:: Shortcuts menù
Vai alle altre rubriche:


Archivio di Shortcuts

Il precedente:
Shortcuts #169

Glossary
Tom Freund
Centro Matic
Brett Dennen
The Duke & The King
Poor Billy


Il resto della ciurma:
Shortcuts #168

The Lost Pines
Joey + Rory
Mare Wakefield
Carrie Rodriguez
Carley Tanchon
Twilite Broadcasters

Shortcuts #167

ahab
Hannah Miller
The Noise Revival Orchestra
Corey Hart

Shortcuts #166

Mike Ethan Messick
Jason Boland
John David Kent
Brian Keane
Jeremy Steding
Fred Odell

Shortcuts #165

Hymns From Home
Anna Coogan
Josh Rouse
Danny & The Champions of the World
Theo Sieben
Diego Garcia

Shortcuts #164

Jim Bianco
Peadar King
Gwendolyn
Shaney McCoy
Flint Zeigler
Dan Krikorian

Shortcuts #163
Rob Lytle
Lindi Ortega
Digney Fignus
Ryan Driver
Jon Pousette-Dart
The Good Intentions

Shortcuts #162

Oh Susanna
Marissa Nadler
Jim Lauderdale
Dan Israel
River Rouge
Tori Sparks

Shortcuts #161

Brothers Through the Hill
Delta Moon
Geoff Bartley
Kirsten Thien

Shortcuts #160

Natalia Zuckerman
Donna Ulisse
Karyn Oliver
Adriana Spina
John Mitchell & Sofie Jonsson
Siobhan O'Brien

Shortcuts #159

I Can Lick Any Sonofabitch
Roger Clyne & The Peacemakers
The Woodshedders
Brandon Adams
The Von Ehrics
The Flyin' A's

Shortcuts #158
The Bridge
JT Nero
Jackson Taylor
The Only Sons
ShAnnie
Nadia Kazmi

Shortcuts #157
Chris Bathgate
The Lucky Strikes
Bob Schneider
Too Slim
Rory Ellis
Andy Mason

Shortcuts #156

Pokey Lafarge
J Wagner
Chris Cook
Marc Black
Emma Hill
The Disappearing Act

Shortcuts #155

Abigail Washburn
The Wild Mocassin
The Waifs
The Foghorn Trio
Medicine Park
The Dunn Boys

Shortcuts #154
L/O/N/G
Ciara Sidine
Jude Davison

Dad Horse Experience
David Goldman
Victoria Vox

Shortcuts #153

One Eyed Mule
Good Lovelies
The Steven L Smith Band
Bart Davenport
Wynntown Marshals
Mark Adam Miller

Shortcuts #152

Cam Penner
Rob Baird
Elizabeth Cook
BettySoo
Kimmie Rhodes
Andrew Anderson

Shortcuts #151

Brett Detar
M. Lucas
Natasha Borzilova
Exene Cervenka
Dunville
Augie Meyers

Shortcuts #150
Caleb Klauder
Laura Cortese
Pete Berwick
David Dondero
Cara Jean Wahlers
Bedhead and Blondy

Shortcuts #149

Brandon Calhoon
The Boxer Rebellion
EvilmrSod
Mike Stout
Honky Tonkitis
Kete Bowers

Shortcuts #148

Luke Doucet
Tery Johnson
Leyla Fences
Jon Fox
Zach Peterson
Munly & the Lupercalians

Shortcuts #147

The Black Twig Pickers
Glenna bell
Kimmie Rhodes
Bobtown

Shortcuts #146

Simon Fagan
Mark Moldre
Steve Smith & Hard Road
The Adventure Spirit
Tom Corbett
Jenn Cleary

Shortcuts #145

The Tallest Man on Earth
The Dusty 45's
Corinne Chapman
Circe Link
David Vest
Ra Ra Riot

Shortcuts #144

Danielle Doyle
Susie Hug
The Melissa Ludwig Band
Kelly Steward
The Grandfalloons
Spike Flynn

Shortcuts #143

Caitilin Rose
Ed Kowalczyk
Nutria
Nu Blu
Mary MacGowan
Allan Frank

Shortcuts #142

Joel Plaskett
Shinyribs
Tony McLoughlin
David Celia
Brian Lee
Eleanor Angel

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
Home page
powered by FreeFind


