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a cura della redazione

  
Shortcuts #245: Proudfoot; C. Daniel Boling; Osborne Jones; Phil Gammage; Million Sellers; Whitney Rose
 

Proudfoot
Flowers of London
(Wreckless 2016)

folk rock


Concepito attorno al songwriting di Michael Proudfoot, il progetto Flowers of London si mantiene in brillante equilibrio tra folk rock di matrice americana e un gusto per la melodia tutto british, che denuncia le origini dei Proudfoot. Essenzialmente una collaborazione artistica fra lo stesso autore e voce principale con il chitarrista Duncan Kerr, prezioso nell'imprimere il suono elettro-acustico e di vaga ispirazione byrdsiana che contraddistingue l'album, il gruppo si allarga a quartetto con Joe Malone e Wayne Warrell alla sezione ritmica, oltre ad ospitare gli sunti di qualche ospite fra organo, sezione fiati, fluato. Il background pop sixties di Proudfoot e il suo amore per la tradizione americana (il precedente Lincolnshire era stato prodotto dal leggendario BJ Cole, pedal steel di fama internazionale) viene adesso a patti con fragranze più locali, tanto che titolo e omonima canzone non mentono. Giusto l'apertura Pathfinfers può offrire spunti ai confini con il country rock, il resto del materiale è molto più aperto alla contaminazione dell'Americana e della forma ballata con le qualità melodiche della scrittura di Proudfoot, che sfiora un dolce reggea in Queen of Bohemia, combina accenti folk con ricordi new wave (Kerr è un chitarrista che arriva dalla scuderia della Stiff records), sfiora il blue eyes soul in Lorraine e gioca con un languido sax in Victim of Your Past.

C. Daniel Boling
These Houses
(Berkalin 2016)

country folk


Folsinger del New Mexico con una storia degna di un romanzo americano, ex ranger in un parco nazionale e investigatore, C. Daniel Boling è approdato tardi alla carriera musicale, attività a cui sta dedicando la seconda parte della sua vita dopo l'affermazione al prestigioso festival folk di Kerrville nel 2017. Lo avevamo scoperto un paio di anni fa, grazie al precedente lavoro, sempre prodotto da Jono Manson, Sleeping Dogs. These Houses conferma la coppia al timone e anche lo stile acustico e gentile di Boling, uno storyteller che ama il sound legnoso delle chitarre, le radici country folk e omaggia apertamente i suoi eroi nel brano finale Leadbelly, Woody & Pete (non c'è bisogno di spiegare di chi si tratti). Una dozzina di canzoni che spaziano dai ricordi familiari di Mama's Radio e Dad's Garage a tematiche di natura sociale e politica più presenti, tra cui I Brought the War with Me e Crumble, entrambe ispirate dalla cosiddetta sindrome da stress post traumatico subita da molti veterani della guerra in Iraq. Una parte dei proventi di These Houses verrà infatti destinata ad una associazione di Albuquerque che si occupa della loro condizione. Due invece le canzoni dell'amico scomparso Tim Henrderson (Buffalo Nickels e Miss Amelia Harris, Sprinter) a completare la scaletta. Classica canzone folk d'autore americana, gusto artigianale e melodie gentili.

   
   

Osborne Jones
Only Now
(CRS/ IRD 2016)

country rock


Un duo originario delle Midlands, Inghilterra, dedito al più classico suono country rock californiano? Perché no, gli Osborne Jones sono qui a documentarlo attraverso la pubblicazione del loro terzo lavoro, Only Now, nato sotto la buona stella di ottimi musicisti dell'area di Los Angeles, tra cui si distinguono le chitarre di Rick Shea (già apprezzato alla corte di Dave Alvin) e Pete Anderson (produttore storico di Dwight Yoakam), il piano e l'accordion di David Jackson e la batteria di Don Heffington. Proprio Shea firma la regia del disco con l'esperto Mark Linett e assicura all'album quella patina vintage che si prefiggevano David Osborne e David-Gwyn Jones, rispettivamente chitarrista e voce del duo, nonché autori unici del repertorio. Si dividono fra Londra e la California e raccontano di essere rimasti folgorati da Gram Parsons e dai Flying Burrito Brothers, procedendo a ritroso nella tradizione per scoprire fra i tanti George Jones (a lui forse è dedicata I Think She Still Cares) e Merle Haggard. Gli crediamo sulla parola, basterebbe d'altronde ascoltare il sound ruspante e twangy di Down to Austin, l'honky tonk classico di Heartstrings and Six Strings, una Bricks and Mortar che piacerebbe a Chris Isaak, finanche gli influssi tex mex di You Used To. Certo, restiamo circoscritti a un disco di genere e solo per accaniti sostenitori della tradizione, immutabile e un po' a rischio fotocopia del passato

