Shortcuts
#194 Samantha
Crain Lisa Richards Nancy Dutra Susan Kane Guy Forsyth Tokyo Rosenthal Il
resto della ciurma: Shortcuts
#193 Suthside
Johnny Archie Roach David Luning Steven Casper Mikael Persson Walter
Rootsie Shortcuts
#192 Eric
Burdon Elliott Murphy Wayne Hancock Dale Watson Thea Hopkins Alex
Culbreth Shortcuts
#191 Anders
Osborne Jenn Grant Paal Flaata David Philips The Plastic Pals Diftong Shortcuts
#190 J Shogren Max
Gomez Rob Lutes Mary Dillon Jimmy Robinson Josh Smith Shortcuts
#189 Ted Morris J.Tex
& The Volunteers Patrick Brooks Scott MacLeod Falldown The Sumner
Brothers Shortcuts
#188 Michelle
Stodart Melissa Crabtree Mark Lucas Dale Boyle Janis Martin Adams
James Sorensen Shortcuts
#187 Tim "Too
Slim" Langford Allen Thompson Band Kenney-Blackmon String band Keegan
McInroe John Fries The Easy Leaves Shortcuts
#186 The Honeydogs Charlie
Mars Buffalo Killers The Roseline Forest Sun Trevor Alguire Shortcuts
#185 James
Hand Kathy Mattea Johnny Pierre Fargo Leyla Fences GRO Shortcuts
#184 Bellowhead James
Yorkston Gilmore & Roberts The Young'Uns David Myhr Anna Coogan
and Daniele Fiaschi Shortcuts
#183 Wanda
Jackson Joey + Rory Caroline Herring AJ Downing Burton Jespersen Brian
Kalinec Shortcuts
#182 Two Gallants Cuff
the Duke Emperors of Wyoming The Refugees Levellers Tom House Shortcuts
#181 Joel
Plaskett Agnostic-Phibes Rhytmn & Blood Conspiracy Skydiggers The
Lumineers Sean O'Brien Jeff Larson Shortcuts
#180 Vanessa
Peters Kathryn Roberts & Sean Lakeman Stephanie Fagan Susan Cattaneo Larkin
Poe Penny Nichols Shortcuts
#179 Ben Caplan Jonah
Tolchin Changing Horses Auburn Pharis & Jason Romero Screen Door
Porch Shortcuts
#178 Waz E
James Byron Dowd Chuck Schaeffer Stolen Rhodes Terry Lewsander Kenny
Young Band Shortcuts
#177 Waco
Brothers & Paul Burch Cory Branan Good Old War Girlyman Darkpony The
Wyios Shortcuts
#176 Jason
Serious Erik Brandt Ernest Troost Matt Keating Joe Fletcher Paul
Benoit Shortcuts
#175 Carrie
Clark Betty Soo & Doug Cox Sarah McQuaid Shelby Earl Hungrytown Jenai
Huff Shortcuts
#174 Chuck
Mead Moot Davis Bob Wooton Tom T Hall Marshall Monrad Band Kouis
Johnson Shortcuts
#173 James
Low Western Front Great American Taxi The Barr Brothers Cornflower Blue Shortcuts
#172 Randy
Thompson I See Hawks in L.A. Hank Shizzoe Tha Ragtime Wranglers Papa
Juke Phil Friendly Shortcuts
#171 Willem
Maker Booka and the Fleming Geckos Kelly Pardekooper Marc Carroll Gary
Hunn Stephen David Austin Shortcuts
#170 Lauderdale Whitehorse Boca
Chica Bev barnett & Greg Newlon Annis Brander Simone Stevens Shortcuts
#169 Glossary Tom
Freund Centro Matic Brett Dennen The Duke & The King Poor Billy Shortcuts
#168 The Lost
Pines Joey + Rory Mare Wakefield Carrie Rodriguez Carley Tanchon Twilite
Broadcasters Shortcuts
#167 ahab Hannah
Miller The Noise Revival Orchestra Corey Hart Shortcuts
#166 Mike Ethan
Messick Jason Boland John David Kent Brian Keane Jeremy Steding Fred
Odell Shortcuts
#165 Hymns
From Home Anna Coogan Josh Rouse Danny & The Champions of the World Theo
Sieben Diego Garcia
Shortcuts
#195:
Matt Woosey Band; Glen Hornblast; Semi-Twang; Woody Pines; Bart Budwig; Gary Hall
Matt
Woosey Band On
the Waggon (Matt
Woosey 2013)
folk
blues
Con un curriculum di 250 date all'anno, Matt Woosey chiarisce subito di
essere uno di quei musicisti per i quali la strada e la crescita in pubblico è
essenziale nella maturazione del suo stile. Giovane chitarrista inglese con un
passato da emigrante in Australia, tornato in patria ha messo mano al suo coriaceo
picking di natura acustica, formando un trio con Jim E Williams ai tamburi e Adji
Shuib al basso. La Matt Woosey band è tutta qui, con dinamiche ristrette e un
gioco essenziale tra radici blues e cantautorato folk che riesce tuttavia a reggere
per l'intera durata di On The Waggon. Non è la prima uscita indipendente
