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a cura della redazione

  
Shortcuts #221: Police Dog Hogan; The Porter Draw; Robert Chaney; Greg Harris; The New Students; Josh Hoyer
 

Police Dog Hogan
Westward Ho!
(Union Music Store 2014)

British Americana
policedoghogan.com


"A british way to Americana", ecco descritto, in poche ma esaustive parole, il modus operandi degli inglesi Police Dog Hogan, "dopolavoristi" di lusso (il banjoista Tim Dowling, per esempio, è apprezzato columnist del Guardian), giunti, con l'odierno Westward Ho!, prodotto dal bassista della Oysterband, Al Scott, alla loro terza prova sulla lunga distanza. La nutrita compagine londinese, guidata dal cantante e chitarrista James Studholme, non ha mai nascosto, fin dai suoi esordi, una profonda infatuazione per sonorità d'ascendenza Americana, seppur rivedute e corrette, all'ombra amica della Union Jack, in una personale formula, suggestivamente denominata urban bluegrass, equamente composta da rustica sgangheratezza country, sprazzi melodici figli del folk albionico, ed incontenibile furoreggiare irish. Ne sono esempi lampanti tanto le frenetiche West Country Boy e From The Land Of Miracles, ovvero i Pogues a spasso tra gli Appalachi, quanto l'istrionico ciondolare country di un'irresistibile One Size Fits All. Non mancano tuttavia episodi di maggior raccoglimento, vedasi a tal proposito una dimessa Buffalo, o l'acustico pizzicare grassy delle corde in Ethan Frome, mentre l'atipica Home, in compartecipazione con i Platform 7, band formata da ex carcerati, bizzarro quanto intrigante folk-rap, rimane tra gli episodi più riusciti di un lavoro tanto genuino quanto convincente.
(Marco Poggio)

The Porter Draw
The Porter Draw
(The Porter Draw 2014)

alt-country, roots rock
theporterdraw.com


Sarà che il genere non è più esattamente al centro dell'attenzione come una quindicina di anni fa, sarà che l'invasione da cavallette del nuovo folk, sulla scia di Fleet Foxes e Mumford&Sons, comincia a mostrare la corda, ma il terzo omonimo disco di questa piccola band di Albuquerque, New Mexico, fa l'effetto di una bella boccata d'ossigeno. In tutta la loro integerrima adesione alle regole dell'alternative country, quello più ruspante che mischia a dovere banjo e mandolini con chitarre elettriche e atmosfere da polverosa provincia americana, The Porter Draw portano a casa un bel risultato, senza grandi sconvolgimenti e brani memorabili, ma lavorando ai fianchi di uno stile che quando conserva freschezza e buoni voci soliste (qui ci sono i due chitarristi Russell James Pyle e Joshua Gingerich) arriva dritto a solleticare la passione per l'America nascosta. Si parte malinconici con riverberi e banjo in Judgment Day e si approda alle radici di Farmer's Prayer (l'interpretazione ricorda Greg Trooper) e County Lines, passando per il roots rock di scuola classica in Out on the Highway e This Town (ricordate con affetto i Say Zu Zu? Beh, giriamo su quelle coordinate). La chicca è una versione onesta e naturalmente dagli accenti country della springsteeniana I'm On Fire, un brano che piace sempre parecchio ai roots rockers.
(Fabio Cerbone)

   

Robert Chaney
Cracked Picture Frames
(Jagged Lines 2015)


folk
robertchaney.net


Disco spolpato fino all'osso, Cracked Picture Frames è l'esordio di un trentenne della Florida trapiantato a Londra. Strana storia quella di Robert Chaney, folksinger che per cercare un palco si è dovuto rivolgere ai cosiddetti open mic della metropoli inglese: avremmo immaginato per lui una piccola coffee house di New York, l'efetto sarebbe stato molto in linea con la storia di "Llewyn Davis" raccontata dai fratelli Coen. Ad ogni modo le dieci ballate acustiche (solo voce e chitarra, qualche volta anche elettrica, e un banjo in Bird and Bees) prodotte da Ken Brake sono lo specchio di una scrittura che guarda al primo Dylan, ai fantasmi del folklore americano e alla tradizione delle murder ballads. Ci avviciniamo a quelle storie nel clima narrativo di Black Eyed Susan e The Ballad of Edward and Lisa, alternando caratteri di pura finzione, con un taglio quasi cinematografico, e canzoni più personali e tormentate. Voce e interpretazione sono la quintessenza del genere e nulla può scalfire la credibilità di Chaney in The Morning After o Patch It Up, con toni che vanno dalla dolcezza più disarmante alla cruda schiettezza della ballata folk. Certamente l'umore depresso di molti episodi (la lunga The Cyclist svetta su tutte) non aiuta il primo approccio, ma la verità dell'autore viene a galla. Teniamolo d'occhio.
(Fabio Cerbone)

