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a cura della redazione

  
Shortcuts #224: Clarence Bucaro; Josh Rouse; The Sideshow Tragedy; Mandolin Orange; Blind Willies; Marco R. Wagner
 

Clarence Bucaro
Like The First Time
(Continental/ IRD 2015)

folk soul

clarencebucaro.com


Dopo l'esordio del 2002, Sweet Corn, influenzato dal sound di New Orleans e dal blues tradizionale, il cammino di Clarence Bucaro si è sviluppato in modo ondivago fino all'approdo di vita a New York, dove il musicista sembra avere trovato anche una stabilità creativa, focalizzandosi su un genere cantautorale spruzzato di soul, ispirato dal suono morbido della west coast di James Taylor e Jackson Browne. Nulla di particolarmente rilevante, a dire il vero, come già nel precedente Dreaming From The Heart Of New York, in equilibrio tra folk e pop. Clarence ha un timbro vocale naturalmente melodico e una scrittura semplice, delicata, carezzevole e priva di spigoli…anche troppo, con un velo di zucchero che a volte diventa stucchevole. Neppure l'aiuto di Pat Sansone (Wilco), Joe Adamik (Iron And Wine) e la produzione di Tom Schick (Norah Jones, Wilco, Ryan Adams) rivitalizzano un disco che ha qualche sprazzo interessante in Let The Mistery In con le voci inossidabili dei Blind Boys Of Alabama, nel mid-tempo gradevole di Somewhere In The Middle non lontano dalla sensibilità di John Prine e nella pianistica Barrio Moon, al contrario del pop di Midnight Blue, che ricorda gli America più sdolcinati nonostante un'armonica efficace o di ballate un po' piatte come New Tongue e Mother's Word.

(Paolo Baiotti)

Josh Rouse
The Embers Of Time
(Yep Roc/ Audioglobe 2015)

folk pop

joshrouse.com


Superata ormai la soglia fatidica dei dieci album di studio, Josh Rouse si prepara a una seconda decina che presumiamo assomiglierà molto alla prima: come dire che l'immobilismo delle sue ballate agrodolci e sussurrate, appena spruzzate di tinte pop soul e radici folk, continueranno a guadagnarsi un pubblico, senza però ripetere l'exploit degli esordi, quando dischi come Home sembravano averlo destinato a ben altre fortune. The Embers of Time, sempre guidato con mano felice dal produttore Brad Jones e concepito fra la nuova dimora in Spagna e le vecchia casa di Nashville, abbandona se non altro la posticcia svolta tropicalista di sciapi lavori quali El Turista e The Long Vacations, tornando in scia di un raffinato indie folk bagnato nel pop più elegante (il Paul Simon evocato in You Walked Through The Door), nelle tenere trame alternative country di Time e nel suono più rootsy richiamato dall'armonica di New Young (il gioco di parole con Neil Young non è casuale…) e JR Worried Blues. Semplicità è la nuova parola d'ordine e questa volta i suoni sembrano tutti misurati, anche nelle carezze più melodiche di Some Days I'm Golden All Night e Pheasant Feather (duetto con Jessie Baylin). Insomma, verrebbe da dire il solito Josh Rouse: tanto gradevole quanto innocuo nel suo cammino artistico.

(Fabio Cerbone)

   
   

Mandolin Orange
Such Jubilee
(Yep Roc/ Audioglobe 2015)


americana, roots

mandolinorange.com


Il quarto lavoro in carriera e secondo per la Yep Roc della coppia Andrew Marlin (voce, chitarre, mandolino e banjo) e Emily Frantz (violino, chitarre, voce), meglio noti come Mandolin Orange, è ancora pervaso da quella perfezione formale, quasi irreprensibile nell'approcciare le radici country folk della tradizione americana, che già distingueva il precedente This Side of Jordan. E come in quella occasione tocca sottolineare che tutto questo armonioso equilibrio, che tanto ha fatto scomodare paragoni con il ben più famoso duo Gillian Welch-David Rawlings, non porta la band del North Carolina verso particolari vette artistiche. Semmai ci soffermiamo tra l'Americana più ligia al dovere, rispettosa delle sue regole, anche se nulla è davvero fuori posto nella grazia acustica di Old Ties and Companions, Rounder o nella dolcissima From Now On. Uno stile contenuto e apprezzabile, un repertorio firmato da Marlin che occhieggia ai toni agrodolci dlela ballata roots, un naturale incastro delle voci e quella atmosfera un po' sognante e sospesa dal tempo che ha fatto la fortuna dei citati Welch-Rawlings. Va da sé che il talento non è lo stesso e neppure la forza delle canzoni, le quali, a cominciare dalla pigra That Wrecking Ball (qui l'interpretazione di Marlin evoca persino Guy Clark), tendono a spegnersi tra sonorità monocolore.

