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 Shortcuts   dischi in breve
  
a cura della redazione

  
Shortcuts #240: Don Gallardo; Robert Rex Waller jr.; Rupert Wates; Al Rose; Gipsy Soul; Eli Barsi
 

Don Gallardo
Hickory
(Southern Carousel 2016)

Americana


Sulle ali dell'entusiasmo della stampa inglese (segnalazioni lusinghiere ottenute da su Mojo e Telegraph), dopo una pubblicazione esclusiva per il mercato discografico Uk nel 2015, arriva finalmente la stampa in madre patria del quinto disco di studio del californiano Don Gallardo. Hickory segue una produzione costante a partire dall'ep di esordio nel 2008 e una serie di tour che lo hanno reso testimone di un folk rock dalle inflessioni roots, apprezzato più fuori dai confini nazionali. Fatti armi e bagagli, come tanti, per Nashville, da qualche anno Gallardo costruisce un dolce sound alt-country che ricorda da vicino il Ryan Adams gentile e balladeer di dischi come Ashes. Guarda caso alle sessioni di Hickory partecipa un ex membro dei Cardinals, Brad Pemberton, e con lui Mickey Raphael (Willie Nelson), Rob Ickes, Randall Bramblett e altri nomi di prima scelta del circuito Americana, i quali assecondano il mood rilassato di questi bozzetti country folk, dal trittico inziale con la vagamente gospel Down in the Valley, Diamonds & Gold e Carousel, più ruspante e hillbilly nei toni, fino al finale tra barrelhouse sudista in Will We Ever Get it Right (piacerebbe a Grayson Capps) e la lunga, malinconica Pearls, tramonto country con vaghi sapori soul. In mezzo pochi cambi di passo e di ritmo e un tenero omaggio a Levon Helm con Ophelia, We Cry. La voce non è un miracolo di estensione e paga in termini di monotonia sulla distanza, nonostante tutto suoni al posto giusto.

Robert Rex Waller jr.
Fancy Free
(Western Seed 2016)

my own covers


A parte una vaga somiglianza con lo scomparso Philip Seymour Hoffman, il signore nell'ovale di copertina è il californiano Robert Rex Waller jr., meglio noto alle cronache come voce e principale songwriter della band alt-country I See Hawks in L.A., titolari di una carriera minore, ma di tutto rispetto. L'esordio solista sceglie il tracciato della cover, arte sempre molto scivolosa, soprattutto se praticata da artisti relativamente sconosciuti. Fancy Free è tuttavia un lavoro sui generis, sia nella scelta del repertorio, che mischia nomi altisonanti e perfetti sconosciuti, sia nella resa sonora, spaziando fra country rock, folk, tocchi di psichedelia e moderno linguaggio indie rock. Registrato con diversi amici del giro I See Hawks in L.A., arrichhito dalle presenze del polistrumentista Marc Doten e dell'accordion di Joel Guzman (Joe Ely), Fancy Free prende spunto dall'omonimo brano degli Oak Ridge Boys, ma non si cura di passare dalla tradizione di Utah Phillips (Walking Through Your Town in the Snow), ideale per la voce baritonale di Waller, ai più acclamati Neil Young (Albuquerque), Bob Dylan (una She Belongs to Me in veste alternative rock) e Ray Davies (Waterloo Sunset). Nel mezzo ci trovate persino una figura di culto come Daniel Johnston (Don't Let the Sun Go Down on Your Grievances), un classico di Nina Simone (Don't Pay Them No Mind) e i Doors di The Crystal Ship… alla faccia dell'eclettismo.

   
   

Al Rose
Spin Spin Dizzy
(Monkey Holding Peach Records 2016)

folk rock


Songwriter di Chicago abbastanza eccentrico da proporre sulle pagine del suo sito una descrizione accattivante della sua musica e delle influenze che la animano, Al Rose giunge al settimo album in carriera, Spin Spin Dizzy, sempre in collaborazione con la ribattezzata band personale dei Transcendos e la produzione di Blaise Barton. Cresciuto tra coffee house e piccoli club di area folk, Rose ha girato mezzo mondo, ha esperienza e gusto, e traduce tutto questo in dieci canzoni che mostrano il suo approccio ironico alla parola, ai giochi di metafora e alla capacità di leggere con distacco le esperienze personali. Musicalmente il disco non svela grandi segreti, ma affronta con mestiere e buone idee quella linea di confine che passa fra folk rock e moderna Americana, con un gusto pop sixties fra le righe che non guasta affatto. Il gruppo segue i saliscendi dell'autore e azzecca brani brillanti e curiosi con How Many Jaws? e Same Wrong Thing, affacciandosi sul bordo di un rock'n'roll più vivace con Worse Came to Worse (I Feel Alright). Il finale è tutto nelle mani di un piccolo esemble per archi, che qui e là compare anche in altri episodi della scaletta.

