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Shortcuts #195: Matt Woosey Band; Glen Hornblast; Semi-Twang; Woody Pines; Bart Budwig; Gary Hall

Matt Woosey Band
On the Waggon
(Matt Woosey  2013)

folk blues


Con un curriculum di 250 date all'anno, Matt Woosey chiarisce subito di essere uno di quei musicisti per i quali la strada e la crescita in pubblico è essenziale nella maturazione del suo stile. Giovane chitarrista inglese con un passato da emigrante in Australia, tornato in patria ha messo mano al suo coriaceo picking di natura acustica, formando un trio con Jim E Williams ai tamburi e Adji Shuib al basso. La Matt Woosey band è tutta qui, con dinamiche ristrette e un gioco essenziale tra radici blues e cantautorato folk che riesce tuttavia a reggere per l'intera durata di On The Waggon. Non è la prima uscita indipendente per Woosey, che ha alle spalle una lunga gavetta nonostante le sole venticinque primavere: nella sua voce stentorea e nella coinvolgente tecnica le armi migliori di un suono a tratti ricco di groove, quasi spiritato (l'apertura con Black Smoke Risin'; Jealous Man), spesso ritmicamente spartano e solitario (Elsie May), ma come anticipato disposto a uscire dalle secche del rigore di genere. Sono infatti i rintocchi della Taylor di Woosey a guidarlo tra una dolce Don't Need a Money, il singolo Find a Way e She Just Called, ballate che dagli accenti blues si aprono alla canzone d'autore, da qualche parte fra John Martyn e Stephen Stills come padri putativi (e magari Kelly Joe Phelps come cugino più stretto).
(Fabio Cerbone)

www.mattwoosey.co.uk

Glen Hornblast
Once in a Blue Moon
(Glen Hornblast 2012)

70s songwriting


Canzoni come piccoli manufatti di artigianato, un folk rock che oscilla tra ballate dal timbro melodico (commovente il binomio formato da Loretta e Mary) e qualche vago sentore rurale (Freedom Train, Miracle), la musica di Glen Hornblast possiede un'anima gentile e antica che piacerà a chi non ha mai dimenticato la stagione intimista dei songwriter dei primi anni Settanta. In Once in a Blue Moon, dodici brani pescati da un raccolto abbondante lungo quasi quarant'anni (Hornblast ha girato il Canada da autentico busker fin da giovanissimo), echeggiano infatti la ricercata maniera di James Taylor, la purezza di Gordon Lightfoot e di John Stewart, qualche volta il dolore e l'empatia verso i margini di Townes Van Zandt (Homeless). Hornblast cesella queste influenze con un suono morbido, ballate frutto della produzione di David Baxter e di alcuni musicisti locali che adornano le parole del protagonista con pochi rintocchi di violino, accordion e pianoforte. Qualche volta si sconfina persino tra fragranze jazzy un po' troppo levigate (Evangeline, Tomorrow is a Friend of Mine), ma l'insieme riflette calore e professionalità, ciò che ti aspetteresti da un autore con l'esperienza e la strada percorse da Glen Hornblast.
(Fabio Cerbone)

www.glenhornblast.com

   

Semi-Twang
The Why and the What For
(Semi-Twang 2013)

ricordi di gioventù


Il nome del gruppo magari no, ma la loro storia la conoscete già, è sempre quella, la stessa di tante altre band come Del Fuegos, Del Lords o Rave-ups. Accadde infatti che alla fine degli anni 80 le major discografiche rastrellarono i pub alla ricerca di gruppi che riportassero il rock da strada nelle classifiche. Di quell'esercito i Semi-Twang sono forse i più dimenticati anche dagli appassionati. Venivano da Milwaukee, e il loro unico disco del 1988 (Salty Tears, ancora reperibile nel mondo dell'usato online) finì presto tra i "forati" in offerta speciale. Il leader John Sieger lo definì "un alt-country album realizzato nel paradiso dei sintetizzatori", e questa basta per capire l'impossibilità ad emergere. Nel 2011 però gli ex ragazzi, nel frattempo tornati alla loro vita ordinaria, hanno deciso di riprovarci, se non altro per passione, incidendo a distanza di quasi quindici anni il secondo album Wages of Sin, con così tanto divertimento da bissare subito con il nuovo The Why and the What For. Liberi da produttori imposti e big-drum sound mal digeriti, i Semi-Twang odierni suonano un roots-rock dai sapori antichi e confezionato secondo manuale, sospeso tra ballatone alla Green On Red (The More She Gets The More She Wants), echi del Dylan elettrico (52 Jokers), tributi agli Stones di vario voltaggio (Contents Under Pressure, Miss Watson) e perfino soul-ballad sgangherate (You love Everybody). Proprio quest'ultima, se accompagnata al pensiero di quanto meglio facciano oggigiorno i JJ Grey & Mofro con lo stesso sound, indica bene la dimensione un po' casereccia del disco, onesto e genuino, ma non sufficiente a scatenare una loro riscoperta.
(Nicola Gervasini)

