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BooksHighway   il rock'n'roll tra le parole

- A cura di Marco Denti -

 

Vic Chesnutt, dolenza folk

Kristin Hersh, Non fare stronzate, non morire. Un addio a Vic Chesnutt
[Jimenez edizioni, 189 pp.]

di Marco Denti

L’addio a Vic Chesnutt di Kristin Hersh è un po’ un diario di viaggio e un po’ il frutto di una corrispondenza con un destinatario sfuggente, che non risponde mai. Le cronache in tour coinvolgono quattro persone, che poi sono due coppie: Kristin Hersh e il marito (e manager) Billy O’Connell e Vic Chesnutt e la moglie (e bassista), Tina Whatley. La complicità che si sviluppa nelle lunghe ore di attesa tra un concerto e quello dopo (in mezzo non c’è altro, se non la strada) diventa un terreno di incontro e scontro nel quale l’attrito con e per Vic Chesnutt genera un racconto agrodolce, ispido e dolorosamente sincero.

Nella sua semplicità, Kristin Hersh è molto efficace nel dipanare i legami incrociati, inquadrandoli sempre attorno alla figura tormentata di Vic Chesnutt, un concentrato di ironia, furia, sofferenza e sensibilità. Il dialogo è a senso unico: Kristin Hersh gli scrive a distanza, senza ottenere risposta perché lui è duro e fragilissimo, fino agli appelli finali, che cadono nel vuoto. Restano le emozioni degli show insieme e Kristin Hersh ricorda che “il rumore che fa il dolore è bellissimo quando viene messo in musica. Il rumore che fa la gioia è ancora più bello, ma quello che facevamo noi era ancora rozzo”. I concerti si susseguono in luoghi minuscoli, piccoli anfratti in uno scenario di desolazione fatto di parcheggi, motel disadorni, pillole e tequila, screzi e giochi di parole e un sacco di tempo perso per arrivare all’emozione di cantare insieme Panic Pure o tutte quelle “canzoni che facevano venir voglia di mettere la mano davanti alla bocca, tanto erano oneste”, come le definisce Amanda Petrusich nella prefazione.

Con i vestiti sgualciti, tra il grande nulla dell’America e la scoperta dell’Europa, con i pasti consumati in fretta e senza gusto, arrancando tra notti insonni e faticosi risvegli, il colore della storia è un grigio metallico e screziato, a riprova di quello che scrive ancora Amanda Petrusich: “In nessuna situazione queste idee diventano così immediatamente chiare se non quando si soffre per tutte le umiliazioni legate all’andare costantemente in tour con pochi mezzi a disposizione, le avversità appena temperate, e per breve tempo, da quella strana estasi che accompagna le esibizioni dal vivo”. L’insieme non può che essere frammentario, come una cornice che cerca di tenere insieme un quadro spezzato che nel suo centro ha la figura di Vic Chesnutt e quella irripetibile alchimia una volta on stage, che Kristin Hersh descrive così: “Ogni palco è un terreno sconosciuto che devi tastare, di cui ovviamente non puoi apprendere tutti i fondamenti. Alcuni di questi fondamenti sono come fili che non hanno alcuna intenzione di assecondarti, si attorcigliano in maniera subdola, tanto da formare un cappio personalizzato. Cappio con cui ci impicchiamo regolarmente, mentre la gente si aspetta che officiamo la messa, che diventiamo corpi di canzoni cominciano a fluttuare sul pubblico, oppure che ci trasformiamo in spesse nubi di suono prima di riprendere la nostra forma”.

È l’unica fonte di sostentamento, forse anche l’ultimo appiglio alla realtà ma, ammette Kristin Hersh con candore, “i volti che ti emozionano possono ferire se la vita non sempre è stata gentile. E sogni folli hanno lasciato uno strano miscuglio di speranza e disperazione, la sensazione di avere una casa e contemporaneamente non averla”. In quel momento il traballante equilibrio della comitiva si sfalda, anche perché il ritorno, casa o non casa, implica la separazione. Lì la conclusione di Kristin Hersh per Vic Chesnutt è lucida e preoccupata in parti uguali: “La cosa più folle, e lo dico in senso letterale, la cosa più folle, era che per te vittoria significava sempre sconfitta”.

Fino all’epilogo, più volte annunciato, nel giorno di Natale del 2009. Con Vic Chesnutt se ne va anche quel piccolo milieu in viaggio, compreso il matrimonio tra Billy O’Connell e Kristin Hersh, che si ritrova, sola, a cantare sul palco e ad ammettere che “a volte mi limito a consentire alle canzoni di farmi scomparire”. Straziante, ma vero.


