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John Németh
May Be the Last Time
[Nola Blue records 2022]

Sulla rete: johnnemeth.com

File Under: armonica blues


di Roberto Giuli (20/09/2022)

Si è parlato frequentemente di John Németh in questi ultimi vent’anni, almeno tra gli appassionati e/o addetti, come uno dei migliori giovani armonicisti in circolazione. John è tra i più personali e originali cultori del piccolo strumento, oltre che ottimo cantante dalla voce “soulful”; la sua profondità e l’apparente semplicità del suo approccio, morbidezza e consistenza al tempo stesso, lo iscrivono in quella che da più parti è stata indicata come “terza generazione”, figlia della schiera di musicisti (da Rick Estrin a Kim Wilson, Rod Piazza, Sugar Ray Norcia R.J Mischio etc) che, tradizione alla mano, ha saputo rinnovare lo strumento con una sana iniezione di melodia.

Originario dell’Idaho, dov’è nato nel 1975, Németh inizia ad interessarsi al blues da adolescente, quando forma i Fat John & The 3 Slims; con il tempo affina il suo modo di suonare l’armonica, inizia a bazzicare la band di Junior Watson e dà vita a un suo gruppo intorno al 2000, i Jacks. Si trasferisce quindi a San Francisco nel 2004, non prima di aver dato alle stampe il suo primo lavoro, The Jack Of Harps (2002), frutto di un’autoproduzione allo stesso modo del seguente, il notevole Come And Get It del 2004. Parecchia acqua sotto i ponti ed eccoci al presente, dopo tante collaborazioni e almeno dieci capitoli discografici, tra cui cose pregevoli quali Magic Touch, che gode della produzione di Anson Funderburgh, Love Me Tonight e Name The Day! (tutti per Blind Pig) o l’ottimo Memphis Grease insieme ai Bo-Keys di Scott Bomar. Fino a oggi e a questo May Be The Last Time, titolo che riflette una situazione particolare. “L’ho registrato prima di un’operazione chirurgica molto seria, affrontata nel maggio scorso. Non sapevo se avrei potuto cantare e suonare ancora e a tutt’oggi non lo so”. Il gioco si fa duro; resta intatta l’affascinante miscela di soul e blues.

Il disco si compone di undici tracce, di cui due, la bella ballata pop Sooner Or Later (più scarna rispetto alla versione contenuta nul citato Memphis Grease) e il “rolling” blues Elbows On The Wheel, scritte da John. Vale la pena dunque di riportare una nota scritta ai tempi di Name The Day!: “ L’artista intelligente, dimostra di saperci andare con la propria penna, basandosi su modelli consolidati, ma sfoderando esperienza ed eleganza nella scelta delle cover”. La considerazione appare attuale; il nostro spazia da alcune “chicche” d’epoca doo-wop, I Found A Love (1962, nelle mani di Wilson Pickett e i suoi Falcons) e la bollente Sexy Ways (Hank Ballard And The Midnighters), ai brani scritti da Elvin Bishop, tra cui le torride Rock Bottom e Stealin’ Watermelons; il quale Bishop si da un gran daffare per sostenere l’amico, reclutando il suo Big Fun Trio, ovvero Bob Welsh al piano e Willy Jordan alla batteria, oltre a Kid Andersen e Alabama Mike. Organico ineccepibile, compatto e affiatato.

Ma il menu è quanto mai ricco, c’è spazio per il blues/gospel di Feeling Good, dal repertorio di J.B. Lenoir, come per il bellissimo lento Come On In This House (Melvin London “via” Junior Wells) e una serrata Shake Your Hips di Slim Harpo. Su tutto, proprio il traditional The Last Time che, Stones a parte, ribadisce il concetto: “this may be the last time we play together”. Che dire? Noi invece attendiamo senz’altro il prossimo capitolo. Eccellente.