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a cura della redazione

  
Shortcuts #218: Bob Cheevers; Bill Wood and the Woodies; Emma Hill; Nelson Wright; Cris Cuddy; Spike Flynn; Cej; Aggieland
 

Bob Cheevers
On Earth As It Is in Austin
(Bob Cheevers  2014)

Texas' troubadour
bobcheevers.com


Quindici canzoni e altrettanti ospiti, ciascuno ad accompagnare Bob Cheevers nei singoli episodi di un disco acustico e fedele alla tradizione dei troubadour texani. Questa la sostanza di On Earth As It Is In Austin, titolo suggerito allo stesso Cheevers dal suo fedele chitarrista Dave Greaves, che mostrava una scritta uguale sulla custodia dello strumento. Essendo di casa ad Austin da diversi anni, il nostro songwriter ha pensato bene di chiamare a raccolta vecchi e nuovi amici incontrati sulla strada, abbellendo di quel tanto che basta le sue scarne ballate dai sapori country fuorilegge e dalle radici folk blues. Un'operazione interessante soprattutto per i nomi coinvolti, anche se il repertorio regge l'impatto, pur nella sua veste scarna: tra gli altri ci sono Walt Wilkins in The Sound of a Door, Will Sexton in Made in Missisippi, Chris Cage nella spiritosa You Sound Just Like Willie (a ricordarci le somiglianze vocali e di stile tra Cheevers e Willie Nelson), Chip Dolan e il suo accordion in Creaky Old Bones e Warren Hood in Hey Hey Billy. Una formula che esalta lo scheletro tradizionalista di queste ballate e la storia stessa di un autore dello stampo di Cheevers, una di quelle figure che lavorano nell'ombra, ma gode del rispetto dei colleghi: sulla scena dalla fine dei sixties, trasferitosi in California e poi a Nashville, prima di planare definitivamente in Texas, autore di qualche successo per Johnny Cash e Waylon Jennings, ricorda da vicino un altro rinnegato del movimento outlaw di Austin, Ray Wylie Hubbard. Se il territorio vi è familiare...
(Fabio Cerbone)

Bill Wood and the Woodies
Oh Look
(Bill Wood 2014)

canadian pop rock
billwoodandthewoodies.com


Bill Wood, canadese di Montreal, ha alle spalle una lunga carriera, iniziata negli anni ottanta con gli EyeEye, gruppo pop che ha inciso due album di successo, supportando dal vivo band molto popolari come Glass Eye e Platinum Blonde. Da allora ha alternato l'attività musicale a quella di restauratore e falegname, incidendo sporadicamente. Alcuni anni fa ha avviato una collaborazione con l'amico bassista e produttore Mark Shannon, che è sfociata in un album solista e nella formazione dei Woodies con Chris Bennet alla chitarra e Dino Naccarato alla batteria, giunti al disco d'esordio dopo un paio di mini-album. Bill è il leader, compone e canta buona parte del repertorio, che si può catalogare come un incrocio vario e piacevole di rock e pop. Non ci sono particolari ambizioni, se non quella di proporre canzoni ben scritte e suonate con pulizia e competenza. Manca qualcosa, probabilmente un po' di personalità e anche un indirizzo più preciso, perché se è vero che il rock energico e ritmato di Push Ahead e Monster con le chitarre piuttosto affilate e il roots rock di Frankie non stanno male accanto al tocco più leggero di Beautiful Boys o al power pop profumato di anni sessanta di Give Me A Kiss, quando si aggiungono le influenze anni cinquanta di Silver Wings, il country elettroacustico di Welcome To The World, il suono delle radici di Giant con la fisarmonica che accompagna la voce apprezzabile di Mary Margaret Wood e gli echi dei Simple Minds di November si resta un po' spiazzati e si ha l'impressione che ci sia troppa carne al fuoco.
(Paolo Baiotti)

   

Emma Hill
Denali
(Kuskokwim Records 2014)