per Woosey, che ha alle spalle una lunga gavetta nonostante le sole venticinque
primavere: nella sua voce stentorea e nella coinvolgente tecnica le armi migliori
di un suono a tratti ricco di groove, quasi spiritato (l'apertura con Black
Smoke Risin'; Jealous Man), spesso ritmicamente spartano e solitario
(Elsie May), ma come anticipato disposto a
uscire dalle secche del rigore di genere. Sono infatti i rintocchi della Taylor
di Woosey a guidarlo tra una dolce Don't Need a Money, il singolo Find
a Way e She Just Called, ballate
che dagli accenti blues si aprono alla canzone d'autore, da qualche parte fra
John Martyn e Stephen Stills come padri putativi (e magari Kelly Joe Phelps come
cugino più stretto). (Fabio Cerbone) www.mattwoosey.co.uk
Glen
Hornblast Once
in a Blue Moon (Glen
Hornblast 2012)
70s songwriting
Canzoni
come piccoli manufatti di artigianato, un folk rock che oscilla tra ballate dal
timbro melodico (commovente il binomio formato da Loretta
e Mary) e qualche vago sentore rurale (Freedom
Train, Miracle), la musica di Glen Hornblast possiede
un'anima gentile e antica che piacerà a chi non ha mai dimenticato la stagione
intimista dei songwriter dei primi anni Settanta. In Once in a Blue Moon,
dodici brani pescati da un raccolto abbondante lungo quasi quarant'anni (Hornblast
ha girato il Canada da autentico busker fin da giovanissimo), echeggiano infatti
la ricercata maniera di James Taylor, la purezza di Gordon Lightfoot e di John
Stewart, qualche volta il dolore e l'empatia verso i margini di Townes Van Zandt
(Homeless). Hornblast cesella queste influenze
con un suono morbido, ballate frutto della produzione di David Baxter e di alcuni
musicisti locali che adornano le parole del protagonista con pochi rintocchi di
violino, accordion e pianoforte. Qualche volta si sconfina persino tra fragranze
jazzy un po' troppo levigate (Evangeline,
Tomorrow is a Friend of Mine), ma l'insieme riflette calore e professionalità,
ciò che ti aspetteresti da un autore con l'esperienza e la strada percorse da
Glen Hornblast. (Fabio Cerbone) www.glenhornblast.com
Semi-Twang
The
Why and the What For (Semi-Twang
2013)
ricordi di gioventù
Il
nome del gruppo magari no, ma la loro storia la conoscete già, è sempre quella,
la stessa di tante altre band come Del Fuegos, Del Lords o Rave-ups. Accadde infatti
che alla fine degli anni 80 le major discografiche rastrellarono i pub alla ricerca
di gruppi che riportassero il rock da strada nelle classifiche. Di quell'esercito
i Semi-Twang sono forse i più dimenticati anche dagli appassionati. Venivano
da Milwaukee, e il loro unico disco del 1988 (Salty Tears, ancora reperibile nel
mondo dell'usato online) finì presto tra i "forati" in offerta speciale. Il leader
John Sieger lo definì "un alt-country album realizzato nel paradiso dei sintetizzatori",
e questa basta per capire l'impossibilità ad emergere. Nel 2011 però gli ex ragazzi,
nel frattempo tornati alla loro vita ordinaria, hanno deciso di riprovarci, se
non altro per passione, incidendo a distanza di quasi quindici anni il secondo
album Wages of Sin, con così tanto divertimento da bissare subito con il
nuovo The Why and the What For. Liberi da produttori imposti e big-drum
sound mal digeriti, i Semi-Twang odierni suonano un roots-rock dai sapori antichi
e confezionato secondo manuale, sospeso tra ballatone alla Green On Red (The
More She Gets The More She Wants), echi del Dylan elettrico (52
Jokers), tributi agli Stones di vario voltaggio (Contents Under
Pressure, Miss Watson) e perfino soul-ballad
sgangherate (You love Everybody). Proprio
quest'ultima, se accompagnata al pensiero di quanto meglio facciano oggigiorno
i JJ Grey & Mofro con lo stesso sound, indica bene la dimensione un po' casereccia
del disco, onesto e genuino, ma non sufficiente a scatenare una loro riscoperta.
