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Black Joe Lewis & Honeybears
The Difference Between Me & You

[Black Joe Lewis 2018]

blackjoelewis.com

File Under: garage blues

di Fabio Cerbone (01/11/2018)

Ci sono tanti modi di intendere e di approcciare la materia blues, in fondo tutti legittimi se pensiamo che questa musica è l'impasto originario che sostiene l'intera storia del rock'n'roll. Quello di Black Joe Lewis sembra soltanto più schietto e vero perché sceglie di non abbellire troppo il piatto, mantenendo quel sano principio di sporcizia e ruvido metodo elettrico appreso dal ragazzo sulla scena garage di Austin, dove il chitarrista e autore originario dell'Arizona si è fatto le ossa. The Difference Between Me & You è il quinto capitolo della saga con gli Honeybears, che compiono dieci anni di attività e non mollano quell'idea di black music maleducata e un po' grezza che li ha fatti apprezzare sin dagli esordi.

In verità, arrivando a distanza ravvicinata da Backlash, l'album che soltanto un anno fa sanciva l'indipendenza assoluta della band, dopo qualche giro di fortuna fra le major discografiche, il nuovo lavoro è forse il più maturo, composto e se vogliamo persino il meno aggressivo della nidiata, ma per nulla accomodante. Anzi, si tratta a prima vista di una raccolta assai più ispirata rispetto al suo precedecessore, il citato Backclash, perché fa tesoro di un certo equilibrio compositivo, affronta temi più riflessivi e soprattutto mette in gioco le fondamenta stesse del sound di Black Joe Lewis. Il quale ha concesso l'album alle mani sapienti del produttore Stuart Sikes (White Stripes, Cat Power) e ha lasciato gli Honeybears a briglia sciolta, in grado di entrare in profondità nella stesura dei brani e di collaborare attivamente agli arrangiamenti. Ne scaturisce un'atmosfera che al funk soul di casa, a quel r&b assai poco raffinato e dallo spirito punk degli esordi, assomma le spirali blues psichedeliche di Some Conversations You Just Don't Need to Have, She Came to Me, Hemmin' & Hawin', episodi direttamente legati allo stile downhome del maestro Junior Kimbrough, a questo turno una delle dichiarate fonti di ispirazione per Black Joe Lewis.

Per tale motivo il nostro protagonista parla forse in maniera esplicita di un "disco blues", che d'altronde è forma e sostanza di cui sono sono fatti i riff di Nothing but a Cliché, seppure imbrattati dagli Honeybears con pulsioni ritmiche e sezione fiati che non rinnegano la matrice rhythm'n'blues sudista derivata da casa Stax. Sono canzoni che si guardano allo specchio, afferma Black Joe Lewis, che interpellano se stessi e l'America, che senza lasciare per strada quel carambolare nervoso tipico della band, qui in evidenza con il primo singolo Culture Vulture o Girls on Bike, finiscono oggi per sembrare più adulte, inseguendo, per esempio, le cadenze soul blues, classiche all'istante, di Face in the Scene e Suit or Soul, il r&b da manuale anni settanta di No Rhyme No Reason o ancora il groove curvilineo di Gut Feeling, la migliore del lotto, con un riff di organo appiccicoso e un dialogo funky sbarazzino fra chitarre e fiati.

La piccola sorpresa, che scompagina le carte, è Handshake Drugs: che c'entrano i Wilco in salsa garage blues? Vale la pena scoprirlo da soli...