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a cura della redazione

  
Shortcuts #220: Natalie Prass; The Unthanks; Lucia Comnes; Deadman; Slow Fox; Kelly McRae; Aaron Newman & The Ok Caravan; Brett Larson
 

Natalie Prass
Natalie Prass
(Spacebomb/ Universal 2015)

indie soul
natalieprassmusic.com


Potrebbe già essere una delle rivelazioni di questo inizio 2015: Natalie Prass, ex corista di Jenny Lewis ora trasferitasi a Nashville, incontra il collettivo musicale Spacebomb, artefice del suono e del successo di Matthew E White, e adagiandosi su un morbido giaciglio di fiati e archi ondeggia fra tentazioni soul alla Dusty Springfield e sofisticati arrangiamenti da colonna sonora hollywoodiana. La voce è eterea, a volte davvero impalpabile: nulla a che vedere con la pulsione soul sudista, anche se gli episodi più intriganti, My Baby Don't Understand Me e Bird of Prey in apertura, schierano un groove sudista e un po' funky, che la Prass addomestica con le sue romanticherie figlie di certa estetica indie attuale. L'effetto è straniante e nei momenti più ispirati - quelli citati, a cui andrebbero aggiunti la trama solare di Why Don't You Believe in Me e Never Over You, con un briciolo di west coast a scorrere nelle vene - Natalie Prass appare un tutt'uno con la sua orchestra. Il problema a volte è l'eccesso di ricercatezze e quel lasciarsi cullare da un'eleganza che diventa stucchevole, fino a scivolare nel finale recitato di Reprise e nell'apoteosi per archi di It Is You, sbucata direttamente da un melò degli anni cinquanta.

The Unthanks
Mount the Air
(RabbleRouser 2015)

brit-folk, pop
the-unthanks.com


Interrompe un silenzio di quattro anni Mount The Air, summa artistica dello stile di Rachel e Becky Unthank, oggi più che mai impegnate nel dilatare le fondamenta folk del loro suono. La direzione è quella di una musica quasi trascendentale, sfuggente, ammantata da cori, sontuose sezioni d'archi e languidi accompagnamenti di piano e tromba. È il marchio di un disco che guarda, per stessa ammissione della band inglese (ricordiamo la figura cenntrale del pianista Adrian McNally, marito di Rachel, e la violinista Niopha Keegan) alle cadenze del jazz e della canzone pop più sofisticata, ispirandosi alla coppia Miles Davis - Gill Evans di Sketches in Spain nell'apertura monumentale delle title track, dieci minuti che si rivelano anche i più interessanti dell'intero Mount the Air. Il resto purtroppo scivola verso una monocromia di fondo, una ripetizione di atmosfere che manderà in sollucchero chi apprezza le visioni da colonna sonora di Flutter e Died for Love, un suono in cinemascope e grandioso, che qualche volta torna alle radici brit-folk (Magpie). Questione di sensibilità personale, dirà qualcuno: chi vi scrive ha fatto fatica a resprirare per arrivare alla fine della corsa.

   

Lucia Comnes
Love, Hope & Tyranny
(Comnes/ IRD 2015)


Americana
luciacomnes.com


Giovane musicista californiana, eppure già provvista di un importante curriculum, dovremmo definire Lucia Comnes cittadina del mondo: violinista e cantante, stundetessa a Berkeley, membro di un importante coro femminile di Oakland, interessata alla musica e alle culture dei popoli, ha studiato in Irlanda, si è dedicata all'apprendimento della lingua gaelica, ha viaggiato attraverso l'Europa dell'est fino alla Siberia, ed è approdata anche in Italia. Love, Hope & Tyranny è il suo quarto lavoro, quello che la avvicina, per sua stessa ammissione, al genere Americana. Compie il passo con un approccio moderno e pop, che spazia dal suono vivace di No Hiding Place, danza dal gusto irish guidata dal violino, fino agli accenti più rurali della conclusiva Will You Miss Me When I'm Gone, ma nel mezzo piazza soprattutto una sequenza di soffici ballate, dove sensibilità pop, arrangiamenti rock (in buona parte curati da Gawain Matthews) intrecciano al largo la canzone country (un po' di grinta sudista in There Must Be a Reason). Il problema è un eccesso di miele e più in generale un sound tanto gradevole quanto innocente, che non azzarda ad uscire dalla bella calligrafia.

Deadman
The Sound and the Fury
(Rootsy/ IRD 2014)

indie rock
deadmanonline.com


C'erano una volta i Deadman. Proprio così, perché quelli invaghiti dei sapori country soul della Band e agghindati da nuovi cavalieri del West sono andati in soffitta. Peccato, Take Up Your mat and Walk fu una delle soprese di stagione nella Austin roots del 2011. Oggi Steven Collins, da sempre deus ex machina del progetto, annuncia una sterzata nel volume e nell'energia. Così descrive la concezione di The Sound & The Fury e il risultato non mente: dieci episodi che si muovono tra chitarre stridenti e rock da arena, a cominciare dalla title track, finendo nei territori degli U2 più enfatici (anche dal punto di vista vocale in episodi quali Raise Up!) e in una elettricità sporcata di psichedelia. Il problema non è tanto il fatto che questi Deadman siano una band completamente diversa (anche se un minimo di coerenza non farebbe male), quanto la scarsissima qualità dei brani, che finiscono miseramente per pasticciare tra aninimo pop rock (A Ghost Upon the Water) e qualche accattivante modernariato negli arrangiamenti, senza né arte né parte. Da dimenticare in fretta, sperando che a Collins torni la voglia di scrivere canzoni.

