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a cura della redazione

  
Shortcuts #238: Dave Insley; The Danberrys; The Northbank Stranglers; June Star; Neal Black & Larry Garner; Joe Pinamonti
 

Dave Insley
Just the Way That I Am
(DIR 2016)

honky tonk, country rock


Aggrappato alla memoria del suono honky tonk e western swing, ci arriva questo quarto disco solista di Dave Insley, texano di adozione e qui direttore di un'orchestrina country che comprende alcuni dei migliori musicisti di Austin e dintorni. Just the Way That I Am interrompe un lungo silenzio, che durava dal 2008. Il nome di Insley era annoverato tra i più quotati tradizionalisti agli inizi degli anni duemila e non mi sorprende trovare personaggi come Rick Shea (qualcuno lo ricorderà al fianco di Dave Alvin? Anche qualche buon disco solista) e Redd Volkaert (Merle Haggard band) alle chitarre, o ancora Kelly Willis e Dale Watson alle seconde voci in Win Win Situation for Losers e No One To Come Home To. L'approccio conservatore di Dave Insley, con la sua inconfondibile voce baritonale, non può che riportare ai classici del genere, tra un Johnny Cash d'annata e certe ballate western degne di Marty Robbins (sentire per credere I Don't Know How this Story Ends e l'epica Arizona Territory, 1904), una spruzzata di swing e fiati nella romantica Please Believe Me e tanto Texas nelle vene, nonostante il nostro Dave sia nativo del Kansas e per molto tempo abbia vissuto in Arizona. Qui la tradizione è una cosa seria e non si esce mai dal recito del passato, mi pare chiaro, ma come disco di genere, Just the Way That I Am è inappuntabile.
(Davide Albini)

The Danberrys
Give and Receive
(The Danberrys 2016)

Americana


Scontato ma inevitabile tracciare un parallelo fra i Danberrys e altre famose coppie della moderna folk music americana, in particolare quella che ha dettato più di tutte la linea: Gillian Welch e David Rawlings. Nell'intreccio di voci e sonorità a cavallo tra country rurale, bluegrass, gospel e folk blues, Ben DeBerry e Dorothy Daniel inseguono lo stesso percorso artistico, evidentemente con risultati ancora distanti dal modello di riferimento. In ogni caso i nove episodi di Give & Receive suggeriscono un terreno comune, con un successo locale crescente per il duo del Tennessee: dall'affermazione nel 2013 con il precedente, omonimo The Danberrys al palco dello storico Ryman Auditorium di Nashville, come spalla di Robert Earl Keen. L'anima dei Danberrys può dividersi idealmente in due: il calore delle radici di Ben DeBerry e le sue composizioni dal sapore più brusco, come il bluegrass di Long Song o l'iniziale Receive, quelle più eteree e armoniosamente acustiche di Dorothy Daniel, da Lady Belle alla chiusura con Get Back Home. Nel mezzo spunti strumentali interessanti, emozioni affettate e la produzione di Ethan Ballinger, che prova a uscire di tanto in tanto da un certo clichè di genere: accade nelle accese trame blues di Don't Drink the Water e nello scheletro ritmico di Life Worth Living, solo voci e percussioni.
(Fabio Cerbone)

   
   

The Northbank Stranglers
Dead City Blues
(The Northbank Stranglers 2016)

alt-country


Originari di una piccola città canadese dello stato di Alberta, The Northbank Stranglers sono un quartetto formato da Ty Fletcher (voce e chitarra acustica), Scotty Melnyk (chitarra), Layne Eaton (batteria) e Kirby Yarosh (basso). La band, dedita all'alt-country, dopo aver pubblicato il suo EP di debutto intitolato Born To Lose nel 2014, propone oggi il suo primo album di inediti Dead City Blues. La tracklist scelta si basa su dieci brani che viaggiano tra il country classico e il southern-rock con sfumature di punk-rock. Lonely's Only Prayer apre il disco ed è anche il singolo usato per il lancio dello stesso sul mercato musicale: per quanto orecchiabile sia, sembra voler sì dare uno slancio all'album, ma allo stesso tempo trattenerlo. Sulla falsariga troviamo Without A Trace e Dead City Blues. A seguire I Am The Breeze, con la sua struttura musicale aperta durante il ritornello, che porta una ventata di freschezza. Per il resto passiamo da brani musicalmente più ritmati come Faceless e Rattlin' Bones, ad altri più soft come Just Like Me alternando nella scaletta anche un po' di country come quello di Blue Jeans And Misery. Una nota positiva va data all'arrangiamento acustico (piano e voce) di Colorado Sunrise, che chiude il disco. Arrangiamento musicale riflessivo per non dire quasi meditativo. L'alternanza di suoni e di ritmi in Dead City Blues comporta che l'album non sia del tutto tedioso, ma il problema principale è che, pur essendo vario nella sua struttura, non sembra mai decollare. Per utilizzare una metafora: ogni brano sembra viaggiare con il freno a mano tirato. Non possiamo sapere se ciò sia stata una scelta musicale o solo il timore del debutto. Fatto sta che tutto questo è facilmente percepibile sin dal primo ascolto.
(Fabio Penza)

