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a cura della redazione

  
Shortcuts #226: Buffy Sainte-Marie; Andy Shauf; Red Moon Road; Leaf Rapids; Sarah Bethe Nelson; The Hillbenders
 

Buffy Sainte-Marie
Power In The Blood
(True North/ IRD 2015)

modern protest songs

buffysainte-marie.com


Per molti resterà l'icona folk di Now That the Buffalo's Gone e Universal Soldier, la testimone della dignità dei popoli nativi americani che dalla metà dei sixties arriva alle attenzioni del grande pubblico con i suoi dischi per la Vanguard. Dopo cinquant'anni di carriera e una discografia che nel tempo si è un poco diradata, Buffy Saint-Marie non depone le armi della parola e a sei stagioni dal suo ultimo album di inediti si propone nella veste moderna ed eclettica di Power of the Blood. Ci è voluto l'interessamento dell'etichetta canadese True North per darle voce, registrando a Toronto con tre differenti produttori e numerosi musicisti. Questo sbilancia palesemente le atmosfere dell'album, che spaziano dalle radici folk (Ke Sakihitin Awasis, in lingua Cree, il popolo di appartenenza di Buffy) ad un suono rock più potente (Not the Loving Kind, un pulsante r&b elettrico, Generation), persino con inserti di elettronica, non sempre centrati va detto (la stessa title track, rielaborazione di un brano degli Alabama 3 che diventa una dichiarazione pacifista). Di sicuro la Saint Marie non si compiace nel passato, come potrebbe far pensare la ripresa di It's My way (era anche il titolo del suo esordio del 1964): sottotilato "power, community, family voices", Power of the Blood parla di dignità e giustizia, delle proprie radici e delle storture del mondo con una forza che supera il dato musicale.

Andy Shauf
The Bearer of Bad News
(Tender Loving Empire 2015)

indie pop folk

andyshauf.com


Quanti sono i figliocci che il compianto Elliott Smith ha seminato per strada? Continua a fare scuola quella fragile solitudine che dinstingueva il suono e le canzoni di Smith e l'ultimo a sedersi al banchetto è questo ragazzo canadese, originario della regione di Saskatchewan. Ballate fatte di carezze e sospiri, in bilico tra gentilezze acustiche e melodie pop, al centro di The Bearer of Bad News stazionano i racconti di isolamento e rimorsi, con qualche sconfinamento persino nella pura tradizione della cosiddetta murder ballad (Jerry Was a Clerk e My Dear Helen). Andy Shauf le ha registrate nel sottoscala della casa dei suoi genitori, chitarra, piano e un curioso clarinetto a dettare le armonie di Hometown Hero e Drink My Rivers, ben pochi orpelli e qualsiasi altro strumento nelle sue mani (fa eccezione la batteria di Avery Kissick in You're Out Wasting). Facile seguire le linee di questo cantautorato sensibile, fino alla lezione del maestro Paul Simon, ma il grado di bassa fedeltà da una parte (Covered in Dust) e l'esangue, delicata atmosfera che circonda alcune cavalcate (Wendell Walker, il finale etereo della citata My Dear Helen) mostrano l'emotività di certo indie folk contemporaneo, brillando più per la profondità delle liriche che per una innata tendenza a ripetersi, rendendo il repertorio un po' troppo monocorde sulla distanza.

   
   

Red Moon Road
Red Moon Road
(Red Moon Road 2015)

folk pop

redmoonroad.com


La strada della luna rossa porta dritto in Canada, fra le regione della British Columbia e il Saskatchewan, luoghi dove il terzetto dei Red Moon Road si sta imponendo tra festival e house concert. L'omonimo esordio sulla distanza segue di poco l'ep Tales from the Whiteshell, portando a compimento un viaggio artistico iniziato nel 2009 a Winnipeg, partendo da diverse esperienze, anche le più disparate: Sheena Rattai, voce suadente e morbida, ha infatti un passato di musica sacra e gospel; Daniel Jordan (chitarre, mandolino e percussioni) suonava jazz; Daniel Peloquin-Hopfner (mandolino, chitarre e banjo) vanta addirittura trascorsi tra progressive e metal. Insieme propongono una sintesi di tradizione folk regionale (vedi al presenza della francofona Qu'allons Nous Faire?) e melodia pop, aggiornando uno stile vecchio come il mondo: ballate che profumano di country rurale e lievi toni irish si intrecciano così a una sensibilità folk pop più attuale, e appetibile aggiungiamo noi. Prova ne siano la partenza con Do or Die e When My heart Is, la cantilena di Lingering o il cullare dolce di chitarre e piano in Why He Left the Ocean, mentre il cambio di interpretazione dal femminile al maschile garantisce uno spessore più agreste ed elettrico a Private Love, sulle tracce di The Band. Terreno arato a sufficienza quello dei Red Moon Road, ma che il trio affronta con sufficiente freschezza e autorevolezza.

