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 Shortcuts   dischi in breve
  
a cura di Fabio Cerbone

  
Shortcuts #215: The South Austin Moonlighter; The Snakes; Michael-Ann; Laura Benitez; The Cousin John Band; FingerPistol
 

The South Austin Moonlighters
Burn & Shine
(Blue Rose/ IRDc  2014)

texan roots rock
thesouthaustinmoonlighters.com


Nel grande bacino della scena di Austin la Blue Rose è tornata più volte a pescare nel corso degli anni, qualche volta trovando il jolly (vengono subito in mente The Band of Heathens, ma non dimenticherei i misconosciuti The Deadman), altre invece accontentandosi di qualche ottimo rincalzo. Il quartetto The South Austin Moonlighters ricade più nella seconda categoria: due chitarristi dal timbro blues e sudista, Phil Hurley (ex Gigolo Aunts e Stonehoney) e John Zee (Mother Truckers), un bassista, Lonnie Trevino jr., e un batterista, Phil Bass, entrambi con un'esperienza comune al fianco di Monte Montgomery. Scrivono e cantano tutti e quattro, alternandosi alla guida della band: hanno esordito nel 2011 al famoso festival SXSW, mentre oggi vanno in studio con l'organista David Boyle per il loro effettivo esordio, Burn & Shine. Un album rock di chiara marca texana, che flirta con radici soul e funky (classica nei sapori la ballata Falling Out of Love), passando dall'elettrica e radiofonica Land Mines ad episodi dagli accenti più regionali come lo svelto honky tonk di King of Friday Night, fino al più puro southern rock (One More Time, la stessa Burn and Shine) e persino impennate hard blues (la rocciosa Down to hell). Suonano da veterani e hanno il senso della canzone, ma il loro rock'n'roll resta un po' troppo scontato e generico, inserendosi in un filone di band già sentite, senza quello spunto che fa la differenza.

The Snakes
The Last Days of Rock and Roll
(Bucketfull of Brains 2013)

classic rock
thesnakes.co.uk


Piccoli eroi locali dell'Americana "Made in England", The Snakes sono un quartetto allargato alla collaborazione di una decina di musicisti che la stampa inglese ha tenuto in ottima considerazone fin dal loro esordio nel 2006, raggiungendo le attenzioni della BBC e di Uncut (quattro stelle sparate con nonchalance) grazie al precedente Sometime Soon. Il programmatico The Last Days of Rock & Roll, pubblicato dall'agguerrita etichetta di culto Bucketfull of Brains, vede l'entrata di un nuovo batterista, Chris Jones, al fianco di Simon Moor, principale autore e voce solista, Richard Davies e John O'Sullivan, aprendo la musica della band in direzione della golden age del rock. Tra gli Stones più agresti e il jingle jangle di memoria byrdsiana, Too Hard e The French Girl (cover di un brano di Ian Tyson interpretato anche da Gene Clark), l'epica The Band Played On e una Guardian Angel che suona soul come il migliore Willy DeVille (anche il titolo…), The Snakes mostrano qualità e buon mestiere, senza scadere troppo nella pura copia carbone (Here We Go Again pare forse la più eccessiva, un rockaccio sulla linea Berry-Richards). Certo di originalità in questi solchi non se ne ravvisa, solo una nuova stagione del pub rock di marca inglese che fa resistenza, sognando grandi i spazi americani (The Last Train) e le cadenze di una ballata country rock al tramonto (Make Mine a Broken Heart).

   

Michael-Ann
Heavy Load
(Michael-Ann 2014)


country rock
michaelannmusic.com


La copertina, lo ammetto, non prometteva nulla di buono, un po' kitch e con quel gusto country nashvilliano che mi avrebbe condotto fuori strada. Michael-Ann invece è dotata di una voce sincera, che si porta appresso le sue radici, cresciuta tra il Missouri e la catena delle Ozark Mountains, luoghi che lei stessa ammette hanno ispirato il ciclo di canzoni contenuto in Heavy Load. Si tratta del suo esordio vero e proprio, preceduto soltanto da un ep dal vivo e dalla partecipazione allo spettacolo itinerante Woody Guthrie's American Song. Trasferitasi da tempo a Los Angeles, per la realizzazione di Hevy Load non ha badato a spese: è lunga infatti la lista dei musicisti di prima scelta che arricchiscono il disco, un solido lavoro di country rock dai profumi honky tonk e hillbilly rurale, ben introdotto dallo stile di Any Day, della stessa title track e da una Mama's Sleepin' sudista guidata dal banjo. Tra gli altri notiamo i nomi di Phil Parlapiano (John Prine band) alle tastiere e accordion e Taras Prodanuik (Dwight Yoakam, Lucinda williams) al basso, oltre all'onnipresente Randy Ray Mitchell alle chitarre. Sono solo alcuni dei professionisti che fanno compiere il salto di qualità, quanto meno a livello strumentale, al disco di Michael-Ann, la quale di suo ci mette una bella voce tremula e potente, modellata sui classici del genere in Bumble Bee e nella ballata Trails of My Tears. Piace il feeling tradizionale ma mai trasandato delle registrazioni, anche se da queste parti non soffia certo il vento più progressista dell'Americana.