Phil Gammage
Used Ma for Sale
(CRS/ IRD 2016)

rockabilly crooner


Incastrato in una bolla temporale, tra l'Elvis imberbe delle Sun sessions a Memphis e molti dei suoi epigni rockabilly, il texano di origini e trapiantato a New York Phil Gammage recita la parte al meglio in questo Used Man for Sale, dieci brani originali (ma ricalcati su uno stile sonoro molto preciso e storicamente codificato) che pescano in un mix tanto seducente quanto fuori moda di country noir, rock'n'roll primitivo, blues e ballate da pieno dramma alla Roy Orbison. Fin qui il fascino retrò del personaggio, all'ottavo disco solista, ma oltre il recinto del revival non usciamo: il vocione profondo e baritonale di Gammage è impostato quasi al limite della caricatura sui suoi eroi di riferimento, ma senza lo stesso impatto (e qualche volta anche in affanno, ammettiamolo), mentre il sound si attiene ad una registrazione spartana e vintage dove il feeling del quartetto di base si riempie di chitarre riverberate, armoniche e qualche abbellimento da parte del piano di Johnny Young. Difficile trovare una via di uscita originale tra le varie Arms of a Kind Woman, I Beg of You o le più "spinte" ed elettrice Ride with Railroad Bill e Tenderloin. Potrebbe essere la colonna sonora di un b-movie degli anni cinquanta, o meglio ancora di un remake moderno che vira alla pura e semplice nostalgia.

   
   

Million Sellers
Sufficiently Rude
(Wanda records 2016)


psychobilly


Tutto - grafica, titolo e naturalmente contenuto musicale - aiuta a circoscrivere con una certa precisione il sound dei Million Sellers, ironici quanto basta anche nello scegliersi il nome di battaglia. Trio di stanza a Nashville e guidato dal songwriting di Kels Koch, ex commesso di un negozio di dischi ora disoccupato che non ha trovato di meglio da fare che riversare le sue frustrazioni (anche un divorzio e la morte dell'adorato cagnolino da mettere nel conto), i Million Sellers sguazzano in quel pantano di rock'n'roll primordiale dove sporcizia garage beat (la melodia british di Allignment, per esempio) e radici 50s si incontrano in un matromonio rigorosamente analogico, come amano sottolineare loro stessi nelle note del disco. Sufficiently Rude comprime quattordici canzoni in meno di quaranta minuti e fatta eccezione per la lunga sarabanda un po' funkeggiante di HDMI, preferisce i canonici due minuti e mezzo scarsi di un vecchio rockabilly (la Willoughby dedicata al cane di cui sopra). L'attitudine al genere è irriverente ed esprime tutta la passione di Koch per vecchi vinili e anticaglie, rivisti con l'energia che è appartenuta a gente come Cramps (il finale con Cyanide Cyanide), Tav Falco o meglio ancora a certe cose a latere di Jon Spencer (pensiamo al duo Heavy Trash), qui evocato in Arkansas Crawl e nella ripresa al vetriolo dello stile di Jerry Lee Lewis in veste punk con Ellie Greenwich.

Whitney Rose
South Texas Suite
(Six Shooter/ IRD 2017)

honky tonk girl

I sei brani di questo ep dovrebbero rappresentare la lettera d'amore scritta da Whitney Rose per la città di Austin e la sua influente scena musicale. Ragazza canadese folgorata sulla via dell'honky tonk e del suono country più verace del Texas, nelle sue canzoni echeggia un mondo tradizionalista fatto di chitarre dall'inconfondibile accento twang, di serenate lungo il confine messicano e di locali dove la musica dal vivo e la birra scorrono a fiumi. Il condizionale usato in apertura è d'obbligo perché al di là delle buone intenzioni e di una bella voce impostata, South Texas Suite è un compitino come se ne sentono tanti, senza infamia e senza lode, che si struscia fra il romanticismo di Three Minute Love Affair, la rustica baldanza di My Boots e le radici di Lookin' Back on Luckenbach. Sulla scia dell'interesse suscitato dal predecessore Heartbreaker of the Year, prodotto da Raul Malo (Mavericks) in persona, Whitney deve avere risvegliato amori sopiti, coalizzando intorno a sé una band di tutto rispetto, che comprende le chitarre di Redd Volkaert e Bryce Clark e un altro manipolo di rodati musicisti texani. Continuiamo però a non capire le ragioni di tanto trambusto: nel novero del cosiddetto neo-tradizionalismo country ci sono colleghe ben più talentuose, a cominciare da Margo Price e Eileen Jewell, che della nostra Whitney ne farebbero un sol boccone.