country folk
emmahillmusic.com


Dopo qualche anno di "esilio" a Portland, dove la vivace scena musicale cittadina è servita a farle aprire i contatti con il mondo, Emma Hill torna nella più isolata e selvaggia Alaska, paese da cui la sua avventura artistica era cominciata nel 2006. Quattro dischi alle spalle e una collaborazione con il chitarrista Bryan Daste che prosegue nel tempo, la Hill è una voce gentile del nuovo folk americano, leggero soprano di chiara impronta tradizionale, che mette insieme fragranze country rurali e una sensibilità indie folk più moderna. Al nuovo lavoro intitolato Denali, collaborano ottimi musicisti locali, tra cui possiamo riconoscere i nomi di Evan Phillips (Easton Stagger Phillips, The Whipsaws), anche produttore dell'album, e Tim Easton ospite alla resonator. Con liriche che aprono il cuore dell'artista e inevitabili riferimenti alla wilderness nord-americana, Emma Hill volteggia leggera tra Bright Eyes, i ritmi scuri e romantici della stessa Denali e le candenze più hillbilly di Hard Love e An Epic o quelle tipicamente alternative country di 49er. Tutto gradevole eppure indistinto dalla grande offerta di genere: per queste lande una Neko Case è passata dieci anni fa e ha lasciato segnali importanti, andando però oltre, mentre oggi Laura Veirs ne possiede con più scioltezza i segreti. Emma Hill cerca la sua voce, ma finisce per annoiare, tenendo la fiaccola di un tenero country un po' etereo (If the Gods, Sad Again) che abbiamo consumato e assimilato oltre il lecito.
(Fabio Cerbone)

Cris Cuddy
Best Kept Secret
(Cris Cuddy 2014)

Americana
criscuddy.com


Canadese di Toronto con patente americana, diciamo così, Cris Cuddy è un veterano della scena folk nazionale, con un passato che affonda le radici negli anni settanta, come membro di Jeremy Dormouse e Max Mouse and the Gorillas, ma soprattutto titolare di una decina di lavori solisti che lo hanno visto collaborare con personaggi del giro alternative-country, tra i quali Andrew Hardin (Tom Russell) Fats Kaplin (Jack White) e George Bradfute. È volato spesso anche a Nashville per catturare una parte dello spirito della sua musica, che è quanto di più classico si possa immaginare nel novero del country folk d'autore. Lo dimostra anche The Best kept Secret, album pregevole nella sua veste tradizionalista e ligio al dovere di omaggiare i linguaggi più conosciuti della canzone americana. In prevalenza acustico, inciso con l'ausilio di una quindicina di musicisti, sfiora ballate romantiche e dall'aria jazzy come Amy, si avventura in territori bluegrass con The IBMA Blues e soffia melodie dal confine con accenti country&western (Passing Through, Got a Brand New Heartache, Drive Thru Daiquiri Bar, con l'accordion di Steve Conn, la dolcissima She Reminded Me of You), fino a rinfrescare la memoria rockabilly nella stessa The Best Kept Secret, un piccolo diversivo in scaletta. Attenzione particolare alle storie, voce confortevole, clima pacato: ricadiamo, se volete, nelle regole di tutti questi dischi di genere, poco propensi a rischiare, ma anche inattaccabili da un punto di vista formale.
(Fabio Cerbone)

   

Nelson Wright
Orphans & Relics
(Nelson Wright 2014)


Americana
nelsonwright.com


Piccolo trattato del "buon disco" di Americana, facendosi largo tra diverse tradizioni musicali, Orphans & Relics ha tutti i pregi e i difetti dei tanti, pur diligenti e talentuosi, songwriter che affollano questo mondo. Nelson Wright lo ha registrato su un due piste ai Prairie Sun Studio in California, con la collaborazione Micheal Thomas Connolly (nelle sue mani gran parte della strumentazione) e la presenza di pochi selezionati musicisti. È un album che parte acustico e poetico con il suono rurale di Miller's Wheel e si fa strada tra ballate elettriche (Orphans of the Past), country blues degno di una serata in una coffee house (Mama It Will Surely Do) e siparietti da "bei tempi andati" nel clarinetto dai colori swing di Who's Folling Who, il rockabilly stile Johnny cash alla Sun records di Falling Out of Something e il blues canonico di Ten O'Clock Blues. Sei tracce e abbiamo già fatto il giro dell'enciclopedia musicale americana. Manca però qualcosa che si spinga oltre la bella calligrafia. Wright, oggi di stanza a Seattle, non è un novellino: arriva dalla scena folk newyorkese, ha militato in numerosi progetti e con il precedente Still Burning si è aperto una breccia nel pubblico Americana. Ciò non toglie che la stringata sintesi (nove brani, una mezz'ora e poco più di musica) di Orphans & Relics non cada lontano dalle sue rigide fascinazioni per il passato, compresa una In Another Lifetime dalle morbide tinte jazzy che piacerebbe a Willie Nelson.
(Davide Albini)

