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Shortcuts #141: David Robert King; Treasa Levasseur; Joe Iadanza; Eleven Bones; Ruth Minnikin; RX Bertoldi

David Robert King
Take Me Home
(David Robert King 2010)


Troppo breve. Un EP non ci basta. Fra i cd che più volentieri ci scopriamo a inserire nel lettore c'è anche questo Take me Home del cantante e chitarrista David Robert King, dell'Idaho. Una manciata di canzoni soltanto - mentre David si divide fra sei corde, dobro, banjo e basso a dar manforte c'è Aaron Sternke alla batteria, piano, organo - per scoprire se non un protagonista uno dei tanti comprimari che formano il grande affresco dei cantori delle strade blu d'America. Legato a doppio filo con la sua terra d'origine, nonostante l'animo vagabondo, il King che si ascolta in Strange freedom, la prima traccia, ricorda Mellencamp rivisitato con robuste dosi di country music, una canzone scritta nella camera di un hotel di Reno ("l'altra" Las Vegas, forse meno peccaminosa e scintillante nell'immaginario pop ma di certo più malinconica, la stessa Reno che in un paio di occasioni ha direttamente ispirato anche Springsteen e i R.E.M.) mentre David era in tour, pensando alla ragazza con cui in quel momento avrebbe voluto essere. Take Me home è invece una ballad dedicata all'eterno fascino del guidare notturno, quando "la mezzanotte arriva lentamente, ma il mattino si infila già dalla prossima curva", The winter, in scia, mette d'accordo i Counting Crows coi Wallflowers più rilassati (forse con qualche indulgenza di troppo al sentimentalismo) e ci porta dritti nella hometown di Idaho Falls, luogo fisico e mentale che pervade tutto l'EP. A chiudere il cerchio sono Somehow today, canzone per giorni di pioggia in cui al microfono c'è anche Marita, la moglie di King e As closed, intenso "outro" di questo breve ma affascinante viaggio elettroacustico.
(Luca Muchetti)

www.davidrobertking.com
www.myspace.com/davidkingsmusic

Treasa Levasseur
Low Fidelity
(Slim Chicken 2010)


Nata a Winnipeg e cresciuta nel nord dell'Ontario, ma l'anima di Treasa Levasseur è nera come il cuore di Memphis, a cui dedica Stuck in Soulville, una delle dieci tracce del suo secondo lavoro Low Fidelity. Disco che le ha riservato un po' di attenzioni da parte della critica canadese, una nomination ai Juno awards come album blues dell'anno e che oggi le ha fruttato l'opportunità di una pubblicazione sul mercato statunitense. Uno sbocco naturale per questa ragazza bianca dalla vocalità esuberante e ricca di sfumature r&b, a suo agio solamente con le vibrazioni della scuola soul sudista, tra i Muscle Shoals dell'Alabama e qualche ritmo più sofisticato tra funky e blues elettrico. Un disco di mestiere nonostante la relativa esperienza, messo insieme con il contributo di un nutrito stuff di musicisti che comprende il chitarrista e autore Sean Cotton, l'armonicista Paul Reddick e una inevitabile sezione fiati a spingere sull'acceleratore. Il buon gusto non manca, le canzoni sono in buona parte orginali (e già l'idea di non confrontarsi con i soliti standard è un punto a favore), mentre l'organo riempie l'aria in Help Me Over, la sezione ritmica si sbizzarrisce nella title track e in Big fat Mouth, semplice ed efficace rhythm'n'blues di vecchia scuola che nel finale con Amen si colora anche di gospel con il sostegno di un gruppo vocale. A partire dalla fine di agosto sarà negli States per un piccolo tour e la speranza di trovare li orecchie attente alla sua incondizionata passione per la soul music. Buona fortuna.
(Fabio Cerbone)

www.treasalevasseur.com
www.myspace.com/treasalevasseur

     

Joe Iadanza
All in Good Time
(Joe Iadanza  2010)


