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a cura della redazione

  
Shortcuts #237: Bellowhead; West of Eden; Hege; Jetbone; John McCusker; Josh Harty
 

Bellowhead
Live - The Farewell Tour
(Navigator 2016)

brit folk


Una festa di addio, una celebrazione di dieci anni di carriera importanti per gli inglesi Bellowhead, formazione di punta del nuovo folk britannico il cui successo clamoroso curiosamente non ha mai varcato i confini nazionali (più di duecentomila copie vendute e otto BBC Folk Awards). Live - The Farewell Tour è esattamente la testimonianza di un lungo saluto finale al proprio pubblico, dopo che il cantante e membro fondatore Jon Boden ha annunciato lo scorso anno la sua uscita dal gruppo. Con onestà i Bellowhead sembrano avere deciso di non proseguire senza di lui, chiudendo la loro storia prima con una antologia, Pandemonium, The Essential Bellowhead, nel 2015, quindi con questo sontuoso triplo confanetto, due cd e un dvd in forma di elegante libretto, che raccoglie il meglio delle date tenutesi lo scorso novembre (il filmato è però esclusivamente girato alla Montfort Hall di Leicester). Cinquantadue brani, in gran parte tradizionali rivisitati dalla fantasia strumentale della band: undici elementi, sezione fiati e strumenti a corda tradizionali che intrecciano suggestioni folk antiche e spunti più moderni, partiture circensi e zingaresche, profumi di world music, in una miscela sicuramente festosa, ma sulla distanza monocorde. È il difetto maggiore di una band che gioca quasi sempre sulle stesse corde ritmiche, possiede un piglio trascinante, ma annoia non poco nella formula ripetitiva. Il dvd purtroppo ha un grande limite: un video di qualità a dir poco amatoriale…si poteva fare di più, visti mezzi del gruppo.
(Fabio Cerbone)

West of Eden
Look to the West
(West of Eden 2016)

folk rock


Agghindati come pionieri del diciannovesimo secolo, con le valigie in mano, i sei musicisti dei West of Eden dedicano questo ciclo di ballate all'emigrazione dalla loro terra verso gli Stati Uniti, raccontando la malinconia, gli amori, le speranze di un popolo agli inizi del novecento, in fuga dalla povertà verso una nuova vita. Attualissimo, purtroppo, nel suo messaggio universale, Look to the West è il nono album della band svedese di Goteborg: un ambizioso concept che conferma l'alta qualità del loro folk rock di ispirazione celtica, con una linea che parte dalla tradizione acustica e arriva all'elettrificazione di Fairport Convention e Waterboys. Guidati dalla coppia Jenny e Martin Schaub, voci soliste e autori di buona parte del repertorio, i West of Eden sono infatti un magistrale esempio di come certi linguaggi diventino più realisti del re al di fuori della loro stessa terra: difficile non confondere la delicatezza acustica di Going to Hull e Crying Stairs, così come l'incedere celtic rock di Rainy Town o Wilson Line per un parto di qualche formazione irlandese o di brit folk, tale è la cura degli arrangiamenti e l'intreccio con strumenti quali fiddle, accordion, mandolino, organo e percussioni tradizionali. L'alternanza tra il canto più etereo di Jenny Schaub e quello più robusto di Martin è l'altra chiave di lettura di un disco che pur restando dentro le regole di un genere, suona profondo e denso di significati.
(Fabio Cerbone)

   
   

Hege
When My Man Comes to Town
(Rootsy/ IRD 2016)

country rock


Una voce tremula, aggrazziata, dai toni acuti, un po' Joan Baez per i risvolti folk, un po' Emmylou Harris per gli accenti country. Lei è Hege Brynilden, artista norvegese di Halden, cittadina a sud di Oslo che confina con la Svezia. Non un luogo qualunque, perché qui ha sede un importante studio di registrazione, l'Athletic Sound, dove una vivace scena folk rock scandinava ha preso piede in questi anni. When My man Comes To Town, terzo lavoro di Hege, che segue un album, Till Harry, in lungua svedese, è stato prodotto da Gøran Grini, già collaboratore di Chip Taylor e Tom Russell, coinvolgendo musicisti locali, oltre al fiddle del quotato Fats Kaplin (Jack White). Il suono avvolgente e caldo delle incisioni è uno dei motivi di fascino, country rock dai toni soul (Oh Loliness, con l'apporto essenziale di piano e rogano dello stesso Grini) e brillante folk rock che si tingono a volte di sfumature noir (la stessa When My Man Comes to Town), altre di accenti rurali (Lay Your Burden Down) e che Hege interpreta con convinzione. Canzoni di amore e solitudine, nella più classica delle iconografie da roots americane, e basterebbe un titolo come Baby, I Told You (Not to Drink), degno di Loretta Lynn. In alcuni passaggi leggermente stucchevole, il tono vocale di Hege è tuttavia l'abito perfetto per queste ballate. Un'altra valida proposta da casa Rootsy.
(Fabio Cerbone)

