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a cura della redazione

  
Shortcuts #239: Markus Rill & The Troublemakers; Blue Moon Marquee; Auburn; Richard Paul Thomas; Cold Truth; Dan Whitaker & The Shinebenders
 

Markus Rill & The Troublemakers
Dream Awway
(Blue Rose/ IRD 2016)

heartland rock


Vent'anni di onesta carriera alle spalle, una decina di dischi, Markus Rill è l'ennesima testimonianza dell'America sognata, lontano dal centro dell'azione, vicino nello spirito e nella dedizione. Lui è un ragazzo tedesco, con una lunga esperienza on the road, che lo ha reso tra i songwriter europei più stimati del locale circuito roots rock. Non a caso la Blue Rose è la sua casa di adozione, che rinnova la fiducia per questo Dream Away, registrato in madre patria con The Troublemakers, quartetto che vive delle chitarre di Marco Hohner e degli abbelimenti al piano, organo e accordion di Manuela Huber. Il percorso è segnato: heartland rock sincero sulla scia di Springsteen e Mellencamp, qualche ballata dal sapore country più rurale, una buona voce e sentimenti semplici che affiorano nei testi. Anche una certa sensibilità sociale: Some Democracy, per esempio, o la storia di abusi in Over Long Ago e la malattia, con la perdita di memoria, in Losing My Mind. Come sottolineato già per i suoi lavori precedenti, tre dei quali incisi direttamente a Nashville, Markus Rill ci mette l'integrità e la passione, che poi il battito stradaiolo di Something Great o l'accattivante melodia folk rock di Walk on Water siano indispensabili è un altro discorso: qui giochiamo fra gregari, per portare a casa la pagnotta.

Blue Moon Marquee
Gipsy Blues
(The Danberrys 2016)

gipsy blues


Sintetizzano il loro stile con la sigla "gipsy blues", evocando un suono antico e dalla propensione vintage, che va a pescare nell'immaginario del passato più zingaresco e ricco di swing. Tra Django Reinhardt e John Lee Hooker, tra Tom Waits e Robert Johnson, il duo canadese dei Blue Moon Marquee - originari di Duncan, British Columbia - mette insieme le orchestrine dixieland, il ragtime e il fango del Mississippi, una chitarra jazzy e una voce da lupo mannaro. La descrizione mette l'acquolina in bocca, i risultati sono più prosaici: d'altronde il genere è stato sfruttato a dovere in questi anni e A.W. Cardinal, chitarra e canto rauco, e Jasmine Colette, in arte "Badlands Jass", percussioni e contrabasso, non hanno la forza e la qualità del repertorio per aggiungere qualcosa di nuovo e originale. Ci si accontenta di un disco speziato e divertente, infarcito di un immaginario vecchio stampo, donne pericolose e whiskey. Dall'apertura di Trickster Coyote in poi, A.W. Cardinal ha il vizio di forzare troppo il tono della voce, a volte rischiando l'effetto macchietta (Runaway Lane), ma il ritmo di Saddle Store, Pour Me One e Double Barrell Blues strappa un sorriso e fa battere il piedino. Di più non è lecito chiedere, con un finale che attraversa il boogie (Tossin' N' Turnin') e un paio di ballate dagli sfumati accenti dixie.

   
   

Auburn
Love & Promises
(Scarlet records 2016)

folk pop, americana


La prima esperienza di Liz Lenten, anima del progetto Auburn, in terra americana è avvenuta nel 2013: un fortunato album a livello indipendente, Nashville, che nel titolo riassumeva le intenzioni di questa avventura musicale. Love & Promises è il terzo della serie, sempre prodotto dall'esperto Thomm Jutz e con un manipolo di strumentisti locali, tra cui spiccano Jen Gunderman (Jayhawks) all'accordion e tastiere e il songwriter Chet O'Keefe nel duetto di Cross the Deep Atlantic. Liz è inglese, ha fondato la band alla fine degli anni Novanta, debuttando nel 2003 con un discreto riscontro sulla scena roots londinese, prima di diventare anche un'apprezzata manager per altri artisti. Fin qui le note di contorno, senza dubbio rispettabili, di un'autrice che però alla resa dei conti diventa monotona e imbrigliata in una forma di canzone tra Americana, accenti pop e folk rock che non esce mai dal seminato. La voce è il vero punto debole: per qualcuno forse rauca e affascinante, qui pare più spesso un sussultare di moine e brusii che dopo due brani diventa un freno al repertorio. Quest'ultimo non brilla particolarmente per inventiva, gradevole nella colonna sonora, tra la bluesy In My Blood e il placido incedere della stessa Love & Promises, tra il passo roots di Safety Net con dobro e accordion e la più elettrica If Everyone Was Listening, trascurabile nell'imporre la sua personalità.