www.semi-twang.com

Woody Pines
Rabbits Motel
(Woody Pines  2013)

old time, country blues, viper jazz


C'e qualcosa nella musica di Woody Pines che risveglia la voglia di viaggiare e vagabondare, lo stesso spirito che spinse Kerouac in frenetici road trip coast to coast, lo stesso spirito libero che condusse Woody Guthrie in viaggi senza meta su e giù per gli States. Woody Pines è a tutti gli effetti un hobo che ha iniziato la carriera suonando per le strade di New Orleans, vivendo nella west coast (e fondando la jug band The Kitchen Syncopators) prima di stabilirsi a Ashville e ora a Nashville. Al suo secondo album dopo il precedente Counting Alligators (realizzato con Gill Landry degli Old Corw Medicine Show), Rabbits Motel è un concentrato di American Music tout court che trova ispirazione in Chuck Berry, Doc Watson e nello stesso Guthrie con un suono che sta a metà strada tra Pokey La Farge e i Carolina Chocolate Drops. Woody Pines (aiutato da bravi sessionman) sembra suonare in qualche angolo delle strade di New Orleans (la tradizionale old jazz ballad Keep Your hands Off riproposta anche dai nostrani Veronica Sbergia & The Red Wine Serenaders) o sembra intrattenerci nel "back porch" di una casa vicino a uno dei tanti fiumi della Louisiana (il bel singolo Like I Do) o nel bel mezzo della Route 66 con lo spirito di Robert Johnson nelle corde della sua chitarra (Train Carryed My Gal From Town) o in un dancefloor in piena esplosione R'n R anni'50 in compagnia di Bill Haley (Who Told Ya e Addicted To Blood).
(EmilIo Mera)


www.woodypines.com

   

Bart Budwig
Whisky Girl
(Woolly Records 2013)

alt-country


Una nuova giovane voce dal nulla americano: Bart Budwig trascina con sé le grandi distese e i silenzi del suo Idaho, parlando la lingua di un ballata country aspra e solitaria. I maestri li abbiamo imparati a conoscere tutti e citare ancora una volta i nomi di Townes Van Zandt o, per arrivare ai giorni nostri, di Jay Farrar è quasi un sigillo sulla probabile stroncatura di Whisky Girl, esordio sulla distanza dopo un paio di ep e qualche collaborazione live con Joe Pug, Rocky Votolato e Laura Gibson tra gli altri. In realtà buone vibrazioni scorrono in lungo e in largo per l'intero Whisky Girl, che resta tuttavia un disco fin troppo acerbo nelle sue corde elettro-acustiche e fra le trame tipicamente alternatve country di brani quali Weary Mind, A Coke and a Smile, Change your Mind, Texas. Suono secco e rigorosamente live, esaltazione di una voce cruda e sincera, qualche svolazzo di pedal e lap steel e poco altro: non basta ancora ad alzare la testa fra i tanti promettenti gregari della scena no depression, anche se l'idea di riprendere il classico inno outlaw come Mammas Don't Let Your Babies Grow Up to be Cowboys strappa un sorriso compiaciuto. La naturalezza con cui Budwig sciorina i suoi versi è comunque un buon punto di partenza.
(Fabio Cerbone)

www.bartbudwig.com

Gary Hall
Winning Ways On Losing Streaks
(Northern Sun Recordings 2013)

folk rock, Americana


Avrebbe potuto lavorare un po' di più sulla copertina, diciamo così, la quale non rende esattamente giustizia al contenuto di Winning Ways on Losing Streaks, un disco di ballate a base roots blues e fragranze acustiche da un autore inglese con il cuore e l'anima tutti rivolti alle strade blu della provincia americana. A metà strada fra John Prine e lo Springsteen più folk, quanto meno come punti di ispirazione, Gary Hall non è un novellino: alle spalle un esordio nel lontano 1989, diversi album registrati fra la madre patria e Nashville, qualche tour importante al fianco di mostri sacri, infine un ritorno in Inghilterra dove ha fondato gli studi Voodoo Rooms, dando spazio anche ad altri musicisti. In Winning Ways on Losing Streaks ne raccoglie una decina, e fra dobro, mandolini, banjo e fiddle la direzione è abbastanza chiara: c'è una cover degli Old Crow Medicine Show (Wagon Wheel), per il resto un'atmosfera rilassata che ricorda certo country d'autore dei 70s (I Can't Beieve She's Gone), episodi più rurali (A Country Mile from Shore, Stick Around Bojangles, la bella Red Dirt Roads), ma anche parecchie ballate che nascondono un sentimento heartland rock (The Enemy Within, A Small Price to Pay) sotto l'abito di un sound acustico a scarno.
(Davide Albini)

www.garyhallmusic.co.uk