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Folklore   monografie, classici rivisitati e dischi dimenticati

  
 
Merle Haggard
Okie from Muskogee: in ricordo di un'icona americana

di Fabio Cerbone 

Bakersfield, California. Circa 1969.

Q: - What would you like to be remebered as?

Merle Haggard: - I never thought about that... A writer, I guess. Somebody who did some living and wrote songs about what he knew. Just Like Jimmie Rodgers and Hank did. That's all.




La prima volta che lo vide esibirsi a San Quintino fu il capodanno del 1959. O forse no, si sbagliava, doveva essere l'anno precedente. Ad ogni modo Jonnhy Cash si trovava là, mischiato in mezzo a loro, anche quando delle loro speranze, del loro futuro, per chi poteva averlo un futuro, non importava quasi a nessuno. Merle Haggard era finito rinchiuso dentro quelle mura alla fine del 1957: ripensandoci oggi gli veniva persino da ridere per quanto era stato stupido e incosciente. La fame, la povertà, la vita stessa di tutti i giorni gli avevano sempre giocato brutti scherzi. Da un anno si era sposato con Leona: erano giovanissimi, lei diciasette anni, lui un paio di più. Vivevano in California, ma ben lontani dall'Eden dorato che qualcuno descriveva, in un vecchio furgone appartenuto alla famiglia di Leona. Mancava tutto in quel bugigattolo, così Merle aveva semplicemente preso la strada più veloce: era tornato a rubare. Aveva imparato a farlo sin da bambino, perché smettere proprio adesso che aveva qualche anno di esperienza in più sulle spalle? Era insieme ad altri due scassinatori quella notte, figurarsi che non si ricordava nemmeno i loro nomi. Puntavano sul sicuro, un ristorante nelle vicinanze che potevano assaltare in tranquillità durante la notte, dopo l'orario di chiusura. Non avevano fatto i conti però con la loro stessa impreparazione: non si mettono insieme certi piani quando si è ubriachi fradici, avrebbero dovuto saperlo. Non sono le tre di notte, vi siete sbagliati di grosso ragazzi, sono le dieci e mezzo della sera e il ristorante è ancora pieno di clienti… Ti hanno visto, scappa Merle, scappa finché hai fiato. Non andò molto lontano, il giorno dopo lo vennero a cercare e lo arrestarono. Conoscevano bene quella faccia, non era più tempo per evasioni e riformatori, i reati accumulati cominciavano a formare una lista interminabile.

Aveva vent'anni Merle Haggard e per lui si aprivano le porte di San Quintino: quattrocentotrentadue acri di terra che sovrastavano la baia di San Francisco, nella Marin County, la più vecchia e famigerata prigione dello Stato, l'unica ad essere dotata di un braccio della morte e di una camera a gas. Se lo sentiva che sarebbe finita così, dal giorno in cui la sua famiglia aveva fatto i bagagli dall'Oklahoma per approdare in California il suo destino sembrava già scritto. Oildale era la periferia più degradata di Bakersfield, centro della Kern County. Per qualcuno si trattava di un sobborgo, ma le gente che ci abitava gli aveva dato un altro nome: Hooverville. Baraccopoli di diseredati della Grande Depressione che riempivano ogni angolo del paese nei primi anni Trenta. Le avevano battezzate sarcasticamente in quel modo per farsi beffe del presidente Hoover e degli effetti della sua politica economica. Merle era nato da quelle parti nella primavera del 1937, senza un filo di speranza cucito addosso, figlio di immigrati che avevano compiuto passo dopo passo lo stesso tragitto che John Steinbeck aveva descritto in Furore, mangiando la stessa polvere delle tempeste di sabbia che Woody Guthrie aveva cantato nelle sue famose Dust Bowl Ballads. In California non avevano trovato l'oro, soltanto il duro lavoro nei campi e le mucche da portare al pascolo per cinquanta dollari al mese. Tre bocche da sfamare per James e la moglie Flossie: oltre a Merle, infatti, c'erano anche i fratelli Lowell e Lilliam, che presto lasciarono la scuola per portare a casa qualche soldo in più. Vivevano tutti stipati in un carro frigo al fianco della linea della Southern Pacific. Il padre James aveva persino rinunciato alla sua passione per la musica: il violino, che il nonno di Merle aveva tramandato di generazione in generazione, e anche la chitarra erano spariti chissà dove, probabilmente venduti per tirare avanti. La musica sarebbe tornata nella loro casa, esattemente il giorno del dodicesimo compleanno di Merle, quando il fratello Lowell gli regalò la sua prima chitarra. Due dollari di benzina gratis nella stazione di servizio dove lavorava, in cambio di uno strumento usato.