(Fabio Cerbone)

The Sideshow Tragedy
Capital
(Continental/ IRD 2015)

indie rock blues

thesideshowtragedy.com


Attivi da più di un decennio, The Sideshow Tragedy sono nati quartetto e giunti poco a poco a un duo, chitarra-voce e batteria. Due album e palco condiviso con alcuni importanti nomi del rock (Cheap Trick, Foghat, Afghan whigs, Joan Jett), i due musicisti non brillano tecnicamente, nella voce si sente l'influenza del grande Zimmermann riletta dai Velvet Underground. L'idea è di fondere influenze varie, ovvero rock hard, rock blues, indie (nella variante Strokes-White Stripes) con una matrice più bluegrass che country in cui eccellono vivacemente. In questo Capital si sente l'ipotesi di costruire un percorso personale: Number one, caratterizzata da false partenze che germogliano in un incrocio hard-bluegrass a tempo medio, detta il tema guida del disco e le altre canzoni, corrono più o meno velocemente nella stessa direzione. Spicca nel lotto Blacked Windows, un'intelligente decostruzione del metal stoner. Nel mezzo della via il loro breve lavoro è funestato da Two Guns e Animal Song, in cui l'emulazione dei cliché indie li porta fuori strada dal seminato. Il capolinea è The Plow, una canzone che mostra la direzione auspicabile del loro futuro, una sorta di bluegrass atmosferico e intelligentemente arricchito di finimenti blues e hard. Per ora, un lavoro accettabile e si spera foriero di miglioramenti se abbandoneranno l'indie per viaggiare in una direzione poco battuta dai cercatori di piste nuove sui vecchi territori della tradizione.

(Luca Volpe)

   
   

Blind Willies
Every Day is Judgment Day
(Blind Willies 2014)


folk rock

blindwillies.net


Un disco che si apre sulle note di Cremo Tango, brano ispirato da una visita al campo di Aschwitz-Birchenau e alla lettura del testo autobiografico di Tadeusz Borowski, mette in chiaro la coscienza sociale (dedica il disco ad una sindacalista polacca, Irena Sandler) del leader dei Blind Willies, Alexei Wajchman, il quale non ha paura di guidare la band attraverso liriche di impatto scuro e riflessivo. Il disco, Every day Is Judgment Day, è in verità musicalmente eccentrico e aperto alla contaminazione. Dal folk rock di partenza il quintetto originario di San Francisco si sposta verso elementi country noir (42 Jews), pop (Steal Away), con cambi ritmici e arrangiamenti combattuti tra nervoso indie rock (Break Free) e folk elettrico dai sapori zingareschi (Dig a Hole), che ricordano in parte la formula dei Camper Van Beethoven. Le sonorità si arrichiscono del violoncello di Misha Khalikulov e della tromba di Max Miller-Loran (Potential Bag): anche i cognomi svelano una composizione multi etnica e radici che scavano oltre l'orizzonte americano. Si tratta del quarto lavoro e segue di tre anni Needle, Feather, & A Rope, che ha trascinato i Blind Willies in Europa, attraverso un tour tra Regno Unito e Irlanda. Hanno buone idee, ma gli occorre una produzione più accorta e qualche sforbiciata nel repertorio (quindici brani sono troppi).

(Fabio Cerbone)

Marco R. Wagner
My Old Spain
(Several Records 2015)

folk blues

marcorwagner.com


Marco Rodriguez Wagner ha passaporto spagnolo e un luogo di nascita brasiliano, ma l'educazione sentimentale della sua musica guarda all'America del folk e della tradizione country blues. Registrato tra la Spagna adottiva (dove ha suonato dall'età di sedici anni, seguendo la lezione del musicista di strada) e Nashville (altra destinazione negli anni novanta, quando ha collaborato in diversi progetti, tra i quali Peace Celebration Band), My Old Spain è il suo quarto disco a firma solista e il primo a scegliere una totale autoproduzione. Scopriamo un chitarrista di impostazione acustica dall'ineffabile gusto, diviso tra echi country rurali alla Kaukonen, malinconiche ballate folk rock che ricordano Bruce Cockburn (la stessa title track, Still on Standby), qualche venatura jazzy tra le righe (Play Me a Lifeline) e una manciata di strumentali (De Grassi's e Untitled) ad arricchire le sue qualità strumentali. Nell'insieme un album affascinante, pur nei limiti vocali dello stesso Wagner, un po' monocorde nell'interpretazione. Sopperisce l'intesa con i musuicisti, tutti di origine spagnola, seconda casa del nostro Wagner, dove il predecessore 140 Reasons si è guadagnato diverse candidature dalla Spanish Academy of Music Awards.

(Fabio Cerbone)