Riappare a stretto giro dal precedente Travelling Salesman (in questa stessa rubrica) il folksinger di Long Island Joe Iadanza, questa volta con un album dallo spessore assai più intimo e strettamente acustico, che sembra esaltare quelle radici d'autore a cui spesso la stampa locale lo ha accostato. Anche in passato si era citato infatti il nome di James Taylor, al quale oggi potremmo affiancare Cat Stevens e Harry Chapin, come suggeriscono le stesse note biografiche, più in generale quella generazione di songwriter sensibili e fragili che scrissero una parte importante della storia degli anni settanta. All in Good Time conferma a tutti gli effetti il campo di appartenenza del giovane Joe Iadanza, ma senza snaturarne la personalità: anzi, sgombrando il campo da equivoci, i riferimenti di cui sopra sono soltanto una suggestione, tanto le ballate del nuovo lavoro suonano scarne e essenziali nella loro esile struttura. I soli Craig Akin (basso), Carolin Pook (violino) e Julie Wolf (piano e accoridon) "arrichiscono" di rado una ambientazione così rigorosamente folkie da sembrare persino un po' pretenziosa. Iadanza chiede dunque un grande sforzo di comprensione e nonostante le qualità di scrittura evidenti di Skin and Bones, Taxi Car e nella bellissima e dura American Dream, eccede forse troppo nella sua dimensione solitaria. Si arriva a Lover Tonight e Big Hearted Woman con un senso di occasione sprecata, anzhe se le intenzioni dell'autore erano forse proprio quelle di far emergere il testo. La liricità dell'interprete ricorda persino il giovane David Gray, ma qualche vibrazione elettrica e full band avrebbe forse dato una marcia in più all'intero All in Good Time.
(Fabio Cerbone)

www.joeiadanza.com
www.myspace.com/joeiadanza

Eleven Bones
Four Day March
(Eleven Bones 2010)


Prendono le misure con questo ep di sei brani gli 11 Bones, gruppo di Austin che vede nelle sue fila le presenze di Matt Skinner e Dub Miller (entrambi apprezzati dal pubblico attento al movimento country rock texano) e quella femminile di Megan Jones, trio di vocalist che si alternano nella conduzione della band, completata dalle chitarre di Brian Beken, dalla batteria di John Ross Silva e dal basso di Adam Odor. Nascono durante un tour europeo che ha toccato anche l'Italia, con l'idea di allargare sensibilmente le radici tradizionali del loro suono. Il risulttato è Four Day March, un album che svela effettivamente la direzione rock, tra sonorità mainstream e un certo vigore quasi figlio del punk, imboccata dal gruppo. "11 Bones plays rock and roll and they play it loud!" recita la presentazione stampa: non possiamo dargli torto, con una partenza sparata a razzo grazie a Forget e Paranoia e chiusa con i profumi stradaioli di Don't Want to Fall e l'Americana oriented Losers. Sono anche, a mio avviso, gli episodi più interessanti dell'ep, perchè si intuisce subito dove vogliano andare a parare gli Eleven Bones: il sound è sempre troppo "carico" e decisamente ruffiano, tanto che la pasticciata Wild and Unholy e ancor di più la conclusiva How Long, davvero una brutta canzone, finiscono nel generico campo di un rock dalle tinte hard e radiofoniche, senza ne parte ne parte. L'effetto dunque non è del tutto positivo: questa non è certamente quella sorpresa made in Texas che si vorrebbe far credere, sembra più una prova generale per tentare il grande salto, magari con una produzione ad hoc che li imponga al grande pubblico. Nulla di sbagliato, anzi, gli auguriamo buona fortuna, ma per noi la buona musica Americana resta tutt'altra cosa.
(Davide Albini
)

www.11bones.com
www.myspace.com/11bonesband

     

Ruth Minnikin & Her Bandwagon
Depend On This
(Songmill Music 2010)