Erano tre anni ormai che il padre James era morto, tumore al cervello gli dissero, e da allora Merle non aveva smesso un solo momento di pensare alla vita di stenti e sacrifici che aveva fatto, al sogno spezzato di diventare un musicista. Gli eroi di Merle si chiamavano Bob Wills, il caposcuola dello western swing, Jimmie Rodgers, la prima grande star della musica country, Hank Williams, Lefty Frizell e tutti gli altri, compreso Johnny Cash. Prima di incrociarlo, di sfuggita, perso tra la folla vociante e su di giri di San Quintino, sarebbero tuttavia passati ancora molti anni. Un tempo speso a scappare di casa, a vagabondare con gli amici, a cacciarsi in guai sempre più seri. Merle adorava prendere i treni, magari in corsa, e sognare che lo portassero da qualche parte, lontano, in un posto senz'altro migliore di quella catapecchia dove era costretto a vivere. A casa non trovava quasi mai anima viva e così ripartiva per un altro viaggio. E fu proprio lì, sulla strada, che imparò a cavarsela da solo, compreso tutto quello che non gli avevano mai insegnato: rubare, scassinare e falsificare. Quando gli capitava faceva anche il manovale, il cuoco, il camionista e naturalmente il musicista. Dalle parti di Modesto si era esibito per la prima volta in pubblico con l'inseparabile amico Bob Teague: cinque dollari di ingaggio finiti dritti dentro il collo di una bottiglia di birra. La madre a dire il vero ci aveva provato a rimetterlo in carreggiata - Mama Tried certo, avrebbe cantato un giorno Merle - spedendolo dritto in una casa di correzione giovanile, ma le cose non erano altro che peggiorate. Quattordici anni compiuti e da quel momento non avrebbe smesso un solo istante di evadere: sette volte era riuscito a farla franca, ma altrettante era ritornato dentro, fino al giorno in cui lo cacciarono per quindici mesi alla famigerata Preston School of Industry, California del nord, non lontano da Stocokton. C'erano ragazzi che arrivavano da tutti i sobborghi di Los Angeles. Sedici, diciasette, a volte anche diciotto anni, li chiamavano i figli delle famiglie spezzate, gente senza padre da rimettere in riga. La metà non ce l'avrebbe mai fatta: spesso il loro destino, appena raggiunta la maggiore età, era quello di prendere la via di un carcere.

