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Shortcuts #135: Rocky Votolato, Alan Charing; The Dad Horse Experience; Furnace Mountain; Thomas Hine; Mike Martell; Pilgrim; Andi Almqvist

Alan Charing
Stitch
(Lazybones 2010)



Già voce solista e guida degli A.C. Cotton, solida band dalle trame roots rock, da queste parti apprezzata in passato grazie ad un paio di lavori indipendenti, Alan Charing si rifà vivo a cinque lunghi anni di distanza con un nuovo progetto solista, Stitch. Abbassato definitivamente il sipario sul vecchio gruppo, Charing ha trascorso un periodo sabbatico per raccogliere le idee, leccarsi le ferite e soprattutto decidere se continuare a provarci come musicista. L'intero ciclo di canzoni pone infatti al centro le emozioni e soprattutto il dolore personale della sconfitta, con l'idea però di ripartire da zero con rinnovato entusiasmo. Lo aiutano in questo viaggio di riscoperta musicisti dell'area di Portland, tra cui l'amico Mike Coykendall (Old Joe Clarks) in cabina di regia e alcuni membri di Richmond Fontaine e della band di Laura Gibson. La passione che muove l'autore è senza dubbio palpabile, anche se rimane evidente il suo tallone d'achille, ovvero sia quello di una voce un po' monocorde, sulla distanza incapace di graffiare. Peccato perchè lo stile affrontato lo richiederebbe, oggi più che mai indirizzato verso un rock dalle rifrazioni garage sixties e punk rock (Leftover Life To Kill, Dayshift, Whiskey Sours), spezzato da quegli accenti soul e sudisti (I Can Feel the Wheel, la deliziosa Take the Hook Out con tanto di fiati) che non sono peraltro mai mancati anche alla musica dei citati A.C. Cotton e ancora da un pugno di ballate (Disasterpiece la più luminosa) che indicano una possibile trasformazione in un maturo songwriter.
(Fabio Cerbone)

www.lazybones.com
www.cdbaby.com

Andi Almqvist
Glimmer
(Rootsy.nu 2009)


Un barlume, luccichio (glimmer) in cui, per impostazione vocale e per alcune trame sonore, s'intravedono alcune similitudini stilistiche con Nick Cave -già dal brano iniziale, il cupo e cadenzato Sleeping Pills, poi il live Krumlov, lo strumentale Hyena e l'inquietante Death (che sembra far parte delle Murder Ballads dell'australiano) - ma anche con Tom Waits, come nella ballad Amsterdam (seppure la voce di Andi risulti più "morbida"), nell'abrasiva Krautobahn, nella lenta e solida Petra Moved On (Almqvist canto e piano, Bebe Risenforsn -c he vanta anche una collaborazione con Costello e proprio Waits - qui sax alto e organo), e persino con Bruce Springsteen, nella lenta e carica Pavla. Detto questo, tanto per fornire alcuni riferimenti indicativi generali, l'album ha pure tratti personali, indubbiamente interessanti, soprattutto in quanto a miscela sonora, fra acustico ed elettrico, che per buona parte fa superare gli eventuali effetti dovuti al "già sentito". Co-prodotto dallo stesso Almqvist insieme a Carl Granberg (che dà il suo supporto strumentale in vari brani, anche con "aggeggi elettronici", tra cui il Mellotron) e registrato in Svezia (salvo il già citato Krumlov, che è ricavato da una performance in un teatro olandese ed ha una bella trama acustica con qualche sfumatura da film western), l'album ha una bella consistenza compositiva (praticamente tutta cantautorale, salvo il traditional Ich Geh' Mit Meiner Laterne, cantato da Renate Moller) ed esecutiva, con variazioni di formazione - non raramente in duo o in trio - e di clima sonoro: splendida la ballad She Lost The Sea But Found The Ocean, dedicata a tale Kim, impreziosita dalla seconda voce, affidata a Mirjam Timmer, che regala anche particolari sonorità semi-acustiche, con bell'effetto ritmico (Conny Stade) e violinistico (Sara Jefta). Per niente male anche le cadenze rock-neorleansiane di Sobsister, dall'insistente percussività.
(Gianni Del Savio)

www.myspace.com/andialmqvist
www.rootsy.nu

     

The Dad Horse Experience
Too Close To Heaven
(Devil's Ruin.  2008)