   

Kelley McRae
Easy on My Mind
(Kelley McRae 2015)


country folk
kelleymcrae.com


Le credenziali ci sono tutte: Kelley McRae si presenta con le parole di Wim Wenders, noto appassionato di american music, che dichiara il suo amore per la voce della giovane artista del Mississippi. A rincarare la dose arriva la buona accoglienza di riviste come Paste e il costante paragone con Gillian Welch. Quest'ultimo è un accostamento immediato nella formula acustica instaurata in coppia con il chitarrista Matt Castelein (il Dave Rawlings della situazione), con il quale la McRae divide la strada dal 2011. Easy on My Mind è il frutto più recente della loro collaborazione, che li ha portati in tour costante attraverso gli States e l'Europa, facendosi un nome fra i tavoli del prestigioso Bluebird Cafè di Nashville. Ep di sei brani che fonde vocalità e portamento indie folk con radici Americana, l'album è costruito con parsimonia di suoni da un piccolo combo alle spalle, tracciando melodie sognanti (Fair Weather) e momenti più roots (Full Cup), ma senza uscire dalle righe. Tanto piacevole quanto già scritto e con più convinzione da altri, Easy on My Mind non sembra svelare nessuna pietra preziosa, né tanto meno eguagliare i suoi punti di riferimento.

Slow Fox
Black Dog
(Rootsy/ IRD 2014)

Americana, folk rock
slow-fox.com


Sofia Henricsson, in arte Slow Fox, è un altro frutto della ricca scena roots svedese, quella che con orgogliosa tenacia la locale Rootsy cerca di testimoniare su disco, proponendo spesso artisti di qualità (gli ultimi in ordine di tempo Basko Believes e Richard Lindgren). Black Dog, ep di sei brani per l'autrice ventottenne di Umeå, profondo nord della Scandinavia, segue l'esordio del 2013 Like the Birds, che le ha permesso di farsi conoscere a livello nazionale, e il più recente Oh My, degli inizi del 2014. In entrambi i casi e ancora di più adesso, fra le trame del brillante folk rock T'll Come To Me e Missing You, o nelle acustiche Oh My e Desire, il punto di riferimento è quel grande fiume Americana al quale Sofia ammette di attingere, citando Gillian Welch e Mary Chapin Carpenter tra le sue eroine. Abbiamo chiarissime le ispirazioni e nulla vi è da recriminare sul suono morbido e ligio alle radici offerto dalla band, tra chitarre, mandolini e un soffio di armonica di tanto in tanto, ma certo Black Dog resta sullo sfondo, tra mille proposte europee che inseguono il gesto lontano delle muse americane, senza permettersi di scombinare troppo la materia.

   

Aaron Newman
& The Ok Caravan
(Aaron Newman 2015)


country rock
aaronnewman.com


Ennesimo parto della scena Red Dirt dell'Oklahoma, sospesa tra radici country e heartland rock, tradizione ed elettricità, Aaron Newman è in cerca di una personalità non ancora sbocciata. Si fa aiutare nel compito da Mike McClure, produttore già conosciuto nell'ambiente e a sua volta musicista. L'omonimo esordio di Newman con i suoi Ok Caravan, band che ha fondato nel 2013 dopo un difficoltoso inizio di carriera, staziona nel guado, senza grandi qualità per scalfire i migliori rappresentanti del coutry rock regionale, ma senza neppure particolari difetti per passare inosservato tra chi frequenta questo tipo di sonorità. Già svezzato da una intensa attività dal vivo, con numerosi tour di supporto a stelle nazionali e locali, Newman si muove sicuro tra un sound morbido e orientato a certo easy listening figlio degli anni settanta e qualche scossa rock ben assestata: nel primo caso si fa notare l'apertura di 1892, nel secondo invece la radiofonica Day is Done. Nel mezzo c'è molto di quello stile che si è imposto fra Oklahoma e Texas (Goig in No Direction, No Return, Winter Blues), a cui servirebbe soltanto qualche mezzo produttivo in più per farsi largo.

Brett Larson
One of These Roads
(House of Mercy 2014)

country d'autore
houseofmercyrecordings.com


Canzoni per il freddo Minnesota. Tre dischi all'attivo per la House of Mercy, piccolo rifugio per artisti locali, tra cui spiccano le pubblicazioni di Charlie Parr e dei Creekdippers di Mark Olson, Brett Larson è un songwriter vecchio stampo, con una chiara impostazione country folk che gli scorre nelle vene. One of These Roads è una raccolta di ballate ossute e minimali, in prevalenza acustiche, ma con qualche scampolo di Americana ed elettricità (bella e semplice My Broken Heart) che cercano la purezza del linguaggio roots e raccontano con un misto di ironia, realismo e sentimenti la vita ai margini della provincia americana. Un piccolo combo accompagna di tanto in tanto la voce antica e morbida di Larson, passando per i territori dello western swing (Dead End Road), del country rock più languido (When You Fall, My Town Now), ma più spesso lasciando il nostro in solitudine, sorretto al massimo da un violino o da una pedal steel (Dave Strahan, già con Romantica e Farewell Milwaukee). America profonda insomma, Johnny Cash come santino, una musica rurale e sincera, seppure la sostanza del songwriting non sempre copra la scarsa vivacità degli arrangiamenti.