Era stato previsto lo stesso finale anche per lui? Merle ne fantasticava uno tutto diverso, magari su un palco, come quel giorno del 1953 a Bakersfield. Si era fatto largo a spallate tra la folla e prima dello show, con un paio di amici, si era piazzato davanti ad uno dei suoi miti, Lefty Frizell, la star della serata, per cantargli una manciata di canzoni. Erano passati quattro anni da quella incredibile esperienza e il mondo sembrava letteralmente rovesciato: San Quintino non era la Grand Ole Orpy, addio sogni di gloria. Fu durante il periodo di isolamento che conobbe Caryl Chessman, il più famoso ospite del braccio della morte di San Quintino, condannato per stupro e rapina. Ebbene si, allora in California potevi morire anche se non avevi ucciso nessuno. Era l'autore di "Cell 2455 Death Row", una biografia che metteva a nudo, per la prima volta agli occhi degli Americani, la vita di loro carcerati, raccontandola direttamente dall'inferno. Quella breve conversazione avuta con Chessman, ricordava Merle, l'avrebbe poi giudicata come un evento simbolico, il punto di svolta della sua vita, insieme naturalmente a quel dannato concerto di Johnny Cash, a cui assistette in prigione. Dieci anni dopo quella sera in prigione, era il 1969, Live at San Quentin di Cash ripeteva il successo del leggendario Live at Folsom. A Boy Named Sue, una strampalata e tragicomica storiella uscita dai solchi di quel disco dal vivo a San Quintino, era finita al numero due di Billboard. Nell'estate di quello stesso anno le faceva compagnia, ai primi posti, Okie from Muskogee, il terzo singolo di Merle Haggard a raggiungere i vertici delle vendite nel giro di dodici mesi. Più che una canzone era un manifesto, una dichiarazione di intenti ironica e parecchio controversa, che nascondeva fra le sue parole semplici e sprezzanti nei confronti della controcultura americana dell'epoca, l'orgoglio e la vendetta di un'intera popolazione di esclusi. In gran parte operai e contadini dell'America più profonda, ai margini di un gioco più grande di loro, vedevano in Merle la voce autentica della "working class", il figliol prodigo che dopo gli errori e il carcere, cantava la realtà di tutti i giorni, quella della loro esclusione. Muskogee, venticinque miglia a nord di Checotah, Oklahoma, esattamente il luogo d'origine dei suoi genitori, là dove suo nonno aveva insegnato al padre a suonare il violino, disprezzati come maledetti "Okie".

Non erano affatto i migliori versi che avesse mai scritto, un sapore ingenuo e superficiale li atrraversava: "non fumiamo marijuana a Muskogee/ e non ci prendiamo i nostri trip con l'LSD/ non bruciamo le cartoline di precetto sulla Main Street/ ci piace vivere secondo la legge ed essere liberi". Parlavano però alla pancia di una certa America meglio di chiunque altro. La requisitoria proseguiva prendendosela con i pacifisti, deridendo la cultura hippie e quell'orda che sbucava da San Francisco: per Merle e per tanti cresciuti nelle Hooverville come lui, quella gente doveva apparire come una congrega di figli di papà, riottosi contestatori che andavano contro tutto quello in cui gli avevano insegnato a credere. La dignità che spesso era stata negata a Merle e a tutti quelli svezzati come lui, se la riprendevano giurando fedeltà alla patria e sventolando una bandiera. Così almeno se li era immaginati, calandosi nei loro panni, ispirandosi direttamente a suo padre, a quello che avrebbe detto e pensato se fosse vissuto abbastanza a lungo. Merle Haggard però non era un gretto conservatore della peggiore specie: di lì a poco gli offrirorono persino di appoggiare la campagna elettorale di quello stronzo segregazionista di George Wallace in Alabama. Rifiutò senza indugi. Merle era piuttosto un anarchico, un individualista che aveva imparato a carvarsela da solo, tra riformatori e prigioni, costruendosi le sue regole, come tutti i fuorilegge. Era un tipo schietto, pensava soprattutto alla sua gente e al fatto che fossero sempre i primi a rimetterci. Ci provò ancora un anno dopo, con scarsa convinzione, pubblicando una canzone persino più arrogante, The Fightin' Side of Me, ma si capiva all'istante che aveva già perso tutta la carica di spontaneità e di ingenua forza di Okie from Muskogee. D'altronde Merle non doveva dimostrare niente a nessuno, la sua vita parlava da sola.

