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Photo: © Paul Natkin

R.E.M.
Ombre, luci e visioni, 1982-1985

- a cura di Marco Denti -

Nel pieno di un’epoca che sparava colori primari in tutte le tonalità più brillanti, luci dirette e fluorescenti, fenomeni acustici e visuali roboanti, i R.E.M., così nella musica come nello sviluppo parallelo delle immagini, sono stati bravissimi nell’arte della dissimulazione, mascherandosi e rifugiandosi nelle sfumature. Il loro è stato un successo arrivato per contrasto: i R.E.M., più che rappresentare un’era, hanno interpretato le emozioni del momento, attraverso la percezione di gradazioni cromatiche con tutta un’attitudine volubile, vellutata, acida, a volte criptica. Un fascino ininterrotto che ha giocato sulle allusioni, sulle pieghe e sulle distanze, piuttosto che sulle manifestazioni più epidermiche, sul bianco e nero e sul chiaroscuro. Tutto un work in progress che li ha visti trasformarsi più volte, senza perdere quello charme imperfetto tipico di ogni rebus.

Nel 1982 Chronic Town, all’inizio di una lunga storia, inaugurava un’avventura che è cominciata così, un po’ sghemba, imprevedibile. Grezzo, elusivo e tenebroso, scarno, e (spesso) incomprensibile, conteneva già ogni passione dei R.E.M., fin dall’immagine di copertina che sarebbe stata la prima di una lunghissima serie di inquadrature sgranate o sbilenche (quella di Chronic Town, a dir la verità, rimane la più a fuoco) come se i R.E.M. avessero qualcosa da difendere. Il rapporto tra musica e fotografia nei R.E.M. viveva una condizione di totale simbiosi, grazie alla passione per le arti visive di Michael Stipe, visto che sosteneva convinto: “Vedo sempre prima di sentire”. Succede persino nel nome del gruppo, scelto secondo il cantante perché “ci piacciono i puntini”, e si capisce dato che nell’universo primordiale dei R.E.M. è tutto sospeso, ambiguo, indecifrabile: vale l’atmosfera, più che le canzoni, il suono più che la forma. Gardening At Night è forse il passaggio fondamentale per raccontare i primi R.E.M., almeno fino a Lifes Rich Pageant: sembravano nascondersi, più che provare a mostrarsi, come bisognerebbe fare per diventare la più grande rock’n’roll band del mondo.

Cosa significasse il “giardinaggio notturno” resta in gran parte avvolto da un’aura indefinita, quella che adorna quegli inizi tentennanti. L’idea di Michael Stipe per cui “non dormo, sogno” è rimasta centrale, e se Peter Buck cercava di insinuare, giustamente, che per i R.E.M. fossero più importanti i Velvet invece che i Byrds, un paragone evocato per pigrizia, Chronic Town è, secondo Bill Berry, “una città dello stato d’animo”, conferma esplicita della natura emotiva del disco. Secondo Tony Fletcher, uno dei primi biografi dei R.E.M. “nella sostanza il gruppo che fece Chronic Town era ancora una garage band”, ed è una corretta fotografia della realtà. L’elusività dell’immagine nascondeva l’incertezza e anche il garage, nel vero senso della parola, perché lo studio di Mitch Easter dove registrarono era proprio nel garage dei genitori. Il processo, nell’insieme, era intuitivo, acerbo e limitato e i R.E.M. erano in cerca di un’identità che sarebbe arrivata con non poco sforzo, e seguendo direzioni inusuali, come aveva bene intuito Tony Fletcher: “Con Chronic Town i R.E.M., diventando un enigma, impararono a distinguersi dal mucchio”.