Rupert Wates
Colorado Mornings
(Bitemusic Limited 2016)

folk pop


Londinese di nascita, ma stabilitosi in America da qualche anno, Rupert Wates vive tra New York e il più selvaggio Colorado, a cui è dedicato questo ciclo di canzoni sottotitolato "True Love Songs", trasposizione di una storia d'amore sullo sfondo dei paesaggi del West americano. Non immaginatevi tuttavia aspri sapori country&western, perché le ballate di Wates hanno uno stile più melodico e raffinato, dove la radice folk britannica è ben presente (The Green and Goodly Valley, con la seconda voce di Stacey Lorin) e si amalgama ad elementi pop, jazz, persino vaudeville, tra il tocco elegante del pianista Bartosz Hadala, collaboratore storico e lo stesso picking all'acustica di Wates. Quest'ultimo evidenza la sua abilità di autore, avendo scritto un centinaio di brani per conto terzi, attività che ha alternato a otto dischi ufficiali, capace di spaziare nei generi e di offrire professionalità e precisione. Tutto suona forse un po' affettato e lezioso in Colorado Mornings, ma per chi ama quel songwriting gentile di area folk pop, un po' settantesco nella forma, ci saranno passaggi pregevoli (Lady Grey, To a Day Old Child, la stessa Colorado Morning, divisa in due atti).

   
   

Eli Barsi
Grindstone
(Red Truck 2016)


country


Canadese della regione del Saskatchewan, Eli Barsi ha un cuore che batte per Nashville, dove effettivamente per qualche anno si è trasferita in cerca di fortuna. Da parecchio tempo è tornata in patria, dove il successo non le è mancato, diventando una delle voci country più autentiche del circuito regionale, guadagnando anche un International Wrangler Award per il brano omonimo del suo tredicesimo disco in carriera, Portrait of a Cowgirl. Il titolo non mente e se ciò non bastasse Eli Barsi si mette al volante di un vecchio pick up rosso e veste da campagnola nel retro di copertina. L'immagine suonerà un po' folkloristica, ma lo stile c'è tutto: dodici brani, in buona parte autografi, che giostrano fra country rurale, western swing (la spiritosa Country Music Was Made For Saturday Night) e suono elettro-acustico dal sapore neo-tradizionalista, alla larga dai lustrini pop del genere. La band esalta il timbro di dobro e mandolino di Craig Young, del fiddle di Bruce Hoffman e occasionalmente del banjo, tenendo ancorata alla memoria passata la musica di Eli. La quale ci accompagna fra storie nostalgiche di vita western, nei paesaggi sconfinati in cui è cresciuta, con canzoni che parlano chiaro: Farm Girl, Prairie Skies, l'elettrica Big Hat No Cattle, fino alla chiusura a tempo di dolce walzer country in Window of the West. Meno nota forse di altre stelline vere o presunte del genere, ma molto solida musicalmente.

Gipsy Soul
True
(Off the Beaten Track 2016)


folk pop


Gipsy Soul è il progetto artistico della coppia Cilette Swann e Roman Morykit: lei canadese, educata al jazz, lui inglese, compositore e produttore dagli studi classici, si sono conosciuti vent'anni fa a Edimburgo, unendo una storia d'amore e un sodalizio musicale che nel tempo ha fruttato un piccolo successo grazie al singolo Silent Tears, la presenza in colonne sonore, qualche premio indipendente e una discreta base di appassionati, che attraverso il meccanismo del crowfunding hanno generosamente sostenuto le uscite del duo. Non fa eccezione True, registrato in Oregon, Stati Uniti, dove vivono da diversi anni e hanno prodotto una dozzina di album dal gusto folk alla radice, ma spesso sconfinanti nell'eleganza del pop, fra arrangiamenti che mostrano una matrice soul jazz. Merito della voce di Cilette, quasi quattro ottave di estensione, e di uno stile affettato che quando prende la via più acustica e rootsy (We Are Waht We believe, 6000 Miles, la bluesy He Wore sandals in the Snow, You're Everything to Me) risulta accogliente e sincero. Due le cover, l'arcinota Hallelujah di Cohen, in scia Cowboy Junkies, e la rivisitazione del tradizionale Amazing Grace.