Laura Benitez and The Heartache
Heartless Woman
(Copperhead records 2014)

honky tonk, rockabilly
laurabenitezandtheheartache.com


Curioso come ogni artista, giustamente dal suo punto di vista, si veda in rapporto con gli altri colleghi: Laura Benitez descrive la sua musica come qualcosa di diverso rispetto al genere in cui ha deciso di muoversi, poco interessata a ricreare il passato, sia dal vivo che nei suoi dischi. Peccato sia proprio il contrario: Heartless Woman è un innocuo disco di country dalle fattezze rockabilly e honky tonk, tutto incentrato sulle regole canoniche degli stili affrontati, a cominciare dal look di questa autrice californiana, cresciuta nella Bay area di San Francisco e attiva anche sulla scena di Los Angeles. Ricorda personaggi come Rosie Flores nello spigliato sound di Good Love, Take Me Off the Shelf e Taking What's Mine, alternando il piglio rock'n'roll della sua band con walzer e ballate spezzacuori che tutto sono meno che una ventata di aria fresca. Semmai restiamo nella più pura tradizione, compresa l'idea di riprendere in chiave elettrica Tear My Stillhouse Down di Gillian Welch, unica cover presente nel secondo lavoro della Benitez. Lei dice di amare e ispirarsi a Loretta Lynn e Dolly Parton: non facciamo fatica a crederle, anche se la voce non ha la stessa potenza e neppure lo stesso fascino. Il gruppo comunque swinga con piacere, attenendosi a tutti, ma proprio a tutti i luoghi comuni di una musica che ha bisogno di ben altro spessore per non sembrare una semplice riproposizione di standard.

   

The Cousin John Band
Broken Heart Tattoo
(Cousin John Band 2014)


Americana
cousinjohnband.com


Non sono cugini, mettiamo subito le cose in chiaro, anche se l'affiatamento della band e l'esperienza decennale dei musicisti coinvolti crea una sorta di famiglia ben affiatata. The Cousin John Band sono un quartetto dell'area di Washington DC riunito attorno alla voce e alle canzoni di John Mobley, fondatore del gruppo, oggi approdati al secondo capitolo, Broken Heart Tattoo. Una dozzina di brani in prevalenza dal morbido suono elettro-acustico e orientato verso la ballata dai profumi country e Americana, con una partenza convincente in 110 Years e She's Got Angel, ma strada facendo destinato a scemare di ispirazione. Il problema è l'idea di cedere il cantato anche agli altri componenti in tre occasioni, con risultati stucchevoli e fuori luogo, come in Lenore's Out e Dreams Are Yours to Keep, canzoni vagamente retrò e romantiche che non si sposano con le interpretazioni più sincere di Mobley, dalla vocalità sudista e appassionata. Nulla comunque che li tiri fuori dal solito clichè di tanti protagonisti del genere: buon mestiere diciamo allora, con una segnalazione per le armonie vocali della title track e le atmosfere roots con dobro e mandolini di Down to You e Sarajane, quest'ultima "invasa" da un intero coro ribatezzato UUCSS singers

FingerPistol
Stepped in It Again
(Finger Pistol 2014)

honky tonk, country
fingerpistol.com


C'è della musica che non riesce a fare a meno di essere onesta, fino in fondo. Il che comprende anche il fatto di suonare irremediabilmente "di genere" e assai prevedibile, con tutti i pro e i contro di uno stile ricamato fra luoghi comuni. I FingerPistol insomma non reinventano la ruota della country music, ma la fanno girare restando fedeli al sound del passato: profumi texani che lambiscono il border, una traccia inconfondibile che porta verso le strade di Bakersfield, quelle di Buck Owens. Il risultato sono le sedici canzoni di Stepped in It Again, che anche nel titolo in fondo conferma la sincerità dei ragazzi. Due le voci di sestetto di Austin, con l'autore Dan Hardwick e Suzee Brooks a dividersi il repertorio, lui a prendersi la parte del duro al bancone del bar con Country Music Made a Drinker Out of Me, lei più romantica con Start With a Dance. I due comunque intrecciano volentieri le parti e passano in rassegna il western swing di Bottle of Whiskey, prima di dedicare una innocente Songs About Hank Williams. Un violino tinge di hillbilly Empty Out the Tip jar, Truck Nuts è esattamente quello che ti aspetteresti da un titolo simile, Keep Your Boots On spinge un po' più l'acceleratore sul lato elettrico e Queer for the Rodeo è una bella storia per chiudere sulle note di un classico honky tonk. Il disco è il terzo della serie e sono pronto a scommettere che anche gli altri suonano altrettanto irreprensibili.