Nei limiti congeniti di Chronic Town c’è già tutto quello che poi verrà modellato e riproposto in Murmur, che è stato il momento significativo, da questo punto di vista probabilmente il vero esordio dei R.E.M., non solo per la dimensione doppia rispetto a Chronic Town, ma anche per una maggiore consapevolezza delle proprie visioni e della propria natura. Non di meno, la copertina di Murmur faceva a gara con quella di Chronic Town in quanto ad ambivalenza. Il kudzu, una pianta rampicante di origine orientale con proprietà curative, avvolge e disegna forme fluttuanti, anticipando il carattere crepuscolare delle canzoni. Nello stesso modo il trestle, il ponte di legno sul retro, rappresenta bene gli arcani nei tratti distintivi dei primi R.E.M., che poi affioravano nel loro primitivo sound ovvero nelle armonie vocali, nelle chitarre ronzanti o scintillanti a seconda dell’umore, nelle ritmiche ossessive e compulsive, nel salmodiare di Michael Stipe, parallelo a quello di Morrissey negli Smiths: confondevano e attraevano nello stesso tempo. Ma Murmur è un caso a parte, dove la magia dei R.E.M. esplode rivelandosi come ha scritto Steve Pond, “un disco irrequieto e nervoso, pieno di false partenze e di immagini di movimento, pellegrinaggio, transito”. Il senso, come confermerà a più riprese lo stesso Michael Stipe, era proprio quello.

Nel frattempo, il significato delle canzoni è andato via via sviluppandosi, e si è fatto ancora più evocativo. All’epoca l’aveva notato anche Anthony De Curtis: “Sembrava che il cantante fosse ardentemente alla ricerca di una qualche verità più profonda del semplice significato, più emotiva che verbale, più associativa che specifica, più evanescente che solida, altrettanto tua quanto sua”. Metafore e libere associazioni compongono il canovacchhio di Michael Stipe e la libertà che gli hanno lasciato i R.E.M. è parte fondamentale di quell’evoluzione parallela alla capacità di rimanere se stessi, togliendo il disturbo al momento opportuno, prima di ripetersi all’infinito o di trasformarsi in una parte della macchina di cui hanno diffidato fino alla fine.

Anche Reckoning sarà un altro tentativo di distinguersi: più aperto, più variegato (comprese le trame psichedeliche di Time After Time), più accondiscendente verso gli esperimenti sonori di Mitch Easter e Don Dixon, è un primo sforzo per cambiare in corsa. Se Murmur invitava a sbirciare dalle finestre, Reckoning lascia la porta socchiusa: un po’ di luce comincia a filtrare ed è forse l’album che più deve alla complicata democrazia dei R.E.M., dove tutti concorrono a decidere quale direzione intraprendere. Le copertine, ogni volta fonte di esaurimento nervoso da parte dell’etichetta discografica, coincidono, forse anche più della musica, con la natura dei R.E.M. per tutte quelle immagini sfuggenti, che non volevano dire niente, ma che hanno un senso perché l’arte non deve avere necessariamente un significato. Michael Stipe, appassionato cultore degli aspetti visivi, lo sapeva benissimo fin da quando aveva scoperto che Man Ray, una delle sue principali fonti di ispirazione, diceva: “Fotograferei più volentieri un’idea di un oggetto, e un sogno piuttosto che un’idea”. Siamo lì: l’imperscrutabile copertina di Reckoning continuava quella tradizione onirica, ma se nella primavera del 1984 i R.E.M. sono un oggetto non ben identificato, sfuggente e molto vago, da Chronic Town mantengono quella determinazione che, come dirà in seguito Joe Boyd, era “l’assenza di dubbi, senza arroganza”.