Richard Paul Thomas
Salado
(Richard Paul Thomas 2016)

folksinger


Songwriter di vecchio stampo, impegno civile, spirito ecologista ed esperienza on the road, Richard Paul Thomas è in attività dalla fine dei sixties, cresciuto a Milwaukee e innamorato del primo rock'n'roll, prima di abbracciare l'attività di impresario e poi di consulente informatico. Uno di quei piccoli eroi locali, nello specifico tra la comunità di Salado, Texas, dove si è trasferito con la seconda moglie dalla fine dei Settanta. Gli abitanti del luogo hanno proclamato l'omonima canzone come una sorta di inno cittadino e Thomas ha restituito il favore intitolando l'intero nuovo lavoro alla stessa Salado, una ballata dai sapori western e drammatici che arrichisce questo album prodotto con Chris Cage ad Austin. Tra brillante folk rock, annunciato dalla melodia di Why, Oh Why, colori country d'autore, in I Can't Wait e nel riadattato poema di Wayne Garner The Last Goodbye, qualche ritmo spolverato di swing, per esempio nel sound retrò di Wishing Love Could Be That Way, lo stile di Thomas è di solida formazione, poco accondiscendente con l'Americana di oggi e legato alla profondità delle parole (Denial, Look at My Hands). Non è un miracolo di songwriting, ma tiene testa alla tradizione da cui prende spunto, anche grazie agli ottimi musicisti che vi partecipano: Paul Pearcy alla batteria, Glenn Fukunaga al basso e lo stesso Cage che si destreggia fra chitarre, mandolini, piano e organo.

   
   

Cold Truth
Grindstone
(Blue Rose/IRD 2016)


southern hard rock


Da qualche tempo a questa parte la Blue Rose, etichetta a cui va riconosciuto il merito di una dedizione più unica che rara nel setacciare i margini del rock'n'roll americano, mi pare stia perdendo un po' di smalto. Colpa anche dell'offerta, non più di prima scelta. Capita così di trovarsi faccia a faccia con il tignoso hard rock da biker incalliti dei Cold Truth, quartetto di Nashville al terzo disco in carriera, ma in silenzio da otto lunghi anni. Grindstone è un compendio di luoghi comuni del genere, suonato con competenza e altrettanto privo di fantasia. Ispirazione sudista, di quella però più rude, Molly Hatchet e Lynyrd Skynyrd della seconda era, e suono hard anni settanta, Bad Company (quando va bene) e Montrose, i Cold Truth mettono sul piatto una dozzina di brani che parlano chiaro fin dai titoli: The Long White Line, No Sleep 'Til Sturgis (tra le capitali mondiali dei raduni motociclistici, in South Dakota), Hands on the Wheel e via di questo passo. Le idee stanno a zero, anche se le chitarre di Kurt Menck e Thane Shearon sono rocciose come richiede la sceneggiatura. Di questo passo si esce esausti dopo un paio di episodi, almeno non abbiate una passione smodata per il sottogenere. Una curiosità: in Give It Time la seconda voce femminile è di Bekka Bramlett, figlia della coppia Delaney & Bonnie

Dan Whitaker & The Shinebenders
Truck Ride
(Dan Whitaker 2016)


honky tonk


Con una foto di copertina così, piantati sul retro del loro pickup, e con titoli quali Truck Ride, Bad Luck and Moonshine o Booze Is Good, vi aspettereste qualcosa di diverso dall'honky tonk integerrimo praticato da Dan Whitaker & The Shinebenders? Certo che no, e l'unica sorpresa potrebbe arrivare dalle note biografiche, essendo il gruppo originario di Chicago e molto attivo in tutta la scena country del Midwest. Avremmo giurato di avere a che fare con dei texani veraci: sedici brani fatti in casa che hanno il gusto più passatista del genere, senza scossoni dritti alla meta, buon intrattenimento, qualche strumentale come Stony Island Stomp a inframmezzare con note western swing e il gioco è fatto. Ovviamente i limiti sono nella produzione amatoriale e nella stessa voce di Whitaker - un autore con un curriculum locale a partire dagli anni Ottanta - troppo anonima per inseguire le icone di questo stile. Il quartetto, allargato a diversi ospiti che si alternano alla pedal steel, suona competente, ma uguale a mille altri sperduti testimoni dalla provincia americana: Truck Ride è il terzo della serie e segue un silenzio di quasi dieci anni, raccogliendo materiale che il gruppo ha testato sulla strada, pare scelto fra quello preferito dal pubblico. È probabile in effetti che dal vivo siano un piacevole passatempo.