A partire dalla metà di marzo sarà in Italia per una serie di date che toccheranno alcuni tra i più interessanti club della penisola: potrebbe essere un'opportunità per lasciarsi trascinare nell'inferno country noir di The Dad Horse Experience, nome di finzione dietro cui si cela un artista tedesco di Brema rapito dalla luce della tradizione americana. Il suo Too Close to Heaven - in realtà non di fresca stampa ma risalente alla fine del 2008 - è un album che porta agli estremi, spesso con le armi dello sberleffo e della pura provocazione, il concetto di musica delle radici. Armato di solo banjo e voce (un kazoo in Through the Hole, piano e organo di tanto in tanto e la voce femminile di Annalena Bludau in Lord Must Fix my Soul a spezzare l'autarchia dei suoni), The Dad Horse Experience ci conduce fra le sue prediche e le sue improbabili richieste di redenzione, quasi fosse una versione satirica di David Eugene Edwards dei Sixteen Horsepower. Qui non si riscontra lo stesso senso di mistero e cupa religiosità, piuttosto si ha a che fare con una visione un po' deformata della tradizione gospel e country sudista, in cui Gates of Heaven diventa un disperato piagnisteo sulla madre scomparsa che si vorrebbe ritrovare presto nell'alto dei cieli, una volta liberatisi del proprio fardello di peccatore. E così via: dalla strampalata Find my Body Down al gospel in chiave lo-fi di Were U There (In Bookholzberg) fino ad un intero testo in lingua tedesca (Schwarz Gruen Weiss) che insieme alla lunga cantilena di Reach Out Your Hand avrebbe forse incuriosito Tom Waits. Musica "sporca", imprecisa e sinistra, ma con una dose di ironia che la rende in molti momenti davvero surreale.
(Fabio Cerbone)

myspace.com/thedadhorseexperience
www.dad-horse-experience.com

Rocky Votolato
True Devotion
(Barsuk 2010)


Un piccolo disco acustico, essenziale nelle melodie e nella costruzione del suono, per leccarsi le ferite e mettere a nudo la propria anima. Rocky Votolato segue la vecchia regola, sempre buona, del folksinger che spiattella l'intero catalogo delle sue infelicità, esorcizzandole attraverso gli accordi di una ballata sensibile, sommessa, con i colori fra pop e alt-country che fin dagli inizi contraddistinguono la sua scrittura. Rispetto all'interessante The Brag and Cuss, disco dall'animo più variegato e ricco di sfumature, True Devotion è un ritorno all'essenzialità folk da cui l'autore texano era partito una volta abbandonati i trascorsi indie rock di inziio carriera. Qui tutto il lavoro è svolto in coppia con Casey Foubert, produttore aggiunto e titolare delle parti ritmiche, anche se il centro dell'attenzione è rivolto alla voce e alla chitarra di Votolato. Dalla dolce malinconia di Elliott Smith, ormai una scuola di pensiero, Votolato mutua quel viaggio nell'anima struggendosi e isolandosi dal mondo: un film già visto, che qui produce graziose ballad (Lucky Clover Coin, Instrument, Don't Be Angry), sussurri alla Nick Drake (sempre lui, immancabile) in Sparklers, timidissimi sobbalzi ritmici nell'accattivante Red River, pur senza uscire dal seminato. Scampato ad un lungo periodo, quasi un anno, di depressione, Rocky Votolato ha messo nero su bianco il suo percorso spirituale di risalita. Un grumo di tristezza che però rende True Devition un disco tanto privato per l'autore quanto estenuante per chi lo ascolta.
(Fabio Cerbone
)

www.rockyvotolato.com
www.myspace.com/rockyvotolato

     

Thomas Hine
Motives
(Thomas Hine 2009)


Che ne dite di country minimalista? Potrebbe adattarsi al caso di Thomas Hine, songwriter di Golden, Colorado, che abbraccia a pieno titolo la filosofia e soprattutto il metodo del "fai da te" casalingo, inventandosi una forma di ballata a metà strada fra sussurri folk e ballate tradizionali spolpate e un po' eteree. Suona ogni tipo di strumento (fatta eccezione per la batteria nelle mani di Jason Wheeler), non disdegnando di impugnare chitarrine giocattolo e xilofoni, organo, piano, mandolino e percussioni, rintanato in un piccolo studio improvvisato all'occorrenza. Motives offre a suo modo una via di uscita al songwriting di Hine, antropologo e appassionato di culture musicali africane che in passato si è più volte prestato a collaborazioni al di fuori del solito circuito Americana e folk. Non è tuttavia il caso dei suoi più recenti lavori solisti, dal precedente Il Porto del 2008 all'attuale Motives. Restiamo insomma nel recinto di un country dall'impostazione lo-fi (My Body's been Home, Arrogant Bird, The Cow) fra delicati, zoppicanti folk blues (Blind to Me) e canzoncine fragili fragili (Today is Gone), lontanamente ispirate alla solitudine acustica di un Eliott Smith (senza avvicinarsi alla bellezza di quest'ultimo, sia chiaro), magari perso nel grande West americano (Perhaps America, tra le più interessanti). Non mancano affatto potenzialità melodiche e di scrittura, tutto evapora però in arrangiamenti sin troppo sfuggenti e improvvisati sul momento.
(Fabio Cerbone)

www.myspace.com/thomashinelink

Mike Martell
She Waits for Me...
(Mike Martell 2009)