Shortcuts #170: Lauderdale; Whitehorse; Boca Chica; Bev Barnett & Greg Newlon; Annis Brander; Simone Stevens

Lauderdale
Moving On
(Lauderdale  2011)

alt-country, roots


La zona grigia messa in scena dai Lauderdale è quella di un sud depresso, la musica un alternative country dal passo malinconico e desertico, che evoca alcuni piccoli maestri del genere. I Lauderdale sono un quartetto di Muscle Shoals, Alabama, che poco o nulla ha a che fare con l'ingombrante storia del luogo: qui le tracce di black music sono assai vaghe e sulla falsariga dei primi, acerbi Lucero (in particolare per il canto, che ricorda certi accorati stridori tipici di Ben Nichols) o dei Drive By Truckers più ruspanti, Moving on restituisce un country rock desolato che fin dalle prime mosse della title track e di Dressed Like the Devil circoscrive con precisione lo stile di Niles Lee, principale voce della band. Qualche livido scossone elettrico in The Grant e Torn at the Seams, anche se il meglio salta fuori all'istante nel compenetrarsi di pedal steel (Daniel Stoddard), organo (Ben Tanner) e chitarre acustiche in episodi quali The Cost o Big Fish. I Lauderdale dominano certamente le regole del genere, nonostante il loro contributo alla causa appaia un po' in ritardo rispetto ad una rinata scena roots sudista, che sembra avere già detto e scritto molto lungo questa direttrice.
(Fabio Cerbone)

www.lauderdalemusic.com

Whitehorse
Whitehorse
(Six Shooter 2011)

indie rock, americana


Whitehorse, ovvero Luke Doucet e Melissa McClelland, coppia artistica in forza alla etichetta canadese Six Shooter, che unisce ispirazione e forze per un ep di otto brani. Candidi, mano nella mano, attraversano la luce accecante che trapela nel bosco, in cerca di quel rinoscoimento che da soli hanno già ottenuto, per lo meno in patria. Doucet in particolare si è fatto notare per via di un brillante folk rock sulla scia di un novello Ryan Adams. Qui restiamo in territori che lambiscono canzone d'autore, indie rock e roots, anche se pochi sono gli spunti per far gridare al miracolo: insomma niente June e Johnny come suggerisocno maldestramente le note di presentazione; i Whitehorse riflettono più che altro una versione moderna del suono Americana (Emerelad Isle, la ballad elettrica Broken) con qualche inflessione bluesy dalle tinte fosche (Killing Time is Murder), persino in tutto e per tutto dark (Passenger 24, con un riff che ricorda vagamente Personal Jesus dei Depeche Mode). Night Owls da la buonanotte con un duetto dolce e sofisticato, mentre due episodi d'atmosfera aprono e chiudono il disco senza troppo costrutto. Da rivedere sulla distanza.
(Fabio Cerbone)

www.whitehorsemusic.ca

   

Bev Barnett & Greg Newlon
Love Can Change The World
(
TrueWind Music  2011)

Americana


Titolo speranzoso Love Can Change The World e canzoni che attraversano umori molto intimi, familiari e quasi ecumenici (c'è anche un poco di ecologismo, che non gusta mai, compresa la confezione in digipak riciclato): la coppia californiana Bev Barnett e Greg Newlon, tre dischi all'attivo e un incontro fatale alla fine degli anni '90, tiene fede allle radici folk sixties della loro formazione artistica, aggiunge una predilezione per dolci armonie vocali, spruzzate di west coast sound e country soul, dando vita ad una godibile raccolta, un po' fuori moda, di semplici ballate. Qualche balzo rock in What Is enough?, un passionale tocco r&b in Everydays' Back in Town, ma il centro del disco resta racchiuso nei colori tenui di Let the Walls Come Down, fra qualche buona vibrazione soul in What Makes a Man, nella delicata formula folk rock di I Found Myself. Newlon produce e riesce a cogliere le giuste rifiniture, con pochi azzeccati colori dei collaboratori (soprattutto Roman Morykit alle percussioni): l'esito è tanto piacevole quanto disciplinato, un dejà vù di melodie e stili che parla in prima persona della devozione con cui la coppia maneggia la materia, senza mai uscire dalla bella calligrafia.
(Fabio Cerbone)

