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 Shortcuts   dischi in breve
  
a cura di Fabio Cerbone

  
Shortcuts #210: Noah Gundersen; David Berkeley; Mark Moldre; Ken Will Morton; The Perpetrators; Marshall/ Peery Project
 

Noah Gundersen
Ledges
(Dualtone  2014)

folk, Americana
noahgundersenmusic.com


Che Noah Gundersen abbia ricavato pazientemente il suo songwriting da un'educazione musicale gospel - una famiglia molto religiosa la sua, così ci tramandano le cronache - pare evidente dalle prime note a cappella di Poor Man's Son, brano struggente e indifeso che si colora strada facendo della voce femminile della sorella Abby e solo nel finale entra in circolo con una chitarra acustica. L'effetto di malinconia folk è assicurato e potrebbe far presagire altre soprese, che in verità non arrivano mai. Ledges, esordio per la Dualtone dopo una serie di Ep e un progetto denominato The Courage, mostra un giovane autore che si chiude a riccio sulle belle maniere, tra ballate sobrie (e tutte pressapoco uguali) dai toni autunnali, a volte sfiorando il passo alt-country di certo Ryan Adams (le più mosse Boathouse e Ledges), assai più spesso dedicandosi ad una ardente passione acustica in cui Gundersen bada bene a non cambiare mai registro, fra le varie Poison Vine, First defeat, Liberator. La citata Abby Gundersen accarezza le melodie con violoncello, violino e piano (e duetta in Dying Now), il resto viaggia serafico richiamando quel fortunato mondo folk odierno nel quale evidentemente Gundersen si trova a proprio agio (sarà un caso che alcune sue canzoni sai state scelte per la serie tv Son of Anarchy?). Noi un po' meno, perché cominciano ad assomigliarsi tutti.
(Fabio Cerbone)

David Berkeley
The Fire In My Head
(Straw Music 2014)

acoustic folk
www.davidberkeley.com


The Fire in My Head, quinto album per il cantautore newyorkese David Berkeley, é uno di quegli album da ascoltare in silenzio in uno stato d'isolamento, magari di notte accompagnati dal solo libretto dei testi in modo d'apprezzare ogni nota e ogni accordo della sua fragile e notturna musica. Realizzato a Santa Fè, sua nuova dimora, e influenzato dai colori dei cieli e dai deserti di quest'area del Sud, nei suoi otto brani si evocano quiete e tranquillità accompagnati da una tristezza compassata tali da ricordare le acustiche composizioni dei rimpianti Nick Drake e Tim Buckley. I pochi accordi di un banjo, accompagnati da una slide desertica aprono l'album con la riuscita Back To Blue (quasi a ricordare Way To Blue di Drake) mentre la titletrack e The Well descrivono con piglio poetico i paesaggi incantati del New Mexico. Ma sono soprattutto i sei minuti della finale Song For The Road ad aprirti il cielo e farti sognare ad occhi aperti con poche note pizzicate, un gelido vento in sottofondo, un banjo (Jordan Katz), un organo (Bill Titus) e una tromba a riassumere tutta la forza e l'energia della musica intima e poetica di David Berkeley. Un altro "musical poet" in grado di trasmettere con le sue parole e la sua musica la malinconia e la speranza per un mondo migliore.
(Emilio Mera)

   

Mark Mokdre
An Ear to The Earth
(Laughing Outlaw 2013)

vagabond folk
www.markmoldre.com


L'australiano Mark Moldre - un passato da leader del progetto Hitchcock's Regret, con un paio di pubblicazioni a livello internazionale per la locale Laughing Outlaw - lo avevamo lasciato alle prese con il rock d'autore e la varietà stilistica di The Waiting Room, disco che lo segnalava tra i tanti, talentuosi outsider di quella terra lontana. An Ear To The Earth, disco del 2013 registrato con l'amico Jamie Hutchings (altro nome interessante della scena folk nazionale) e l'apporto fondamentale dello strumentista Adam Lang, lo riconsegna in una veste inedita, decisamente più spartana, che dalla dimensione live delle sessioni (sei giorni in un casotto lungo il mare) riflette un suono rustico, waitsiano fin nella ossa. Si parte con l'orchestrina da cabaret di Everything I Need e si è già dentro questa atmosfera un po' vagabonda, che paga forse un tributo eccessivo al mentore americano (il blues cubista di Where Will I Be?, Four Winds), ma sa uscire dall'angolo con lo strambo calypso folk di Killer Anxyety. Alcuni episodi sono maledettamente affascinanti (il dolce cullare country di Nowhere At All, la sinuosa Madeline, una tenue O Dreamtime Blues) per non restare semplicemente relegati nel campo delle riproduzioni, dando anzi l'impressione di un folksinger che sa tradurre in musica i suoi luoghi oscuri.
(Fabio Cerbone)