Il giorno in cui venne rilasciato sulla parola da San Quintino, due anni e tre mesi ancora da scontare nel 1960, aveva giurato a se stesso che non ci sarebbe più ricaduto. Alla larga dai guai caro Merle, e segui solamente la strada che ti indicheranno la tua chitarra e le tue canzoni. Così fu, a cominciare dalle prime esibizioni nei piccoli honky tonk club nei dintorni di Bakersfield. Tex's Barrelhouse, Lucky Spot, High Pockets: ci suonava ogni volta che si liberava un posto sul palco, dieci dollari a serata. La scena locale era un autentico fermento: Tommy Collins, Wynn Stewart e soprattutto Buck Owens, che al tempo aveva già guadagnato un contratto con la Capitol, erano nomi sulla bocca di tutti, la nuova onda country della Costa Ovest. Una miscela irresistibile, elettrica e melodica al tempo stesso, che aveva rimesso ogni cosa al suo posto, con la differenza che nel frattempo erano passati Elvis, il rock'n'roll e le chitarre, meglio se Telecaster. Per questo cominciavano a chiamarlo con un nome tutto suo: "Bakersfield Sound". Quando tutti guardavano ancora a Nashville come il paradiso in terra, la meta irrinunciabile per ogni musicista che si rispetti, la California cominciava a diventare una repubblica indipendente, una Fort Alamo dove resistere alle lusinghe dell'industria discografica e creare una seria alternativa a quel suono laccato, zuccheroso, che in molti ormai non sopportavano più. Dov'erano finiti lo spirito di Jimmie Rodgers, Hank Williams, Lefty Frizell, Ernest Tubb, di tutta quella gente che aveva scritto la storia della country music?

Fuzzy Owen lo conobbe durante una delle sue numerose esibizioni al Lucky Spot: l'occupazione ufficiale di Fuzzy era quella di suonare la pedal steel in diverse band del luogo, ma era conosciuto da tutti in città soprattutto per dirigere insieme al cugino Lewis una piccola etichetta, la Talley. Merle si ricordava ancora lo scantinato che quei tizi avevano adattato a studio di registrazione. Non era per nulla accogliente, gli ricordava le celle di isolamento a San Quintino. Tuttavia la dedizione che Fuzzy e Lewis ci avevano messo nel sostenere i primi passi della sua carriera non se la sarebbe mai dimenticata: Sing a Sad Song, un brano di Wynn Stewart, fu il suo primo successo nazionale nel 1963. Nel giro di due anni Merle sarebbe diventato il più popolare artista country, con un contratto fiammante per la Capitol e una serie inarrestabile di successi piazzati nelle prime posizioni della classifica di Billboard. Otto i numeri uno, nell'arco di quattro anni, che precedettero Okie from Muskogee. Quelle canzoni erano il simbolo di un populismo sincero, attraverso il quale Merle Haggard ricopriva un ruolo che mancava da anni nel mondo della musica country, impegnata da troppo tempo a "ripulire" le sue origini. Forse non incarnava la stessa disperazione di Hank Williams, ma ne lambiva le tematiche realistiche raccontando con un misto di romanticismo e verità gli anni delle fughe e del carcere. Mama Tried, I'm a Lonesome Fugitive, Branded Man erano tutti titoli che giocavano a rincorrere le immagini della sua "gioventù bruciata".

Aveva qualcosa da spartire con Johnny Cash, e non solo perché banalmente i loro destini si erano incrociati a San Quintino, ma perché entrambi manifestavano un'evidente insofferenza verso le regole dell'establishment discografico, inseguendo progetti artistici di grande valore storico. Se Johnny si era innamorato della mitologia del West e dei pionieri, e ancora delle cause del popolo pellerossa o della storia dei minatori, infilando tutta quella conoscenza e curiosità nei suoi dischi più significativi della metà degli anni Sessanta, Merle raccoglieva ora il testimone, assumendo il ruolo di fine divulgatore del passato, accentuandone il lascito musicale. Con uno scarto improvviso dalle polemiche e dal chiasso generato con Okie from Muskogee, Merle aveva voltato le spalle a tutto, tuffandosi nel recupero di grandi figure come quelle di Jimmie Rodgers, a cui avrebbe dedicato lo splendido omaggio di Same Train A Different Time, e Bob Wills, il re dello western swing, per il quale registrò il suo personale saluto, A Tribute to the Best Damn Fiddle Player in the World.

