016)

bluegrass, old time


Voce storica di quell'universo bluegrass che si mantiene diviso fra rispetto della tradizione e sguardo rivolto al futuro, gli Special Consensus sfiorano ormai i trent'anni di carriera discografica, anche se l'origine del gruppo è addirittura datata negli anni settanta, quando l'unico membro originale ancora rimasto, il banjoista Greg Cahill, riunì il primo nucleo locale. Fra cambi di etichetta e soprattutto numerosi avvicendamenti nel personale, il quartetto è approdato al lido sicuro della Compass, etichetta specializzata in old time music, che in questo Long I Ride ripropone lo stile al tempo stesso melodico e rurale degli Special Consensus. Preceduto da un curioso tributo alla musica di John Denver, naturalmente a tema bluegrass, e dal fortunato Scratch Gravel Road, nominato ai Grammy di categoria nel 2012, il nuovo episodio segue la fortunata rinascita della band, con una lunga lista di ospiti (tra gli altri i compagni di etichetta Trey Hensley e Rob Ickes, oltre alla voce di Della Mae) e un repertorio che pesca nella contemporaneità country e Americana di Robbie Fulks (la stessa title track) e Stoney Larue (First One to Know), accarezzando poi la tradizione (Jesus is My Rock) e i maestri indiscussi (Fireball del duo Flatt & Scruggs). Tutto ligio al copione e gradevolmente già sentito.

   
   

Tommy Hale
Magnificent Bastard
(Holiday Disaster 2016)


roots rock


Un'anonima copertina non è mai il biglietto da visita migliore per presentarsi al pubblico, specialmente se si è dei perfetti sconosciuti, songwriter che lavorano nell'ombra. È il caso di Tommy Hale, texano di Dallas che torna dopo otto anni di silenzio discografico con il suo terzo album solista. Superato l'empasse di quello scatto, Magnificent Bastard comincia a rivelarsi più interessante fin dal titolo e dalla storia della sua registrazione, avvenuta a Wiltshire, nell'Inghilterra rurale, con l'apporto di musicisti provenienti da The Snakes e The Redlands Palomino Company, giovani band alt-country e indie rock locali. Distante decine di migliaia di miglia dal suo Texas, ma con il cuore legato alla tradizione che lo ha preceduto (è stato leader degli Swank Deluxe e apprezzato animatore della scena indipendente di Dallas), Hale raccoglie nove episodi e due facciate (così è divisa la sequenza anche sul libretto del cd) che mettono insieme un rock'n'roll nervoso e figlio della stagione punk (Magnificent Bastard, Backbunner) e garage sixties (Sonrisas Y Sunshine) con accenti di tradizione folk rock e alternative country provinciale (Homecoming Mum, i profumi seventies di Just How She Died). Un b record in piena regola insomma, ma di quelli fatti con materiale solido e dura gavetta da storyteller di periferia.

Shannon Lyon
My Throat Is Soar
(CRS/ IRD 2016)

folk

Shannon Lyon era una bella promessa di quel cantautorato alternative country che soffiava nei primi anni duemila dal freddo Canada. Ce ne siamo occupati in diverse occasioni e una manciata di suoi dischi possedevano davvero una marcia in più, soprattutto quando il nostro ragazzo dell'Ontario fece armi e bagali per stabilirsi in Olanda e forgiare il suo suono malinconico e folkie insieme a validi musicisti locali. Molti anni dopo e con ben quattordici dischi indipendenti alle spalle lo ritroviano isolato nel suo studio casalingo di Lake Huron, immerso nella wilderness canadese, alle prese con un rudimentale registratore Tascam 4 tracce a cassetta. Di Nebraska ce n'è stato uno solo, il suo autore segnava canzoni su un taccuino musicale scarno ed acustico, ma si chiamava Bruce Springsteen e aveva il dono di uno Steinbeck prestato al songwriting. In My Throat Is Soar Lyon si limita a venti bozzetti introspettivi per chitarra, voce e qualche volta armonica, che dalla presunta bassa fedeltà non traggono particolare ispirazione: la voce è sempre molto profonda e intensa ed è un peccato vederla sprecata in questo progetto un po' velleitario e sulla distanza di una monotonia grigia e piatta. Attendiamo che Shannon esca dalla segregazione forzata per collaborare con nuovi musicisti.