In pochi forse ricorderanno il nome dei Guthries, interessante meteora dell'alt-country canadese. Da quella esperienza e non solo (nei Booming Airplanes a soli diciassette anni, quindi con The Heavy Blinkers) Ruth Minnikin ha imboccato la strada solista, con un percorso che Depend on This ci conferma come assolutamente originale. Spesso accostanata per il suo background di formazione folk e country ad alcune eroine del genere tra cui Gillian Welch, la Minnikin possiede una voce meno rurale e se mi permettete quasi evanescente, leggera, a lambire i territori del pop e della attuale scena indie. La prova arriva da questo nuovo progetto, definito dall'artista stessa quale "orchestral opus", un ambizioso album che si contrappone al precedente, più acustico e scarno, Folk Art. Costituito da due ideali facciate, dodici canzoni esattamente speculari, sulla prima troviamo sei tracce di impostazione più tradizionale, le altre sei (in pratica gli stessi brani con il suffisso romano II) con arragiamenti orchestrali e ritmiche che sfiorano l'elettronica e un certo pop da camera. Dunque per una The Theme Song I quasi impalpabile abbiamo una gemella The Theme Song II che rincara la dose, e dove il testo scompare per lasciare spazio alla voce eterea e agli strumenti (diciassette musicisti per ventitrè strumenti che passano da chitarre, mandolini e banjo a sezione archi, flauto, corno francese e viola). Via di questo passo il primo capitolo è chiaramente preferibile nella sua dimensione più legata alla forma canzone: indie folk, pop, radici acustiche ma sempre con una visione un po' incantata (Sleeping and Dreaming I, Animals of Bremen I, il cosmic country pop di Depend on This I). Nel risvolto della medaglia invece tutto si fa confuso, ampolloso e, diciamolo pure, anche parecchio monotono: ne risulta un album a tratti irritante.
(Davide Albini)

www.ruthminnikin.ca
www.myspace.com/ruthminnikin

RX Bertoldi
Frame Work Revisions
(Time Works music 2010)


Faccio seriamente fatica a giudicare un disco come Frame Work Revisions, non tanto per le qualità in sé del musicista R.X. Bertoldi - un ragazzo di origini italiane che abbiamo già incrociato con Stronger not Bitter in questa rubrica - quanto per le ragioni stesse di un disco come questo: dodici tracce dal vivo solo voce e chitarra (armonica all'occorrenza secondo lo schema del tipico folksinger) registrate in un piccolo club nello stato di Washington, con un vociante pubblico in sottofondo alle prese con birre e drink. Dopo un esordio registrato su un quattro piste in maniera artigianale, ma con del talento da mettere in mostra (Bertoldi ha partecipato a numerosi contest dedicati ai giovani autori) non si capisce davvero l'esigenza (se non questioni di budget) di un prodotto simile, dove peraltro al materiale originale si affiancano alcune cover che nella scarna veste acustica fanno fatica a reggere anche un minimo confronto con gli originali. È un peccato perché R.X. Bertoldi ha una voce interessante, a tratti un po' fragile forse, ma che in brani quali Broke Down Carousel, Till the Mourning Light e Poor Arlen (Tale of a Lost Soldier) esce allo scoperto con un songwriting profondo e intimo. Il problema è che ci si dovrebbe fermare a riflettere cento volte prima di affrontare una simile prova in solitaria, altrimenti si richia davvero di apparire un po' presuntuosi: non voglio neppure mettere in discussione la buona fede di Bertoldi, che anzi mi pare evidente, ma come pensare che versioni simili di Get Off of My Cloud e Shine a Light (Rolling Stones), Ooh La la (Faces) o Lord, Protect my Child (Bob Dylan) stiano in piedi, se non si è d'altra parte dei chitarristi con una particolare tecnica strumentale in grado di tenere desta l'attenzione, ma semplici folksinger. Non regge, appunto.
(Fabio Cerbone)

www.rxbertoldi.com