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a cura della redazione

  
Shortcuts #215: Denney & The Jets; Vinnie's TV; Maggie Bjorklund; Walter Salas-Humara; Ernest troost; Katharine Cole
 

Denney And The Jets
Mexican Coke
(Limited Fanfare/ Audioglobe 2014)

pub rock form Nashville
denneyandthejets.com


Nell'economia della storia del pub-rock un disco in più o in meno non può ormai fare una grande differenza, per cui pare davvero difficile che il mondo si scaldi per un esordio come questo Mexican Coke dei Denney And The Jets. Ma se la nuova versione dei NRBQ non vi soddisfa e cercate ancora dei degni eredi dei Dr Feelgood, questa band di Nashville, che gioca a fare come gli inglesi quando giocano a fare gli americani, fa il caso vostro. Chitarre tra garage e rock and roll come hanno insegnato a fare mostri sacri del genere come Brinsley Schwarz e Dave Edmunds, quel tanto di tono ironico alla Graham Parker/Nick Lowe, brani che la buttano in energia come Bye Bye Queen o in puro romanticismo vintage anni 50 come Darlin', e il gioco è fatto. Mexican Coke ha il pregio della freschezza e della semplicità, ma non venite a pretendere dal leader Chris Denney grande originalità e soprattutto una particolare attenzione alla scrittura. E' musica di genere, che al massimo devia di poco verso il country (Alabama Man) o la butta sulla ballata ubriaca (Charlie's Blues), e come tale viene presentata da una classica band che pubblica cd solo per avere qualcosa da offrire al pubblico dopo uno dei loro sudatissimi concerti. Poi qui capita anche che tra tante ovvietà saltino fuori anche pezzi di valore come una Hooked che sarebbe piaciuta tanto ai Green On Red o una Mama's Got The Blues che sa di Rolling Stones in esilio sulla strada maestra. Poco più di mezz'ora di puro intrattenimento per appassionati di genere.
(Nicola Gervasini)

Vinnie's TV
Grapes & Ghosts
(Indie Promotion 2014)

folk rock
facebook.com/VinniesTV


E' una grazia eterea e delicata che tesse le trame del debutto di questo folk ensemble a nome Vinnie's TV. Alla regia la mano dell'irlandese Wade Linch, autore e insieme produttore (con Jacques Belghil e Duncan O'Cleirigh) di questo sodalizio franco-irlandese, che si avvale della partecipazione di più musicisti per un disco che, prima ancora delle canzoni, ha dalla sua l'atmosfera a coniugare le dieci tracce del lotto. E' infatti un'impronta decisamente europea che si vede nelle dolcissime ballate, dove l'aria celtica e popolare dipinge il fluttuare di un mare grigio, freddo. Eccoci allora incredibilmente attratti dall'apertura di Memory Lapse, con un mandolino evidente nella linea melodica tra contorni di fiddle e banjo, quindi chitarre e percussioni spazzolate neanche fosse (e azzardiamo) ..la traccia celtica mancante dalle Ukulele Songs di Eddie Vedder! Così, prosegue su emozioni in minore anche la seconda ballad, Grapes Die On The Vine, che ci fa pensare pure a faccende d'alternative-country, assieme alla più americana Over Time dalla chitarra un po' Allman. L'accompagna in queste modalità "stars & stripes" ( o "bars", se preferite) anche These Walls, mentre riprende un giro classicamente "oldies" e soft la bellissima 500 Miles, dal controcanto femminile. Abbandona per un attimo le grazie acustiche Vanishing Man, accesa da elettriche distorsioni per chitarra senza tralasciare mai comunque la linea diafana che contraddistingue tutto l'approccio di Wade Linch & band al lavoro. Qualcosa che nemmeno però risulta monotono, se consideriamo la varietà stilistica del genere con cui vengono affrontate le composizioni, dalla poetica decisamente godibile e consolatoria. E se Dead Man's Shoes potrebbe evocare un po' Simon & Garfunkel, una punta d'elettronica invade le ultime Nothing Special ed Evangeline, senza compromettere per questo un bell'album e un'interessante opera prima per questi Vinnie's TV.
(Matteo Fratti)

   

Maggie Bjorklund
Shaken
(Bloodshot/ IRD 2014)


country noir
bloodshotrecords.com


Il secondo episodio della musicista di origini danesi per la Bloodshot prosegue nel solco tracciato dal curioso debutto del 2011, Coming Home, disco con il quale Maggie Bjorklund usciva dal cono d'ombra delle sue collaborazioni (la sua pedal steel ha prestato servizio per John Doe, Howe Gleb e persino Jack White nel recente Lazaretto) per rintracciare un suo linguaggio fatto di country noir, suoni desertici, eco lontane di psichedelia e colonne sonore degne di un western crepuscolare. Shaken vanta ancora un parterre di ospiti notevoli, dalle chitarre di John Parish al basso di Jim Barr dei Portishead alla batteria di John Convertino, fino alla voce di Kurt Wagner dei Lambchop che duetta in Fro Fro Heart, ma non esce dall'alternanza di strumentali e ballate scure che contraddistinguono la musica della Bjorklund. La quale vagheggia con una voce un po' sfuggente in Bottom of the Well (Calexico sullo sfondo), Name in the Sand e nell'eterea Ashes, lasciando ai citati momenti strumentali quelle fascinazioni "morriconiane" presenti nella sua musica (The Unlucky, Missing at Sea, Amador), dove la steel dipinge paesaggi e orizzonti a perdita d'occhio. Affascinante senza dubbio, tenero e malinconico nel ricordo della madre scomparsa (Teach Me How to say Goodbye) e tuttavia un po' monocromatico, così adagiato su suoni e visioni che abbiamo ampiamente assimilato in questi anni.
(Fabio Cerbone)

