Cresciuto a Brooklyn, Brian Kramer si è appassionato
al blues da adolescente alla fine degli anni settanta. Ispirato
da Lightning Hopkins, Buddy Guy e Junior Wells è stato notato
da quest' ultimo che lo ha preso in simpatia, aiutandolo a
crescere come musicista e spingendolo ad incidere nell'89
il suo album d'esordio come Brian Kramer & the Bluesmasters
featuring Junior Wells. Intitolato Win Or Lose e arricchito
dalle partecipazioni di Mick Taylor e Steve Jordan, il disco
non è mai stato pubblicato in cd per problemi contrattuali
ed è introvabile. Negli anni novanta Brian ha alternato tour
americani e nel nord Europa fino al trasferimento definitivo
in Svezia dove risiede tuttora, partecipando a numerosi progetti
con musicisti locali come Cyndee Peters e Matti Norlin. Tra
il '98 ed il '00 ha fatto parte della band di Eric Bibb, incidendo
anche con il padre Leon Bibb e con il bluesman Larry Johnson.
Negli ultimi anni si è dedicato all'insegnamento ed alla carriera
solista, registrando sei album con la sua band e animando
la scena svedese con le jam organizzate settimanalmente al
club Stampen di Stoccolma.
Molto conosciuto nei paesi scandinavi ha suonato ovunque,
dalla Thailandia al Sudafrica, passando per i principali festivali
europei ed americani. Kramer è un cantautore folk-blues, ispirato
e avvicinabile ad artisti come Eric Bibb, Taj Mahal e Guy
Davis, sempre in equilibrio tra questi due generi musicali.
Myself And Mine è il primo album "solo" di Brian,
protagonista assoluto alla voce ed alla chitarra acustica
(suona esclusivamente la National Steel Resonator Guitar e
la slide). Un disco pacato, piacevole ed equilibrato, nel
quale il musicista evidenzia doti non comuni sia come compositore
che come strumentista dotato di un tocco personale e raffinato,
senza trascurare i testi riflessivi e parzialmente autobiografici.
I brani dell'album sono stati composti nel corso degli anni
ed incisi molto velocemente, senza tanti fronzoli.
Ma il risultato finale non sembra assolutamente improvvisato,
anzi il disco ha una fluidità notevole, alternando ballate
folk quali la sussurrata opener Pocket
Watch, la riflessiva Touching
A Cloud, la delicata Love
Just Fell Away e My Precious
Stone, sicuramente ispirate dagli anni trascorsi
con Bibb e blues più canonici come l'ottima Journey
To The Delta con una chitarra limpida ed ispirata
e Speak Of The Devil.
La voce di Kramer è adeguata e melodica, roca al punto giusto
nelle tracce blues. Un disco omogeneo da ascoltare senza fretta,
un buon punto di partenza per curiosare nella discografia
di un musicista meritevole di approfondimento. (Paolo Baiotti)
Murali Coryell Sugar
Lips
[Murali's Music Records 2010]
Un apprezzabilissimo soul,
levigato e rockeggiante, è nello stile di Murali Coryell,
figlio di un'attrice (Julie Coryell, alla cui memoria vanno
alcuni ringraziamenti nel cd) e del chitarrista jazz Larry
Coryell. Sugar Lips è il suo secondo disco (da
The Same Damn Thing del 2008) e il titolare investe le sue
energie in una produzione indipendente, gestita con tradizionale
appeal nel confezionare un sound appetibile, curato e piuttosto
standardizzato, nell'impronta sonora di una musica quasi da
radio FM americana. Sembra però che Coryell abbia i mezzi
per farlo, e ne vien fuori un progetto che sarà pure mainstream,
ma risulta ben fatto, complici i compari della band (il co-produttore
Tom Hambridge alla batteria, Steve Mackey al basso e Reese
Wynans alle tastiere) e gli ospiti presenti, il padre Larry
e Joe Louis Walker alle chitarre e armonica.
Il tutto risulta ben suonato, in un filare di una dozzina
di tracce che vedono la bella voce di Mu. svettare su di un
r&b aggressivo, capace di tramutarsi in sensuali soul o divertenti
funky, fino a un più tradizionale blues - feeling urbano,
eco degli umori più classici della black music. Per cui Blame
It On Me apre decisa e non lascia dubbi quanto
all'impeto del nostro, che già ci si muove al fiatistico wall
of sound di spalla alla degna apertura. Mentre What
You Gonna Do About Me? e Closer
To You Baby seguono i cenni di un più tradizionale
funky rock-blues e r&b, Mother's
Day sfodera tutta la dolcezza blues di un'alba
metropolitana, sicché già sappiamo di che pasta sono fatti
i professionisti di quest'entourage, che smette i toni dell'onesto
mestiere per farsi arte, con quanto di cui sopra, ma pure
con la vivacità di What Works On
You che pare di sentire l'Huey Lewis dei tempi
migliori.
Anche la title-track prosegue nella medesima vena artistica,
mentre piace la romanticheria crepuscolare di I
Could've Had You prima ancora del gustosissimo
rock da telecaster e voci alla Rod Stewart (compresa la background
vox di Hambridge) per Still Rockin'.
Un album che arriva senza difficoltà alla fine, pur per quanto
manierismo vi sia in tracce come Music
Sets You Free alla Tom Jones o qualche ripetitività
sul finale, comunque godibile e decisamente discreto. (Matteo Fratti)