Spike Flynn
Rough Landing
(Spike Flynn 2014)

country, folk blues
spikeflynn.com


In una confezione digipak curatissima, con libretto, testi e uno sfondo da landa deserta australiana, arriva il nuovo lavoro di Spike Flynn, voce indipendente della scena roots nazionale, oggi residente a Sidney e molto apprezzato nei piccoli pub cittadini. Un musicista di lungo corso, che per anni ha tuttavia abbandonato l'attività discografica, tornando nel 2010 con It's Alright, album che lo ha rimesso al centro delle attenzioni con un tour e qualche recensione anche a livello internazionale. Rough Landing prosegue questa rinascita, confermando la genuinità del gesto country e folk blues di Flynn, una voce roca e magari poco appariscente, ma che pesca a piene mani dalla lunga tradizione dei folksinger. Le linee guida di brani quali Trying to Get Home Blues, All You Lonesome Hobos, Re-Incarnation Train Whistle Blues - e basterebbero anche i titoli - sono quelle di una ballata dai sapori roots che guarda a Ramblin' Jack Elliott, a Guy Clark, un suono spartano e rustico che poco inventa e si attiene di più alla concretezza delle storie. Un violino o un tocco di banjo in Small Town Refugee e Frozen Words (Neon Lit Cafe no.2) e l'aria si fa dolcemente country, qualche volta si punta verso le dodici battute del blues (Ragin' Against the Wind), più in generale si mantiene la rotta salda verso lo storytelling di nobile stirpe. Spike Flynn offre il gusto naturale e semplice di una musica antica, non è un fuoriclasse e si sarà capito, ma sa come tenere in piedi una buona canzone.
(Fabio Cerbone)

   

Cej
Sleepwalker in Paradise
(Gnosong Records 2013)


folk blues, folk pop
cejsongs.com


L'intricato, elegante picking acustico di Honolulu Lulu è figlio legittimo di Jorma Kaukonen e di un folk blues cristallino che dice molto del personaggio Cej, all'anagrafe Carl Johnson, chitarrista californiano che ha legato le sue fortune soprattutto alla band di Joel Rafael (ricordate i suoi tributi alla musica di Woody Guthrie?). Ci troviamo dunque nel giro West Coast d'autore (l'album è stato registrato a San Diego), anche se Cej vanta un personale curriculum in formazioni di secondo piano, tra cui Small Talk, Rock Rose e altre realtà che lo hanno portato ad incidere per diverse major discografiche. Di fatto Sleepwalker in Paradise è il suo esordio in solitaria e mette in chiaro la raffinata fattura del songwriting, che dalle abilità strumentali svelate nella citata Honolulu Lulu (poi ripresa nel finale) si sposta nelle direzioni opposte delle radici country blues (My Baby Knows, sulla falsariga di un Kelly Joe Phelps) e di una forma di ballata acustica dalle ammalianti atmosfere jazzy e pop, che tocca i suoi vertici in New Old Friend e nella stessa title track, tra gli episodi più rotondi del disco. In altri frangenti e in special modo nella parte centrale Sleepwalker in Paradise abbraccia un sound affabile e morbido, che nella cesellatura degli arrangiamenti (dobro e steel guitar che si affiancano a violini e violoncelli) evoca certo romanticismo folk pop degno di James Taylor (Filling Up the Moon, Little One). Brezze californiane d'antan e molta classe.
(Fabio Cerbone)

Aggieland
You Make My Day
(Aggieland 2014)

Americana, folk rock
aggieland.nl


La terra musicale di Aggieland è ravvivata dalle liriche di Aggie de Kruijf e dalle chitarre di Stephan Jankowski. Sono loro, coppia di musicisti olandesi di Eindhoven, gli animatori principali di questo progetto artistico giunto al terzo capitolo discografico grazie a You Make my Day. Dodici brani che ballano su un filo delicato tra Americana, folk rock e un pizzico di soul dettato dagli ottimi ricami dell'organo di Mike Roelofs, uno dei tanti sconosciuti musicisti locali che arrichiscono gli arrangiamenti del duo, portando a termine una produzione di tutto rispetto. Nulla che esca fuori dai binari della tradizione e di una scena roots europea, nello specifico quella dei Paesi Bassi, che ha già ampiamente dimostrato di essere di qualità. La morbida vocalità pop di Aggie de Kruijf accompagna le sue riflessioni ed esperienze sentimentali con uno stile melodico e di chiara matrice folk, che non disdegna i vivaci colori della stessa You make my Day e Springstime, viaggiando con trasporto verso i ricordi della West Coast (il sax d'altri tempi che accompagna Friend of Mine arriva da quella stagione, così come le percussioni accennate e i delicati svolazzi di piano elettrico di Change) e più in generale di uno stile che oserei definire Americana al velluto (Don't Say You Love me, You Got to Walk That Lonesome Valley), fino alla chiusura con l'evocativa Southern Sunday.
(Davide Albini)