Era soltanto l'inizio di una lunga corsa, segnata da cinquant'anni di canzoni, dischi, concerti, matrimoni, di rocambolesche derive e altrettante riconquiste, di posizioni controverse e splendidi slanci, diventando suo malgrado un'icona americana, fuori del tempo per definizione. Come Johnny, come Elvis, come Hank, come Willie, come gli originali.


(scritto adattato da "Okie from Muskogee", in "Fuorilegge d'America - Hank Williams, Johnny Cash, Steve Earle", Selene Edizioni 2007, di Fabio Cerbone)

    


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Merle Haggard, 1966 - 2015
Un percorso discografico


a cura di Fabio Cerbone

Una delle figure più prolifiche e dalla incredibile continuità artistica che la country music abbia conosciuto, Merle Haggard vanta una discografia sterminata, in cui molto spesso è complicato muoversi alla ricerca della registrazione definitiva. Essendo con ogni probabilità il songwriter più importante che il genere abbia conosciuto a partire dalla seconda metà dei sixties, Haggard è prima di tutto uomo di canzoni, autore di immarcescibili numeri uno e di piccoli gioielli nascosti nei meandri della sua produzione. Un metodo infallibile per chi volesse avvicinarsi al personaggio e comprenderne la statura non solo di musicista (un solido chitarrista e una voce sublime per impostazione) ma anche di "narratore" di una certa idea di America, è quello di partire da una canonica raccolta… Cercando evidentemente di scegliere in maniera scrupolosa tra le mille antologie, più o meno esaustive, che le etichette per cui ha inciso in cinquant'anni di carriera hanno buttato sul mercato: tra materiale Capitol (il sodalizio più importante e il periodo più fertile, dal '65 al '76), MCA, Epic, Curb, fino alla più recente affiliazione con la Anti, c'è da perdersi letteralmente, anche perché spesso ci si concentra soltanto su una ristretta porzione della carriera.

Uno dei riassunti più recenti, a suo modo conciso e rimasterizzato ad hoc, è l'ottimo Hag: The Best of Merle Haggard (Emi, 2006), ventisei tracce che attraversano tutti i cambi di casacca, con una predilezione, gioco forza, per l'epopea Capitol, quella artisticamente fondamentale. Sono compresi i cavalli di battaglia essenziali, senza clamorose dimenticanze (beh, forse un paio sì, ma si tratta di questioni da filologo country), nonché una buona sintesi della fedeltà alle sue radici che Merle ha mostrato nel tempo, in questo assai simile all'amico Johnny Cash, incapace di tradire la sua natura di autentica voce della working class americana. Scartato purtroppo il quadruplo cofanetto Down Every Road 1962-1994 (Emi, 1998), molto bello e tuttavia disgraziatamente fuori catalogo da anni (almeno che non vi rivolgiate all'usato...), rimane ancora da segalare il più celebrativo 40 #1 Hits (Capitol, 2004), che fin dal titolo sintetizza le ragioni della grandezza iconografica di Haggard. Si tratta per la precisione dei 38 numeri uno ottenuti da Merle fra il 1966 di I'm a Lonesome Fugitive, una delle canzoni simbolo dell'artsita, stranamente però non firmata da lui, e il 1987 di Twinkle, Twinkle Lucky Star, barando sul titolo con l'inclusione di un paio di numeri due, che certo non sminuiscono il proclama di questa antologia.