Fables of the Reconstruction sarà proprio figlio di quell’attitudine, del coraggio verso il cambiamento che li ha portati dentro un bellissimo album di transizione, gestito (come è noto) in condizioni precarie e difficili. Eppure ha una sua ricchezza nell’estetica southern gothic intesa dal punto di vista delle tradizioni letterarie (non di quelle musicali piuttosto distinte). È tutto relativo ed è quello che è successo anche con Fables of the Reconstruction che, in prospettiva, è un disco che ha segnato la loro carriera. Quando ne parlammo, Joe Boyd non ne era così sicuro: “In prospettiva, forse... Non saprei, perché purtroppo è rimasto incompiuto e non ha venduto quello che ci si aspettava. Avrei voluto missarlo in modo diverso, ma non ci sono mai riuscito, e questo è il mio unico rammarico. In occasione della ristampa per il venticinquesimo anniversario ho scritto ai R.E.M. e gli ho detto che mi sarebbe piaciuto rivederlo, ma dopo un paio di settimane mi hanno risposto e mi hanno detto: ‘Uhm, vedremo’. Avevo già capito come sarebbe andata a finire, ma gli ho chiesto se mi lasciavano almeno un tentativo per missare un paio di canzoni, giusto per provare. Le ho fatte, gliele ho rispedite e dopo una settimana è arrivata la risposta che diceva: ‘No’. I R.E.M. hanno sempre preso decisioni all’unanimità e in quell’occasione solo uno, mi hanno detto poi dalla Warner, si è espresso contro, ma tant’è… Quando è uscita la ristampa me ne hanno mandata una copia e ascoltandolo ho scoperto che nella rimasterizzazione avevano fatto proprio come avevo in mente io”.

Cosa poteva essere fatto nel corso della rilettura, Joe Boyd l’ha spiegato senza patemi e rivelando (e confermando) molto dell’atteggiamento dei R.E.M. dell’epoca: “Volevo tirare fuori un po’ la voce, renderla un po’ più chiara, ma Michael (Stipe) insisteva per nasconderla. La volevo tirare fuori per ragioni di prospettiva perché non è che ci fosse molto da tirare fuori… Poi anche Peter (Buck) voleva la chitarra molto nascosta e alla fine il management ha detto che il tempo era scaduto, i soldi erano finiti e così è rimasto. È per questo che Fables of the Reconstruction suona tutto sullo sfondo, ombroso”. In qualche modo, funzionava, come diceva Anthony De Curtis: “Qualsiasi cosa vi fosse di sbagliato nelle canzoni, sembrava giusto, in un senso più vasto, più evocativo, più significativo”. E arrivati dunque al 1985 Andy Gill provata a spiegare l’intimo meccanismo delle canzoni: “Le sue liriche, per quel che si può giudicare dalle poche frasi che emergono nitidamente in ogni brano, sono fatte di suggestioni lievi, accenni, mormorii. Non sono dirette, declamatorie. All’ascoltatore è richiesto di completare da sé il quadro”.

Con Lifes Rich Pageant diventerà tutto molto più chiaro, ma quella percezione autunnale riaffiorerà in seguito tra le pieghe di almeno due dei migliori album dei R.E.M., ovvero il capolavoro di Automatic For The People e New Adventures In Hi-Fi. A quel punto il volto dei R.E.M. era già definito in abbondanza: avrebbero trovato nuove forme e altre dimensioni, ma quelle emozioni sono rimaste intatte, grazie a quell’estetica dadaista che Michael Stipe aveva usato per paragonare Fables of the Reconstruction a “due arance tenute insieme da un chiodo”. Cosa significasse non lo sanno spiegare nemmeno i R.E.M., ma non importa, il mistero è sempre più interessante.

:: Percorso discografico

Radio Free Europe/ Sitting Still (7" single, Hib-Tone 1981)
Chronic Town (I.R.S. 1982)
Murmur (I.R.S. 1983)
Talk About the Passion (12" single I.R.S. 1983)
Reckoning (I.R.S. 1984)
So. Central Rain (I'm Sorry) (12" single I.R.S. 1984)
(Don't Go Back To) Rockville/ Catapult (7" single I.R.S. 1984)
Fables of the Reconstruction (I.R.S. 1985)
Cant Get There from Here/ Bandwagon (7" single I.R.S. 1985)
Driver 8/ Crazy (7" single I.R.S. 1985)
Wendell Gee/ Crazy (7" single I.R.S. 1985)

 

    

 

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