Vic Chesnutt: le origini di un folksinger

di Gianfranco Callieri

Strano personaggio, Vic Chesnutt, di quelli difficili da classificare. Cantautore obliquo, aduso alla frequentazione di punti di vista del tutto particolari, amato senza riserve da una lista pressoché interminabile di colleghi illustri. Lo si potrebbe accomunare a un altro, delizioso dropout quale Daniel Johnston e alle sue scombiccherate filastrocche, nello spirito se non nella forma: laddove i dischi Daniel palesano uno sconfinato amore nei confronti dei Beatles, quelli di Vic fanno lo stesso con Bob Dylan; laddove le canzoni di Daniel costituiscono un obliquo caleidoscopio di tutto ciò che può essere classificato alla voce "pop", quelli di Vic fanno lo stesso con rock'n'roll, country e folk; laddove, infine, i lavori di Daniel estrinsecano la propria poetica attraverso un solare repertorio di nursery-rhymes, quelli di Vic declinano spesso verso un'oscurità funerea e senza speranze. In un caso o nell'altro, una credibile diagnosi della situazione non può prescindere dal riferirsi alle rispettive vite private, imponendo di citare la depressione cronica del primo e il grave handicap fisico del secondo. Ma torniamo a focalizzare l'attenzione su Vic.

I suoi primi dispacci discografici raggiungono il mercato grazie all'interessamento di Michael Stipe dei REM, che poco prima di dare il La al mastodontico "Green Tour" ha occasione di vederne i concerti. Secondo le cronache, l'uomo che allora imbraccia una chitarra sul palco del 40 Watts di Athens, Georgia, è molto diverso da quello che conosciamo oggi: nessuno lo dice a chiare lettere, eppure tutti i vari carneadi - lo stesso Stipe, Ian MacKaye dei Fugazi, Forrest Gander, il videoartista Jem Cohen - chiamati a introdurre il poker di preziose ristampe curato qualche anno fa dalla New West, concordano perlomeno su di un fatto, e cioè a dirsi sulla perenne ubriachezza del nostro. Del resto, il dolore che non uccide la musica può magari essere momentaneamente azzittito dall'alcool, e di dolore da anestetizzare Vic ne ha parecchio, soprattutto se ripensa a quel maledetto incidente d'auto che nel 1982 l'ha privato per sempre dell'uso delle gambe, condannandolo a vita all'uso della carrozzella. Tuttavia, dietro le sconnesse, alcoliche esibizioni di Chesnutt, Stipe sente qualcosa di più, qualcosa che ai restanti avventori del locale evidentemente sfugge. Così, decide di chiudere Vic nello studio di registrazione casalingo del comune amico John Keane per un giorno e una notte.

Ne risultano 15 canzoni, per le quali viene sempre considerato valido il motto del buona la prima. Mai scelta fu più azzeccata: per quanto mi riguarda, le spartane canzoni di Little (1990) contengono già, splendidamente espressi, tutti i tratti più caratteristici della poetica di Vic, senza dimenticare una qualità di scrittura che, pur senza mai effettuare scivoloni troppo rovinosi, non saprà più esprimersi a questi livelli. C'è tutto, in questo disco, tutto ciò che contribuisce a fare di Vic un piccolo, grande autore spesso sottovalutato: la brutale sincerità delle liriche, talvolta candidamente intestate ad attrici del passato o a colleghi identificabili con facilità, un gusto per la melodia non immediata, forse, ma capace d'insinuarsi sottopelle per non uscirne più, nonché la grazia fanciullesca - da non confondersi con insipienza! - della chitarra del titolare, che proprio come il miglior Dylan sa emozionare senza ritegno affidandosi a un minimo cambio nella progressione degli accordi oppure, ancor più semplicemente, alzando e abbassando la voce, che è inconfondibile, nasale, tutta di gola.

Il successivo West Of Rome (1992), sempre prodotto da Stipe, contrassegnato dall'impiego di una band e da uno splendido suono "ambientale", risulta appena meno omogeneo, ma di certo non meno riuscito. Più controverso, ad onta della registrazione consumatasi nello stesso anno, l'oscuro Drunk (1992) , foriero sì di ottime canzoni e purtuttavia eccessivamente accartocciato su se stesso e sulla propria sofferenza, un elemento che Vic saprà sfruttare in tutt'altra maniera nello scurissimo About To Choke, il suo personale capolavoro). Assai più accessibile è invece Is The Actor Happy? (1995), disco rockato e comunicativo dove si distinguono con chiarezza i giovamenti apportati dall'assetto full-band.

Pubblicati in origine dalla minuscola Texas Hotel, ristampati qualche anno dopo con dovizia di bonus tracks - alternate-takes, demos, covers (formidabile il Dylan di I dreamed I Saw St. Augustine), spezzoni live - dalla New West, questi quattro dischi costituiscono ancora il segmento più importante della carriera di Vic Chesnutt. Perciò, per una volta, proviamo a far sì che la dicitura "artista di culto" non sia solo un modo elegante e beneducato per definire un cantautore che non conosce nessuno.