Greg Harris
Long Lonesome Feeling
(Mrm/ Appaloosa 2015)

country rock
gregharrismusic.net


La prima uscita del marchio MRM/Appalooosa, è un tuffo nei ricordi della stagione country rock californiana, con titoli esemplari quali The Last of the Great Old Counrty Rockers e The Gilded Palace of Sin (omaggio all'omonimo leggendario disco). La storia di Greg Harris arriva da quella esperienza - già nel duo Rains & Harris, poi membro dei Flying Burrito Brothers negli anni del dopo Gram Parsons - e in quel crogiuolo di sogni si è fermata la sua musica. È pieno di nostalgia il suo Long Lonesome Feeling, album registrato in buona parte in solitario (un paio di interventi di Don Heffington e Skip Edwards) e che interrompe un silenzio discografico di cinque anni. In passato i suoi lavori avevano già trovato casa presso la Appaloosa e perciò comprendiamo il feeling instaurato con l'Italia da parte del chitarrista e autore americano. Non ci sembra tuttavia all'altezza questa prova: innanzi tutto per i chiari limiti produttivi (il sound datato e impersonale della title track, il western swing posticcio di Wills Point), in seconda battuta per la canzoni (fanno eccezione i momenti più acustici, con Can You fool, la versione roots del classico di Dan Penn Do Right Woman e il country rurale di My Record on the Pig) che rimasticano piacevoli quanto innocui luoghi comuni di un genere che qui appare un po' troppo cristallizzato.
(Davide Albini)

   

The New Students
When The West Wind Blows
(The New Students 2014)


country folk
thenewstudents.com


Secondo esame per le "matricole" di stanza a Brooklyn, con "un piede nel Ventunesimo Secolo, ed un altro poggiato saldamente nella musica tradizionale americana d'ascendenza bianca", come loro stessi si definiscono. Tradizione folk che ritroviamo, oggi, anche in When The West Wind Blows. Complici un songwriting a "quattro mani", ovvero quelle dei polistrumentisti Justin Flagg e Matthew Gelfer, e una strumentazione prevalentemente acustica, sebbene rinvigorita da una canonica sezione ritmica; debitrici entrambi nei confronti della lezione impartita proprio dalla suddetta. Una caleidoscopica, fluida progressione di note quindi, capace di dar vita a puntati, spediti bluegrass quali l'opener Bar Room Blues e Bushman's Holiday, come a malinconici country tune (una nelsoniana Pictures), passando per evanescenti momenti di morbidezza acustica, quali la rarefatta The West Wind o una Joanna dalla pastorale confessionalità folk. Tratto peculiare dei nostri è, tuttavia, l'intrecciarsi armonico delle voci, come si può evincere nella cangiante solarità calypso di Lovely Day, nell'afflato cameristico di Winter, con la presenza, aggiuntiva, di una piccola sezione d'archi, o nella conclusiva, palpitante coralità di Calvary Hill. Un album senza dubbio gradevole, al contempo contraddistinto da alcuni buoni spunti autoriali, anche se la strada per "laurearsi" presso l'antica e prestigiosa "University of American Folk Music", è, per le nostre "matricole", ancora lunga.
(Marco Poggio)

Josh Hoyer
Living By the Minute
(Silver Street Records 2015)

soul rock
joshhoyer.com


A ingrossare le fila del rinascimento soul dalla pella bianca di queste stagioni arriva il sestetto capitanato dal corpulento Josh Hoyer. Immaginereste mai fiati grondanti, virulento soul d'annata di casa Stax e qualche azzeccata spinta funky da musicisti nati e cresciuti a Lincoln, Nebraska? Certo che no, ma le vie della chiesa del soul sudista sono infinite ed ecco che Living by The Minute, secondo lavoro discografico della band, spintona per farsi spazio sul proscenio. Album revivalista e competente in materia, registrazione calda e passionale come richiede il copione, la voce del leader Hoyer profonda e convincente, una prima fila di fiati e coriste e siamo già dentro il suono vecchio stile di A Man Who Believes His Own Lies e The First One, ballatona come richiede il manuale del buon soulman. Nella title track affiorano sfumature più sensuali che trascinano verso la concorrenza della Motown, il funky pulsante di Over the City (più attendista) e 11:11 sono un tuffo nei primi settanta, la seconda con un flauto che echeggia autentico soul psichedelico, ma non manca qualche sferzata in nome del maestro James Brown (Blood and Bone). Party record, si sarà capito, e poco importa se l'originalità va in soffitta.
(Fabio Cerbone)