Jetbone
Magical Ride
(Rootsy/ IRD 2016)

classic rock


L'attacco è puro classic rock, distillato anni Settanta: con tutti i distinguo del caso, ovvio, ma C'mon sembra sbucata dal lontano esordio dei Black Crowes, con quel suo grasso rock'n'roll che mette insieme chitarre di marca Rolling Stones e una calda sezione fiati a spingere sugli accenti sudisti. Derivativi eppure innocenti, gli svedesi Jetbone ci propugnano un album di belle copie e nostalgia, direttamente dal lontano nord, Sundsvall per la precisione, non si preoccupano delle accuse che gli pioveranno addosso. Certo l'intruglio elettrico di No way Out e Working Hard for Your Money, l'r&b alla Asbury Jukes di Everybody Needs Somebody to Love, le ballate romantiche come Woman o Rosalie, con il loro pathos crescente, tutto questo armamentario lo abbiamo digerito in mille coniugazioni. Questo è il suo limite maggiore e al tempo stesso la sua sempreterna seduzione. Sta a voi decidere se vale un altro giro sulla giostra, io sono stato al gioco. Dal punto di vista dei Jetbone, formatisi nel 2008 per iniziativa di Alin Riabouchkin e Gustav Sjödin, chitarra e basso, si tratta di una scelta di campo assoluta, tanta è la convinzione che ci mettono. E va ammesso che Magical Ride, con tutti i difetti di scarsa originalità, regala buone vibrazioni e un suono davvero bollente, merito anche della presenza costante dei fiati, a "sporcare" di southern soul la ricetta della band.
(Davide Albini)

   
   

John McCucker
Hello, Goodbye
(Under One Sky Records 2016)


brit folk


Per festaggiare i venticinque anni di carriera professionale lo scozzese John McCusker si è concesso un disco solista, a tredici dalla precedente prova, nonché uno studio di registrazione nuovo di zecca, ricavato da una vecchia dimora risalente alla fine del 1700. Hello, Goodbye raccoglie un cast di musicisti di area folk britannica a dir poco stellare (c'è anche l'americano Tim O'Brien), al servizio di strumentali che sono l'essenza di questo violinista dal curriculum prestigioso: dentro la tradizione folk celtica, ma con un occhio di riguardo alla contemporaneità, McCusker è un musicista evocativo e preparatissimo. Non potrebbe essere altrimenti per un personaggio che ha affiancato in tour Mark Knopfler, dove il grande pubblico forse lo avrà conosciuto, ma si è ritagliato il suo spazio persino come produttore (da Eddie Reader a Heidi Talbot, passando per Kate Rusby, alla quale si è legato anche in matrimonio per diverso tempo). La sua biografia affonda nelle radici della leggenda folk Battlefield Band, dove debuttò a diciasette anni e vi restò per un decennio di incisioni. I tredici brani di Hello, Goodbye sono figli di questa storia e con un linguaggio locale parlano in note: difficile però dire se un prodotto simile, oltre alla cristallina bellezza delle melodie del violino di McCusker in The Milk Carton Kids o nella stessa title track, possa attirare estimatori fuori dalla ristretta cerchia degli amanti del genere.
(Fabio Cerbone)

Josh Harty
Holding On
(Josh Harty 2016)


americana folksinger


La biografia di Josh Harty lo definisce un "messaggero" del Nord Dakota. Declama le umili origini, ragazzo della più mesta e remota provincia americana (onestamente, a parte i Sioux e Cavallo Pazzo, cosa ci ha dato il Nord Dakota?), figlio di un poliziotto di provincia che a tempo perso faceva il predicatore, cantando nei soliti cori gospel di chiesa. Insomma più un'agiografia che una biografia. Lasciando da parte le note tragicomiche della casa discografica, Josh Harty con il suo Holding On confeziona un album molto breve, dieci pezzi in tutto, mai sgradevole ma nemmeno mai molto originale. Oltre alla tradizione dei songwriter americani, che si sente negli arrangiamenti acustici, nei mandolini e nelle melodie, si trovano troppi riferimenti (per essere gentili) chitarristici a Mark Knopfler del periodo dei Dire Straits. L'apertura con Holding On e il successivo The Kind rientrano nei canoni stilistici del genere, che prosegue in diversi altri pezzi (Wired, You and the Road). Mentre da Round and Round inizia la deriva (al limite della copia carbone) à la Knopfler. Running ha un bell'incedere di chitarra con un fingerpicking che ci conferma che Josh Harty la chitarra la sa suonare. English Rain chiude il disco con melodie delicate e mandolino, che fa da contrappunto alla voce per tutto il pezzo. Josh Harty è un musicista compiuto. Ha una carriera alle spalle in duo e da solo, ha inciso diversi lavori. Se facesse anche un disco interessante sarebbe il massimo.
(Pie Cantoni)