(Nicola Gervasini)
C'e qualcosa nella musica di Woody Pines che
risveglia la voglia di viaggiare e vagabondare, lo stesso spirito che spinse Kerouac
in frenetici road trip coast to coast, lo stesso spirito libero che condusse Woody
Guthrie in viaggi senza meta su e giù per gli States. Woody Pines è a tutti gli
effetti un hobo che ha iniziato la carriera suonando per le strade di New Orleans,
vivendo nella west coast (e fondando la jug band The Kitchen Syncopators) prima
di stabilirsi a Ashville e ora a Nashville. Al suo secondo album dopo il precedente
Counting Alligators (realizzato con Gill Landry degli Old Corw Medicine Show),
Rabbits Motel è un concentrato di American Music tout court che
trova ispirazione in Chuck Berry, Doc Watson e nello stesso Guthrie con un suono
che sta a metà strada tra Pokey La Farge e i Carolina Chocolate Drops. Woody Pines
(aiutato da bravi sessionman) sembra suonare in qualche angolo delle strade di
New Orleans (la tradizionale old jazz ballad Keep Your
hands Off riproposta anche dai nostrani Veronica Sbergia & The Red
Wine Serenaders) o sembra intrattenerci nel "back porch" di una casa vicino a
uno dei tanti fiumi della Louisiana (il bel singolo Like
I Do) o nel bel mezzo della Route 66 con lo spirito di Robert Johnson
nelle corde della sua chitarra (Train Carryed My Gal From Town) o in un
dancefloor in piena esplosione R'n R anni'50 in compagnia di Bill Haley (Who
Told Ya e Addicted To Blood). (EmilIo Mera)
Una nuova giovane voce dal nulla americano: Bart
Budwig trascina con sé le grandi distese e i silenzi del suo Idaho, parlando
la lingua di un ballata country aspra e solitaria. I maestri li abbiamo imparati
a conoscere tutti e citare ancora una volta i nomi di Townes Van Zandt o, per
arrivare ai giorni nostri, di Jay Farrar è quasi un sigillo sulla probabile stroncatura
di Whisky Girl, esordio sulla distanza dopo un paio di ep e qualche
collaborazione live con Joe Pug, Rocky Votolato e Laura Gibson tra gli altri.
In realtà buone vibrazioni scorrono in lungo e in largo per l'intero Whisky Girl,
che resta tuttavia un disco fin troppo acerbo nelle sue corde elettro-acustiche
e fra le trame tipicamente alternatve country di brani quali Weary
Mind, A Coke and a Smile, Change your
Mind, Texas. Suono secco e rigorosamente live, esaltazione di
una voce cruda e sincera, qualche svolazzo di pedal e lap steel e poco altro:
non basta ancora ad alzare la testa fra i tanti promettenti gregari della scena
no depression, anche se l'idea di riprendere il classico inno outlaw come Mammas
Don't Let Your Babies Grow Up to be Cowboys strappa un sorriso compiaciuto.
La naturalezza con cui Budwig sciorina i suoi versi è comunque un buon punto di
partenza. (Fabio Cerbone)
Gary
Hall
Winning Ways On Losing Streaks (Northern
Sun Recordings 2013)
folk
rock, Americana
Avrebbe
potuto lavorare un po' di più sulla copertina, diciamo così, la quale non rende
esattamente giustizia al contenuto di Winning Ways on Losing Streaks,
un disco di ballate a base roots blues e fragranze acustiche da un autore inglese
con il cuore e l'anima tutti rivolti alle strade blu della provincia americana.
A metà strada fra John Prine e lo Springsteen più folk, quanto meno come punti
di ispirazione, Gary Hall non è un novellino: alle spalle un esordio nel
lontano 1989, diversi album registrati fra la madre patria e Nashville, qualche
tour importante al fianco di mostri sacri, infine un ritorno in Inghilterra dove
ha fondato gli studi Voodoo Rooms, dando spazio anche ad altri musicisti. In Winning
Ways on Losing Streaks ne raccoglie una decina, e fra dobro, mandolini, banjo
e fiddle la direzione è abbastanza chiara: c'è una cover degli Old Crow Medicine
Show (Wagon Wheel), per il resto un'atmosfera
rilassata che ricorda certo country d'autore dei 70s (I Can't Beieve She's
Gone), episodi più rurali (A Country Mile from Shore, Stick
Around Bojangles, la bella Red Dirt Roads),
ma anche parecchie ballate che nascondono un sentimento heartland rock (The
Enemy Within, A Small Price to Pay) sotto l'abito di un sound
acustico a scarno. (Davide Albini)