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 Shortcuts   dischi in breve
  
a cura della redazione

  
Shortcuts #216: Spike; The Last Hombres; Brad Colerick; Rob McHale; ShAnnie; Jesse Brewster
 

Spike
100% Pure Frankie Miller
(Cargo 2014)

Frankie who?
cargorecordsdirect.co.uk


L'idea è talmente folle che era impossibile non segnalarla: fare un disco tributo a Frankie Miller, ma non partendo dai suoi classici degli anni settanta, ma da una serie di inediti che lo sfortunato eroe ha lasciato irrisolti e mai registrati nel corso dei tanti anni di inattività. Per un simile strampalato progetto ci voleva un altro folle del rock, il redivivo Spike, frontman ancora non del tutto consumato dall'alcool dei Quireboys, talmente innamorato della musica di Frankie Miller da produrre forse il suo lavoro migliore dai tempi del glorioso A Bit Of What You Fancy del 1990. Solo Bottle Of Whisky fu registrata da Miller, ed è quindi un rammarico sapere che grandi pezzi rock come The Brooklyn Bridge, Cocaine (realizzata anche come singolo) o Amsterdam Woman (duetto con Ian Hunter) debbano vivere solo in queste versioni un po' fracassone (chi conosce i Quireboys ha bene in mente cosa intendo). Spike comunque ci mette passione e devozione, anche se la sua voce da Bon Jovi con la raucedine non sempre è quella giusta, e forse eccede nella faciloneria quando affronta le ballate romantiche come I'm Losing You o il duetto in chiave country con Bonnie Tyler di Fortune (bello scontro di voci rauche comunque). Puro 100% fun-rock dunque, con una pletora di grandi testimoni dell'epoca come ospiti (nientemeno che Ron Wood alla chitarra in alcuni brani e Simon Kirke e Andy Fraser dei Free in sezione ritmica ), e immagino che il buon Frankie abbia apprezzato l'omaggio, sperando che gli serva a ritrovare la voglia di registrare questi brani. Che saranno classic-rock ormai completamente fuori dal tempo, ma continuano ad essere un esempio di alta scuola che era giusto non perdere.
(Nicola Gervasini)

The Last Hombres
Odd Fellows Rest
(Louisiana Red Hot Records 2014)

roots rock
thelasthombres.com


Una seconda giovinezza, a più di dieci anni dagli ultimi segnali discografici. Questa la storia di cinque musicisti di area newyorkese, che dopo avere preso strade parallele e collaborazioni importanti, rimettono insieme "la banda". The Last Hombres lasciarono un buon ricordo negli appassionati di sonorità roots rock con l'esordio intitolato Redemption: è il 2003 e con loro dietro la batteria siede sua maestà Levon Helm. Il gruppo ottiene critiche lusinghiere, accompagna in tour anche il compianto Rick Danko, poi dichiara il rompete le righe. Ora ci riprovano con la produzione di Yohei Goto e il nuovo batterista Tom Ryan. Compongono e cantano in tre: i chitarristi Paul Schmitz e Russ Seeger e il bassista Michael Meehan. La formazione si completa con l'essenziale coloritura dell'organo (anche pedal steel) di Chris James. L'alternanza di autori e voci si fa sentire: Odd Fellows Rest è un solido raccolto di Americana e rock delle radici di vecchia scuola, dove country, influssi sudisti e brillante folk rock si avvicendano con mestiere. Le armonie sixties di The Wreckage, i ritmi r&b di Whisper e Dreams, con un chiaro influsso di Louisiana style, il roots rock di Mae west, tre episodi e abbiamo già attraversato mezza America musicale. L'album è brillante a livello strumentale e sopperisce con freschezza ed esperienza all'inevitabile mancanza di originalità: Gone Directly arriva dalla California country rock, Jenny Jones è coperta dalla sabbia del Texas e Cardinal ritorna a New Orleans con spruzzate di funky.
(Fabio Cerbone)

   

Brad Colerick
Tucson
(Back 9 Records 2014)


country rock
bradcolerick.com


Copertina bizzarra (e bruttina), che tuttavia fa tanto cartolina dal nulla americano. Non arriva da Tucson però il nostro Brad Colerick: si tratta bensì di un songwriter originario del Nebraska, cittadino californiano da diversi anni e animatore del progetto Wine & Song a South Pasadena, sorta di jam settimanale per sconosciuti autori di area folk. Il legame con l'Arizona deriva dai suoi genitori, che qui si sono trasferiti anni fa. Affascinato più dall'idea stessa del South West americano, dai paesaggi e dai caratteri che lo popolano, Colerick ha dedicato a questo immaginario un ciclo di ballate dalle vivaci colorazioni country rock (nel finale soprattutto, con Tragedy e Roll On) e Americana. Il quarto album della sua carriera ci appare un lavoro di ammirabile fattura, teso ad una forma molto morbida e giudiziosa del genere, che magari non aggiungerà nulla di nuovo, eppure scorre con un'eleganza fuori del comune. Belle canzoni nella sostanza, dalla stessa Tucson, l'unica non firmata da Colerick (brano di David Plenn) alle tipiche armonie californiane di This Is What I Do (Mighty Keeper), passando per i sapori rurali di Blue Horizon, Hob Thrasher e Brakeman's Door, ai confini con il bluegrass. La voce limpidissima di Colerick è un valore aggiunto, con inflessioni che ricordano Jackson Browne e gli ospiti non sono meno interessanti: Phil Parlapiano, Herb Pedersen, Steve Hanson, il basso di Dave Roe (già con Johnny Cash) e lo stesso produttore e chitarrista Charlie White.
(Fabio Cerbone)