Leaf Rapids
Lucky Stars
(Black Hen/ IRD 2015)

folk rock, alt-country

leafrapids.org


Voce dolcissima che si adatta come un guanto al genere, che più country di così si muore, Keri Latimer porta il testimone dei canadesi Leaf Rapids, duo di Manitoba completato dall'anima musicale del marito Devin, titolare di chitarre acustiche e theremin, insolita presenza strumentale che illumina una cover in toni country noir del classico The Man Who Sold The World (David Bowie), sorpresa posta in chiusura di questo delizioso Lucky Stars. L'altro brano non originale in scaletta è una sintomatica Don't Be Scared della Handsome Family, altro quadretto alt-country suonato con classe e timidezza. Buone nuove dunque, come capita spesso dal Canada: già alla guida del progetto Nathan dalla metà degli anni Novanta, un prestigioso Juno Award nel cassetto, i Leaf Rapids volano a Nashville e con la produzione d'atmosfera di Steve Dawson e qualche discreta pennellata roots completano undici tracce che hanno un cuore malinconico e desolato come il grande paesaggio del Nord America e qualche suggestione languida nell'uso abbondante di pedal steel e theremin. Le chitarre elettriche di tanto in tanto provano a scalciare (Healing Feeling), mentre le carezze vocali di Keri Latimer oscillano tra sobbalzi rurali (Galaxie 500) e rotondità pop (Vulture Lullaby). Molto senso della misura e sonorità accoglienti.

   
   

Sarah Bethe Nelson
Fast Moving Clouds
(Burger Records/ Audioglobe 2015)


indie rock

facebook/sarahbethenelson


Voce ridotta a un dolce sussurro, indie rock imbambolato che cerca spesso una melodia appiccicosa e sghemba, l'esordio solista di Sarah Bethe Nelson è la quintessenza di un certo suono sotterraneo che sembra non svanire mai all'orizzonte. Fast-Moving Clouds ha smosso qualche attenzione nella stampa locale e si è fatto notare grazie al discreto successo indipendente del singolo Paying. La Burger records ha dato fiducia all'autrice di Sacramento, alla spalle un paio di lavori con il progetto roots Prairiedog in coppia con Rusty Miller. Ritroviamo quest'ultimo coinvolto anche nelle session del nuovo album, sotto la produzone di Kelley Stoltz (Chuck Prophet), il quale aggiunge poche note d'atmosfera a una sequenza di scheletrici brani sospesi fra stralunato pop e chitarre dal linguaggio post punk. Il mix di riverberi e tremolii di Impossible Love richiama un retaggio sixties, la stessa Fast-Moving Clouds e il finale dilatato di Every Other Sunday giocano con una stupita psichedelia, mentre l'eccentrico arrangiamento di Black Telephone contamina con sapori "asiatici" la scrittura della Nelson. Rimane la persistente sensazione che il gioco sia tirato troppo per le lunghe e che l'umore rilassato e ripetitivo delle canzoni finisca per avvolgere tutto in una nebbia, complice anche un canto tanto incantato quanto noioso.

The Hillbenders
Tommy: A Bluegrass Opry
(Compass/ IRD 2015)

bluegrass opera

hillbenders.com


Vi solletica l'idea di un'intera rilettura in chiave bluegrass di Tommy, l'opera rock per eccellenza della storia? Louis Jay Meyers, produttore del progetto e membro fondatore del famoso festival South by Southwest, l'aveva in testa da una vita, la sentiva quasi necessaria. Ha dovuto soltanto aspettare i musicisti giusti: li ha trovati negli Hillbenders, sconosciuto quintetto del Missouri che ripercorre con spirito filologico i ventitrè capitoli dell'opera di Townsend e soci, sostituendo alla forza declamatoria del rock'n'roll l'energia acustica di banjo (Mark Cassidy), dobro (Chad "Gravy Boat" Graves) e mandolino (Nolan Lawrence). Non si tratta di una novità assoluta, basti pensare al catalogo dei più canzonatori e irriverenti Hayseed Dixie, ma qui l'approccio appare più serioso. E forse questo è anche uno dei motivi per cui Tommy, a Bluegrass Opry diventa alla lunga stucchevole. Già l'album di partenza rappresenta un intricato e ambizioso progetto, indelebilmente legato a quella stagione utopica del rock; in queste versioni rurali The Acid Queen, Pinball Wizard o I'm Free non sembrano fornire chissà quale eccitante e inedita chiave di lettura. Anzi, l'impressione è che The Hillbenders siano talmente presi dalla loro, impeccabile sia chiaro, ricerca di autenticità e trasposizione, da non accorgersi che il tutto suona un po' forzato.