Ken Will Morton
Slow Burn
(Rara Avis Records 2014)

southern feeling
www.kenwillmorton.com


La collocazione ad Athens, Georgia, dovrebbe già spiegare molte cose, anche se Ken Wil Morton vanta origini nel Connecticut e una carriera che si è svolta, come molti outsider, per tentativi, prima alla guida del progetto The Indicators, quindi da solista. Lo avevamo scovato grazie al precedente True Grit, un promettente disco di Americana dalle inevitabili fragranze sudiste e lo ritroviamo dopo quattro anni sulla stessa rotta. Slow Burn è un disco breve e dritto al punto, che conferma il sentiero sin qui solcato da Morton, una di quelle seconde file del rock tradizionalista americano che potrà piacere agli adepti del genere, noi compresi sia chiaro, ma non avrà mai le canzoni per aspirare alla massima serie. Oggi più che mai, visto che il disco in questione si barcamena tra ballate elettriche che ricordano una volta di più il gemello Will Hoge (provate con l'apripista No Place for a Sensitive Man, ma ci sarebbero da mettere nel conto anche Like a River e svariati passaggi sparsi in lungo e in largo), copiose dosi di effluvi southern (dalla forma soul di Tell It to the Wind al groove più deciso di Lady Luck e Asshole) e pressanti country rock (Red White & Blue). L'insieme tiene botta e si adatta bene alla voce ruvida di Morton, anche se l'effetto resta quello di un ripiego: e quando parte il riff di Scattershot non si può far altro che pensare alla Honky Tonk Woman degli Stones…ma non è un complimento, si sarà capito.
(Fabio Cerbone)

   

The Perpetrators
Stick 'Em Up
(The Perpetrators 2013)

canadian blues rock
www.theperps.ca


Piacevolmente grezzi come un blues di Hound Dog Taylor, abbastanza "wild" come il Canada ci potrebbe sembrare, i Perpetrators di Winnipeg, Manitoba, non vanno per il sottile e sfoderano un bel blues dal sapore rock'n'rollistico (o viceversa) e non sono di certo alle prime armi, visto che il combo di Jay Nowicki si ritrova per un pelo con lo zampino nel secolo scorso, fondato niente meno che nel 1999 e allora "on stage"ormai già da quindici anni orsono. Già al soldo di maestri come Hubert Sumlin, Louisiana Red, Paul "Wine" Jones, Downchild Blues Band, "Wild Child" Butler, Jim Byrnes, Kenny Brown e Cedric Burnside, oltre che con questo Stick 'Em Up alla loro nuova produzione in studio, insieme a innumerevoli altre collaborazioni, di cui ritroviamo tracce nella loro bio. E in quello che ascoltiamo non ci sono fronzoli, dolcezza o amenità varie, ma solo qualcosa del tipo "maximum r&b", come qualcuno avrebbe detto a suo tempo degli Who. Radici tra beat e proto-punk che troviamo davvero a un certo punto dell'album, in cose tipo Who's Gonna Be? come in un percorso sghembo che sembrano aver seguito addirittura gli Strokes. Ma poi qua il sound paludoso ci mette del suo e potremmo incontrare i più espliciti riferimenti nella Jon Spencer Blues Explosion per songs impietosamente devastanti come Smokes'n Chicken: un treno in corsa sferzato dal ciclone nella notte senza fine, migliore espressione della loro essenza; o in Shake It, nella medesima vena artistica. E le altre? Le altre sono acerbi blues senza eleganza, sparati a zero sulla folla senza rispetto per l'udito, sì taglienti da suonare forte come un anestetico torcibudella, spiazzanti come il buio all'improvviso prima di una rissa, trenta secondi una palla di fuoco, la valle di lacrime, cani alle calcagna e nient'altro che blues. Crudo.
(Matteo Fratti)

Marshall/ Peery Project
Life's Too Short
(The Marshall Peery Project 2013)

country rock
www.reverbnation.com


Voce ruvida, cori gospel a spingere sullo sfondo, atmosfera southern country rock: Life's Too Short, title track del Marshall/ Peery Project promette bene e raddoppia con la seguente Country Justice, più scura ed elettrica. Ero già convinto di presentare una nuova interessante voce della scena Red Dirt texana - perché quelli più o meno sembravano i punti di riferimento stilistici - che già mi sono dovuto ricredere all'attacco di On This Farm, atmosfera decisamente rurale e rilassata, che prende il sopravvento in buona parte del disco, alternando old time e country rock per questa band del Missouri formata dal talento musicale di Kenny Marshall con il paroliere Kevin W. Peery. Purtoppo la bontà dei primi due episodi non si ripete più e tra qualche siparietto bluegrass (On this Farm), lenti walzer (If Love Had a Chance) e ballate Americana (Runaway Train) l'album non esce dal recinto delle centinaia di proposte simili che affollano la scena roots. Certo, i testi di Peery narrano "the cold hard truth", come ci dicono le note di presentazione, ma non bastano per offrire alla band quella personalità in grado di distinguerli dal mucchio.
(Davide Albini)