Rob McHale
Fields
(Wooden Door 2014)

folk, Americana
robmchale.com


Album di purissima integrità folk, con qualche colorazione irish e note country blues negli arrangiamenti, Fields ci presenta la figura di Rob McHale, autore del North Carolina con una storia locale di un certo interesse, soprattutto per la sua attività di organizzatore del Summit Coffee Songwriters Showcase a Davidson, sorta di raduno mensile per folksinger che è giunto quest'anno alla sua quinta edizione. Con i colori gentili del dipinto in copertina, Fields introduce ad una musica in gran parte di natura acustica e tradizionale, con lievi pennellate di piano (Chris Rosser), presenza massiccia di pedal steel, dobro, mandolino (David Johnson) e l'armonica di Pat McHale. Le rifiniture sono di indubbia classe e il peso della memoria si fa sentire sulla scrittura di MCHale, che apre con l'invocazione storica di Surrounded Again (General Custer) e prosegue tra sensibilità sociale e piccoli ritratti americani. Già nominato ai Charlotte Music Awards e più volte finalista in varie competizioni per folksinger, Rob McHale ha il suo tallone d'Achille nella voce leggera e alla lunga monocorde, che rimanda ad un repertorio di grande coerenza: il tenore dell'intero Fields è gentile e rootsy, qualche volta devia verso la compagna ed un gusto più rurale (Old Smoky, decisamente country), come in Irons and Chains (Dred Scott) e nella stessa title track, altre si profuma di fragranze celtiche (The Castlebar Races), in generale mantiene un tepore acustico che è il suo orizzonte ultimo.
(Fabio Cerbone)

   

ShAnnie
Blame It On the moon
(Shannie 2014)


border music
shannieband.com


Semplice gioco di parole e contrazione tra i nomi di Shan Kowert e Annie Acton, ShAnnie sono un duo texano di Luckenbach che firma il terzo episodio discografico, sotto la produzione di Walt Wilkins, apprezzato songwriter dell'area di Austin. In passato hanno già raccolto i favori del pubblico locale, portando a casa un premio ai Texas Music Awards come "Vocal Duo": l'occasione è avvenuta per il precedente The Station, in quel caso prodotto da John Inmon, altro musicista di origini roots ben considerato sulla piazza. E in effetti colpisce favorevolmente, anche in Blame It on the Moon, l'elenco delle collaborazioni, tra musicisti più e meno noti dell'universo country e Americana regionale. Ci sono anche presenze italiane come i Chemako (Gianfranco Scala, Roberto Re e Stefano Bertolotti), qui impegnati nella bonus track Love Just Fits, o di origini italiane, come Stefano Intelisano, essenziale all'accordion in numerosi episodi. In generale è il suono degli strumenti tradizionali, cui si aggiungono violino, dobro, lap steel, chitarre acustiche a segnare una sequenza di ballate dai profumi spanish e folk, affiancando in Spinning Wheel, Images of Rust, Carry On, 3AM o nella stessa title track spunti country rock e mexican flavour (Mi Destino, in lingua spagnola). Alternanza delle voci e una certa patina di belle maniere roots distingue in generale il repertorio: curato da un punto di vista strumentale, anche se un po' monotono sulla distanza. Sul border si può anche danzare con più passione o sbaglio? Suggerisco Flaco Jimenez o Joe Ely come prossimi collaboratori.
(Davide Albini)

Jesse Brewster
March of Tracks
(Jesse Brewster 2014)

country, pop rock
jessebrewster.com


Una canzone al mese per un anno circa, ciascuna resa disponibile in download sul proprio sito, ed ecco formato il nuovo album, March of Tracks. Una nuova strategia di marketing discografico, in periodi in cui trovare una soluzione per sopravvivere non è facile, a maggior ragione per i musicisti indipendenti come Jesse Brewster. Californiano di San Francisco, al debutto con Confessional, che ha ricevuto qualche attenzione della stazioni locali, Brewster propone una innocua versione di mainstream rock americano, speziato con sapori country e pop, alternando buoni momenti di ispirazione melodica ad altri di una certa banalità. Sono con lui una ventina di musicisti, divisi in ben cinque studi di registrazione, ma l'effetto più che variopinto sembra essere un po' anestetizzato: si parte con il robusto country rock di marca texana (Red Dirt e dintorni) di Make or Break e si finisce presto nello zucchero di Left to Lose e Innocent Sinners (davvero irritante, come solo certo pop rock settantesco che credevamo di avere dimenticato) o nel funky blues ruffiano di Can't Keep a Good Man Down, cercando a volte uno spunto che gli americani definirebbero catchy in Waiting for My Chance e nell'Americana corretto di Rest of My Life. Si tratta per lo più di gradevole easy listening mascherato da radici country folk. Non si capisce poi l'effettiva esigenza di un paio di strumentali, che per sviluppo sembrerebbero soltanto due canzoni senza testo. Sound pulito e professionale, qualche spunto acustico che va a segno, ma c'è troppa disciplina.
(Davide Albini)