June Star
Pull Awake
(June Star 2016)

alt-country


Spesso capita di avere una passione che occupa uno spazio importante nella propria esistenza. Nonostante tutto, alcune persone riescono a far coincidere i propri impegni con quello che è il sogno di una vita: come può esserlo la musica, per esempio. Andrew Grimm, come altri artisti, era impegnato nel ruolo di insegnante di inglese quando nel 1998 fondò la sua band: June Star. Piccole serate presso i locali del posto, Baltimora, poi la grande possibilità di fare da opening act per artisti del calibro di V-Roys e Damnations TX. In questo modo, la visibilità e la notorietà del gruppo ha iniziato ad aumentare. Così Grimm dedice di abbandonare quel suo ruolo di insegnante per dedicarsi finalmente a tempo pieno alla sua passione principale, pubblicando sei album negli ultimi quindici anni. Il loro ultimo album, intitolato Pull Awake, è stato registrato nei primi mesi del 2015, undici brani inediti che uniscono il country-folk e l'alt-country con sonorità molto diverse tra loro, ma molto incisive. Il brano Tether apre questo lavoro con un sound ballabile e scorrevole allo stesso tempo, richiamando lo stile dell'Americana, che lega bene con la traccia successiva intitolata Feathers. Il ritmo diventa più scandito e la parte strumentale è ben marcata dal suono della chitarra elettrica, ripetendosi anche in un altro brano presente nel disco: Coma. In alcuni episodi, che richiamano il vecchio country, la pedal steel di Dave Hadley dà un tocco di modernità. Un esempio è House Call, ma anche Walk Away o Atrophy. In quasi vent'anni di carriera i June Star hanno saputo cantare canzoni d'amore che fossero allo stesso tempo caratterizzate da testi introspettivi. L'insieme di tutto questo è il risultato che i June Star hanno voluto e saputo dare a questo loro lavoro, dalla struttura lineare e allo stesso tempo coerente con il loro modo di fare musica.
(Fabio Penza)

   
   

Neal Black & Larry Garner
Guilty Saints
(Dixiefrog/IRD 2016)


blues rock


Due chitarristi blues, due tradizioni a confronto: Neal Black dal Texas e Larry Garner dalla Louisiana recitano le note biografiche, per un incontro artistico sotto l'ala protettiva della francese Dixiefrog, che ha già pubblicato singolarmente alcuni lavori degli artisti in questione. Il più conosciuto forse resta il texano Black, attivo fin dagli anni Ottanta, collaboratore di diverse leggende del genere, quindi trasferitosi a New York e ora residente in Francia, titolare di sei dischi solisti per la stessa Dixiefrog. Garner è invece una specie di beniamino locale a Baton Rouge, anche lui però assai più apprezzato in Europa, con i primi dischi per l'inglese JSp, che lo scoprì una ventina di anni fa. Guilty Saints è un lavoro di condivisione in tutto e per tutto: molti brani scritti insieme, anche con lo zampino del pianista Mike Lattrell e del percussionista Larry Crockett, spesso cantati a due voci e con parti soliste che si alternano nella stessa canzone. Gli stili si intrecciano, anche se il passo più gioioso, sudista e funkeggiante di Garner si fa sentire in Guilty e Ride With Me. In generale l'esito è assolutamente standard, rock blues e ballate elettriche da manuale, ma rarissimi guizzi di ingegno, con due pause acustiche (A Friend Like You e Chances) fra i passaggi più apprezzabili. Blues con il fiato corto e assaggiato in mille salse.
(Fabio Cerbone)

John Pinamonti
The Usual
(John Pinamonti 2016)


folk rock


Non scendono troppo nel dettaglio le notizie su John Pinamonti, cantautore da anni residente a Brooklyn, ma con un passato che sembra scritto nella più pura tradizione del troubadour americano. Le note biografiche, infatti, fanno presente che ha viaggiato attraverso il West e ne è rimasto affascinato: Texas, California, Oregon. La sua musica ha raccolto per strada diverse suggestioni, contribuendo poi a costruire la piccola scena roots newyorkese. Tra folk rock, ballate genericamente definibili come Americana, qualche spunto più elettrico, il suo sesto album si allinea alle tante produzioni del sottobosco tradizionalista, senza infamia e senza lode. La voce sembra il punto debole, gentile quanto basta nei brani più acustici, poco graffiante nei rari passaggi rock del disco (I Want It Now). Pinamonti comunque sfoggia un songwriting di qualità, solido e di vecchia scuola: il suo terreno d'azione più congeniale è quello del country folk e la presenza di una cover della Carter Family, I Can't Feel at Home In This World Anymore, lo rende esplicito. Con una sezione ritmica stabile e una buona alternanza di ospiti, l'album offre piccole variazioni musicali di brano in brano, tra cui persino una sezione fiati nel funky di City of Angels e nella ballad Happy Man. Non abbastanza però per distinguerlo dalla miriade di avversari.
(Fabio Cerbone)