www.bevandgreg.com

Boca Chica
Get Out Of Sin City
(Boca Chica 2011)

indie-country


Chi siano Hallie Pritts e la sua affollata (7 i componenti) creatura artistica chiamata Boca Chica lo avevamo detto presentando il precedente lavoro Lace Up Your Workbooks. Ragazza amante dello stile dimesso da pura indie-culture anni 2000, della strumentazione di marca roots (banjo, pedal steel guitars, acustiche, wurlitzer e l'ormai tragicamente immancabile ukulele gli orpelli che regnano nei suoi dischi), la Pritts prosegue con questo Get Out Of Sin City il percorso intrapreso nel 2005, inserendo rispetto ai lavori precedenti toni più scanzonati e una nuova vena "poppish" che fa sì che sia impossibile non fischiettare la baldanzosa Sin City o muovere il piedino quando cinguetta Dear Audrine. Dieci brani che scivolano via senza problemi e troppi clamori, tra qualche cover di amici outsiders (la coinvolgente You're The Blues di Nik Westman), una Aretha Franklin portata in gita in campagna con l'evergreen Do Right Woman, cowboy-songs con fiati mariachi (Long Range Guns) o deliziosi schizzi folk (Marlene). Tutto molto carino e orecchiabile, anche se cominciamo a pensare che l'ostinata modestia di questi artisti rappresenti un freno non indifferente alla possibilità di uscire dal mondo dell'auto-gestione.
(Nicola Gervasini)


bocachica.bandcamp.com

   

Annis Brander
Glass People In The Woods
(Lonely Road  2011)

folk rock, pop


Non inganni l'aspetto da cowgirl in copertina e il quadretto bucolico: Annis Brander, cantautrice svedese giunta alla musica dopo una lenta maturazione, blandisce i territori della tradizione country ma suona un folk rock più levigato, che di tanto in tanto scopre anche delle legittime mire pop (Burning Sky), pur mantenendo una impostazione elettro-acustica di raffinata fattura. Glass People n the Woods è il suo secondo capitolo discografico, prodotto con il contributo artistico essenziale di Henrik Åström (firma un paio di canzoni e suona fra gli altri piano, mandolino, banjo e chitarre) e di una schiera di musicisti locali di Stoccolma. La scena roots, largamente intesa, della Scandinavia non è nuova a proposte di caratura internazionale, e non fosse per le note biografiche potremmo pensare a Grace, Oh Darling, Sweet Marianne come concilianti ballate nate nell'alveo delle mille produzioni Americana. Annis Brander mostra dal canto suo una delicata vocalità (la stessa che la spinse ad abbracciare una chitarra da ragazza ormai matura, solamente pochi anni fa), scossa da qualche diversivo intrigante (il sound tzigano di More than Ice Cream), nonostante tutto il disco rimanga un po' troppo affettato e lezioso per farsi apprezzare fino in fondo.
(Fabio Cerbone)

annisbrander.blogspot.com

Simone Stevens
Right on Time
(Simone Stevens 2011)

folk, pop


Fra austero folk cameristico, docili tentazioni pop e qualche incursione in territori da canzone retrò, la cantautrice newyorkese Simone Stevens fa il suo esordio staccandosi dal progetto Fiery Blue, opera a sei mani messa insieme con Paul Marsteller e Gabe Rhodes e grazie alla quale avevamo per la prima volta conosciuto il suo nome. Right on Time (da cui una quasi omonima cover di Lucinda Williams, Right in Time, qui resa per archi e pianoforte in veste disadorna) contiene qualche promessa, un duetto demodè con il songwriter francese Armann Penn in Every Town has a River e molte, forse troppe ballate confessionali che segnano il tono autunnale e aggraziato di questa autrice. Qualche incursione nelle zone più rurali dell'Americana sound con ABC e Lady luck, una Dream che piacerebbe a Norah Jones e poco altro segnalano la Stevens come una delle tante indecise reginette del folk americano, ancora incapace di far emergere uno spessore da prima della classe. Tutto ciò nonostante una non indifferente presenza di musuicisti dell'area rock newyorkese, tra i quali spicca Greg McCullen (Trixie Whitlely, Glen Branca).
(Fabio Cerbone)

www.simonestevensmusic.com