La prima canzone l'ha scritta all'età di 47 anni, Ballad of the Garden Grip, la trovate insieme ad altre unidici rigorose folk song dentro questo She waits for Me…, esordio discografico di un uomo che ha passato quarant'anni della sua vita lungo le coste della Prince Edward Island, Canada, facendo il pescatore. Storia affascinante la sua, che inevitabilemente ispira una buona parte delle composizioni: racconti di terra e di mare, di cieli e fiumi, di persone ordinarie e della loro ordinaria vita tra natura e sentimenti. La voce è leggeremente baritonale, la musica placida, She waits for Me… gira intorno ad un paio di chitarre acustiche (quella di Martell e di Bill Garrett), all'accordion di Tom Leighton e al mandolino di Gaston Bernard, mentre la moglie Tami si occupa dei cori. Tutto qui: dodici episodi che più folk di così si muore, più o meno sempre gli stessi da Fisherman's Soul alla commovente Europa, da When We meet Again alla conclusiva Green Meadows, con una ripetizione delle melodie e dell'interpretazione che mi pare siano il tratto distintivo ma anche la principale debolezza del disco. Dipende molto dalla vostra disposizione d'animo e forse dall'apprezzamento per certe atmosfere influenzate dalla tradizione folk irlandese e scozzese, in cui a più riprese si identifica la musica di Mike Martell. La qualità introspettiva delle liriche mi pare fuori discussione: Martell riesce a catturare la magia di certi luoghi in cui ha vissuto, la semplicità delle persone e delle vite di cui va narrando, ma nello scorrere delle canzoni tutto si fa un po' troppo monocorde, diciamo pure noioso.
(Davide Albini)

www.mikemartellmusic.ca

     

Pilgrim
Harbour Girl
(Rootsy 2009)


Di loro avevamo già parlato in occasione di un omonimo esordio per la svedese Dusty nel 2005: da allora i danesi (di Goteborg) Pilgrim hanno dichiarato più volte il rompete le righe, riformandosi poi nel 2007 come combo acustico basato sulle voci delle sorelle Karin e Maria Forsman. Hanno rispolverato l'antica sigla - dopo una parentesi come Pilgrim Sisters - per l'incisione di questo Harbour Girl, ambizioso progetto dal punto di vista discografico registrato ai Konk Studios di Londra con la supervisione niente meno che di Ray Davies. Proprio la leggenda dei Kinks, avete capito bene, che stranamente troviamo coinvolto e probabilmente rapito dal suono country tradizionalissimo di questa band. Soltanto cinque i brani originali e due "Interlude" strumentali ai quali si aggiunge una lunga lista di classiche cover che la dicono lunga sui gusti della formazione, completata da Pete Gran (mandolini, chitarre, banjo), Marcus Svensson (chitarre e dobro) e Mikael Fahleryd (contrabasso). Dalla strumentazione e dal repertorio non c'è alcuna possibilità di scambiarli per qualcosa di diverso da una scrupolosa old time band, intenta a riscoprire Louvin Brothers (Broadminded), Carter Family (I'm Working on a Building), Johnny Cash (Ring of Fire, rallentata e decisamente hillbilly), persino il fuorilegge David Allan Coe (Would You Lay with Me). Il punto forte sono le dolci armonie vocali delle sorelle Forsman, il resto lasciatemelo dire è un gradevole dejà vù di suoni e sapori roots, tanto amabili quanto inutili perché riletti in mille occasioni. O avete forse voglia di risentire per l'ennesima volta The Soul of a Man in chiave bluegrass? Fate voi, nel qual caso resterete soddisfatti anche se un poco annoiati.
(Davide Albini)

www.myspace.com/pilgrimsisters

Furnace Mountain
Fields of Rescue
(Shepherds Ford 2009)


Stilisticamente ineccepibile nella sua salvaguardia dello spirito bluegrass e hillbilly più sincero, Fields of Fescue è uno di quei dischi strettamente "di genere" che mettono in difficoltà il giudizio: se infatti il livello di preparazione strumentale è fuori discussione - considerando lo stile affrontato non c'è da stupirsi - il contenuto vive sotto una campana di vetro, immobile anche alle pulsioni di chi, da Gillian Welch a Allison Krauss, ha saputo rinnovarlo con lungimiranza. I Furnace Mountain dalla Virginia discendono le docili colline del Sud senza raccogliere neppure il mistero conservato nei più aspri monti Appalachi: Dave Van Deventer (fiddle e banjo), Morgan Morrison (chitarre, bouzouki e voce), Aimee Curl (basso, voce) e Danny Knicely (mandolino) si preoccupano solamente di abbozzare dodici cartoline (la bella copertina animata in tema bucolico lo conferma) da un mondo chiuso sotto una campana di vetro (tutti traditional tranne due episodi autografi). C'è abbondanza di episodi strumentali a fare raccordo fra le storie antiche di Winter's Night, Ooh Belle, Bad Girl e Factory Girl, guarda caso ragazze in balia di un universo crudele, come le leggende di un tempo narravano. Al centro della scena il fiddle del bravissimo Van Deventer, autore di una frizzante Watermelon Seed, accompagnato per mano dal mandolino di Knicely e di una attenzione maniacale per stacchi, cambi di ritmo, esibizione tecnica e danza bluegrass che sono la quintessenza del genere. Non si scorge però una via di uscita da questa preziosa conservazione museale, nonostante gli entusiasmi suscitati persino alla BBC inglese..
(Fabio Cerbone)

www.furnacemountain.com
myspace.com/furnacemountainbandl