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McLoughlin David Celia Brian Lee Eleanor Angel
La zona grigia messa in scena dai Lauderdale è quella di un sud depresso,
la musica un alternative country dal passo malinconico e desertico, che evoca
alcuni piccoli maestri del genere. I Lauderdale sono un quartetto di Muscle Shoals,
Alabama, che poco o nulla ha a che fare con l'ingombrante storia del luogo: qui
le tracce di black music sono assai vaghe e sulla falsariga dei primi, acerbi
Lucero (in particolare per il canto, che ricorda certi accorati stridori tipici
di Ben Nichols) o dei Drive By Truckers più ruspanti, Moving on
restituisce un country rock desolato che fin dalle prime mosse della title track
e di Dressed Like the Devil circoscrive
con precisione lo stile di Niles Lee, principale voce della band. Qualche livido
scossone elettrico in The Grant e Torn
at the Seams, anche se il meglio salta fuori all'istante nel compenetrarsi
di pedal steel (Daniel Stoddard), organo (Ben Tanner) e chitarre acustiche in
episodi quali The Cost o
Big Fish. I Lauderdale dominano certamente le regole del genere, nonostante
il loro contributo alla causa appaia un po' in ritardo rispetto ad una rinata
scena roots sudista, che sembra avere già detto e scritto molto lungo questa direttrice. (Fabio
Cerbone) www.lauderdalemusic.com
Whitehorse
Whitehorse (Six
Shooter 2011)
indie
rock, americana
Whitehorse,
ovvero Luke Doucet e Melissa McClelland, coppia artistica in forza alla etichetta
canadese Six Shooter, che unisce ispirazione e forze per un ep di otto brani.
Candidi, mano nella mano, attraversano la luce accecante che trapela nel bosco,
in cerca di quel rinoscoimento che da soli hanno già ottenuto, per lo meno in
patria. Doucet in particolare si è fatto notare per via di un brillante folk rock
sulla scia di un novello Ryan Adams. Qui restiamo in territori che lambiscono
canzone d'autore, indie rock e roots, anche se pochi sono gli spunti per far gridare
al miracolo: insomma niente June e Johnny come suggerisocno maldestramente le
note di presentazione; i Whitehorse riflettono più che altro una versione moderna
del suono Americana (Emerelad Isle, la ballad
elettrica Broken) con qualche inflessione
bluesy dalle tinte fosche (Killing Time is Murder),
persino in tutto e per tutto dark (Passenger 24,
con un riff che ricorda vagamente Personal Jesus dei Depeche Mode). Night
Owls da la buonanotte con un duetto dolce e sofisticato, mentre due
episodi d'atmosfera aprono e chiudono il disco senza troppo costrutto. Da rivedere
sulla distanza. (Fabio Cerbone)
Bev
Barnett & Greg Newlon Love
Can Change The World (TrueWind
Music 2011)
Americana
Titolo
speranzoso Love Can Change The World e canzoni che attraversano
umori molto intimi, familiari e quasi ecumenici (c'è anche un poco di ecologismo,
che non gusta mai, compresa la confezione in digipak riciclato): la coppia californiana
Bev Barnett e Greg Newlon, tre dischi all'attivo e un incontro fatale
alla fine degli anni '90, tiene fede allle radici folk sixties della loro formazione
artistica, aggiunge una predilezione per dolci armonie vocali, spruzzate di west
coast sound e country soul, dando vita ad una godibile raccolta, un po' fuori
moda, di semplici ballate. Qualche balzo rock in What
Is enough?, un passionale tocco r&b in Everydays'
Back in Town, ma il centro del disco resta racchiuso nei colori tenui
di Let the Walls Come Down, fra qualche buona
vibrazione soul in What Makes a Man, nella
delicata formula folk rock di I Found Myself.