Walter Salas-Humara
Curve and Shake
(Blue Rose/ IRD 2014)

folk rock
waltersalashumara.com


Conservo un ricordo affettuoso dei Silos, collettivo che ha sempre e solo fatto capo alle canzoni di Walter Salas-Humara, songwriter di origini cubane che ha guidato la band dagli albori, quando erano un culto del sottobosco roots rock degli anni ottanta (allora si chiamava così, oggi Americana), fino ai giorni nostri, quando sono rimasti soprattutto una piccola nota a margine nella storia del rock indipendente americano. Curve and Shake è soltanto il terzo disco a nome proprio di Salas-Humara in tre decenni di carriera, ma la differenza non si nota: restano comunque canzoni che avrebbero potuto trovare spazio sul prossimo album dei Silos e che lui ha ritenuto forse troppo personali per non reclamare uno spazio a parte. Da qualsiasi parte le si osservi soffrono comunque di una genericità e media ambizione che non le solleva da terra: che siano ballate scarne con accennati interventi di percussioni (Counting on You, la title track, Two Inches Two Hours) o più brillanti folk rock (dal tocco moderno in The Craziest Feeling o solcate da chitarre cosmiche in What We Can Bring) mantengono un profilo basso, mancano di una melodia non dico memorabile, ma almeno indovinata, suscitando più curiosità per gli ospiti (tra i musicisti anche Jason Victor e il trio dei GrooveSession) e le collaborazioni illustri (due brani firmati con lo scrittore Jonathan Lethem).
(Fabio Cerbone)

   

Ernest Troost
O Love
(Travelin' Shoes 2014)


Americana, folk blues
ernesttroost.com


Troost compone da diversi anni per il cinema e la televisione e nella sua bacheca mostra anche qualche premio prestigioso (Emmy Award), ma per gli appassionati forse restano più interessanti da segnalare le sue produzioni con la musa folk Judy Collins, con la quale ha collaborato in un paio di album negli anni novanta. Occasionalmente vanta anche una carriera di folksinger, un'affermazione al prestigioso festival di Kerrville e una manciata di dischi indipendenti. O Love, l'ultimo arrivato, è un lavoro molto misurato in cui la formazione del musicista (lo stile alla chitarra parte dal cosiddetto 'Piedmont blues') si unisce a qualche sfumatura più elettrica, ricordandomi artisti come Gurf Morlix e Ray Bonneville. Ernest Troost suona diversi strumenti e cerca il supporto di pochi selezionati musicisti, tra i quali Nicole Gordon alle seconde voci, Dave Stone e Mark Goldberg al basso, un altro paio di batteristi all'occorrenza. Si parte con il suono paludoso di Old Screen Door e si attraversano i ricami più rurali di Pray Real Hard, tra l'incalzante country blues elettrico della stessa O Love e ancora la graziosa folk song Harlan County Boys. Weary Traveler ha un passo rockabilly dai profumi vintage, ma Troost sembra offrire il meglio di sé (anche a causa di un timbro vocale sottile, che mi pare adatto più alle carezze) nelle ballate dalle morbide tonalità roots come I'll Be Home Soon o fra le sfumature bluesy di When It's Gone.
(Davide Albini)

Katharine Cole
There Is No God
(Katharine Cole 2013)

roots rock
katharinecolemusic.com


Il disco ci viene segnalato con un anno abbondante di ritardo, tanto è passato dall'uscita ufficiale di There is No God, addirittura nono album per la rocker di Atlanta Katharine Cole, undici tracce registrate ai leggendari Fantasy studios di Berkely in California. Nei prossimi mesi però la Cole sarà in tour in Europa e tanto vale riprendere in mano questa produzione indipendente. L'intreccio di radici country blues e rock stradaiolo ricadono alla perfezione nel campo Americana, con un lavoro a tratti aggressivo nella voce e negli arrangiamenti, ad esempio con l'apertura di Hymn in E, nel crudo rock dagli umori sudisti di Heart & Dagger e When You're Gone o nel cow punk arrembante di Dixie, altre volte invece rivolto alle fragranze country più morbide (la cover di Just Some Girl di Phil Lee, Old Scars), fino a spegnersi con l'intepretazione acustica di The Weakness in Me a firma della grande (e un po' dimenticata) Joan Armatrading. Purtroppo nulla che la avvicini minimamente alle regine del genere, né l'anima elettrica (Lucinda williams?) né quella per così dire country d'autore (Mary Gauthier?): Katharine Cole vanta anni di gavetta tra il Texas e la California, persino alcune incisioni a Nashville sotto lo peudonimo Kitty Rose, ci mette l'anima e se la cava con mestiere, altro non credo sia lecito chiedere.
(Davide Albini)