Newlon produce e riesce a cogliere le giuste rifiniture, con pochi azzeccati colori
dei collaboratori (soprattutto Roman Morykit alle percussioni): l'esito è tanto
piacevole quanto disciplinato, un dejà vù di melodie e stili che parla in prima
persona della devozione con cui la coppia maneggia la materia, senza mai uscire
dalla bella calligrafia. (Fabio Cerbone)
Chi siano Hallie Pritts e la sua affollata (7 i componenti)
creatura artistica chiamata Boca Chica lo avevamo detto presentando il
precedente lavoro Lace
Up Your Workbooks. Ragazza amante dello stile dimesso da pura indie-culture
anni 2000, della strumentazione di marca roots (banjo, pedal steel guitars, acustiche,
wurlitzer e l'ormai tragicamente immancabile ukulele gli orpelli che regnano nei
suoi dischi), la Pritts prosegue con questo Get Out Of Sin City
il percorso intrapreso nel 2005, inserendo rispetto ai lavori precedenti toni
più scanzonati e una nuova vena "poppish" che fa sì che sia impossibile non fischiettare
la baldanzosa Sin City o muovere il piedino
quando cinguetta Dear Audrine. Dieci brani
che scivolano via senza problemi e troppi clamori, tra qualche cover di amici
outsiders (la coinvolgente You're The Blues
di Nik Westman), una Aretha Franklin portata in gita in campagna con l'evergreen
Do Right Woman, cowboy-songs con fiati mariachi
(Long Range Guns) o deliziosi schizzi folk
(Marlene). Tutto molto carino e orecchiabile,
anche se cominciamo a pensare che l'ostinata modestia di questi artisti rappresenti
un freno non indifferente alla possibilità di uscire dal mondo dell'auto-gestione.
(Nicola Gervasini)
Annis
Brander Glass
People In The Woods (Lonely
Road 2011)
folk
rock, pop
Non inganni l'aspetto da cowgirl in copertina e il quadretto bucolico: Annis
Brander, cantautrice svedese giunta alla musica dopo una lenta maturazione,
blandisce i territori della tradizione country ma suona un folk rock più levigato,
che di tanto in tanto scopre anche delle legittime mire pop (Burning
Sky), pur mantenendo una impostazione elettro-acustica di raffinata
fattura. Glass People n the Woods è il suo secondo capitolo discografico,
prodotto con il contributo artistico essenziale di Henrik Åström (firma un paio
di canzoni e suona fra gli altri piano, mandolino, banjo e chitarre) e di una
schiera di musicisti locali di Stoccolma. La scena roots, largamente intesa, della
Scandinavia non è nuova a proposte di caratura internazionale, e non fosse per
le note biografiche potremmo pensare a Grace,
Oh Darling, Sweet
Marianne come concilianti ballate nate nell'alveo delle mille produzioni
Americana. Annis Brander mostra dal canto suo una delicata vocalità (la stessa
che la spinse ad abbracciare una chitarra da ragazza ormai matura, solamente pochi
anni fa), scossa da qualche diversivo intrigante (il sound tzigano di More
than Ice Cream), nonostante tutto il disco rimanga un po' troppo affettato
e lezioso per farsi apprezzare fino in fondo. (Fabio Cerbone) annisbrander.blogspot.com
Simone
Stevens Right
on Time (Simone
Stevens 2011)
folk,
pop
Fra
austero folk cameristico, docili tentazioni pop e qualche incursione in territori
da canzone retrò, la cantautrice newyorkese Simone Stevens fa il suo esordio
staccandosi dal progetto Fiery
Blue, opera a sei mani messa insieme con Paul Marsteller e Gabe
Rhodes e grazie alla quale avevamo per la prima volta conosciuto il suo nome.
Right on Time (da cui una quasi omonima cover di Lucinda Williams,
Right in Time, qui resa per archi e pianoforte
in veste disadorna) contiene qualche promessa, un duetto demodè con il songwriter
francese Armann Penn in Every Town has a River
e molte, forse troppe ballate confessionali che segnano il tono autunnale e aggraziato
di questa autrice. Qualche incursione nelle zone più rurali dell'Americana sound
con ABC e Lady luck,
una Dream che piacerebbe a Norah Jones e poco altro segnalano la Stevens come
una delle tante indecise reginette del folk americano, ancora incapace di far
emergere uno spessore da prima della classe. Tutto ciò nonostante una non indifferente
presenza di musuicisti dell'area rock newyorkese, tra i quali spicca Greg McCullen
(Trixie Whitlely, Glen Branca). (Fabio Cerbone)