Discorso a parte meriterebbero anche gli album di duetti, peculiarità della country music, in verità mai particolarmente rivelatori o tanto meno rientrati nella produzione indispensabile di Haggard. Il più storico Just Between the Two of Us (1966) con l'allora compagna Bonnie Owens, ex moglie dell'amico Buck e musa ispiratrice per diversi anni di Merle (in tutto si sposerà cinque volte). Quindi una manciata di rimpatriate con gli amici di sempre, e altrettanti giganti country: George Jones (il primo incontro A Taste of Yesterday's Wine nel 1982) e Willie Nelson (dal fortunato Pancho & Lefty del 1983, album di platino in USA, ai più recenti Last of the Breed, allargato a trio con Ray Price, e Django & Jimmie)

Se volessimo invece entrare in profondità nella sua discografia ufficiale di studio - non contando una manciata di dischi dal vivo tra cui si distinguono l'insolito I Love Dixie Blues, dalle cadenze swing e blues, e il tradizionale The Land of Many Churches, dalle influessioni gospel - avremmo qualche difficoltà a riepilogare le tappe indispensabili, tanto è il materiale sparso in cinque decenni di incisioni. Premesso dunque il carattere assolutamente incompleto di questo percorso, a titolo del tutto personale proverò a suggerire quei lavori che ne hanno tratteggiato meglio il carattere di uomo e musicista, le sue radici musicali e l'immaginario:



- Swinging Doors and the Bottle Let Me Down
(Capitol, 1966)
Il cosiddetto suono country californiano di Bakersfield e degli Strangers trova una prima, nitida definizione in questo album, il secondo in carriera dopo un esordio ancora indeciso se restare nel solco delle produzioni made in Nashville. Qui il distacco e l'indipendenza sono evidenti: insieme allo strepitoso twangin' della chitarra di Roy Nichols e alla steel di Ralph Mooney, architetti del sound degli Strangers con il produttore Ken Nelson, impreziosito da musicisti del calibro di James Burton (poi con Elvis Presley), Merle codifica un nuovo linguaggio dell'honky tonk elettrico in combutta con il contemporaneo Buck Owens. Swinging Doors e il classico The Bottle Let Me Down restituiscono senso a quelle regole che avevano definito il genere agli inizi degli anni Cinquanta grazie a Hank Williams e Lefty Frizell, aggiornandole all'epoca dei sixties, ad una musica più spavalda e ribelle. Tradizione e innovazione al tempo stesso racchiusi nella sua figura, Haggard esce allo scoperto anche come autore, immediatamente riconoscibile come uno dei più schietti e puri della sua generazione.



   

- I'm a Lonesome Fugitive
(Capitol, 1967)
- Mama Tried (Capitol, 1968)
Un'accoppiata di album (esiste una ristampa dell'inglese BGO che li unisce entrambi) che costituisce la quintessenza di tutto il movimento "outlaw" del decennio successivo, country fuorilegge che amoreggia con i miti della ribellione: da una parte Johnny Cash, dall'altra Waylon Jennings, nel mezzo Merle Haggard che è l'unico a poter parlare a buon titolo. In prigione c'è stato davvero e con l'immaginario di una vita errabonda, condannata a infrangere le regole gioca la sua partita, alternandolo a ballate di un'agrodolce malinconia, reminiscenze di una vita dura eppure tratteggiata come autentica, nel più puro spirito da elegia country. Titoli quali Life in Prison, I'm a Lonesome Fugitive, il suo primo numero uno in classifica, e la strepitosa Mama Tried (ormai uno standard country, adorato anche dai Grateful Dead, che la proposero spesso dal vivo) sono l'anima del songwriting di Haggard: dalla parte sbagliata della strada, anche se emerge già il tratto populista, essenzialmente "working class" della sua musica, voce dell'America operaia, contadina e bianca. Il suono degli Strangers giunge qui al suo apice di perfezione tra "lamento" roots e melodia struggente, già ibrido country rock che diverrà la bibbia per personaggi come Gram Parsons e tutta quella scena di nuovi cowboy alternativi dei 70s.



   

- Same Train, a Different Time: Merle Haggard Sings the Great Songs of Jimmie Rodgers
(Capitol, 1969)
- A Tribute to the Best Damn Fiddle Player in the World (or, My Salute to Bob Wills) (Capitol, 1970)
Due album, a breve distanza uno dall'altro, accomunati dal desiderio di Haggard di scrollarsi di dosso l'ingombrante successo di Okie from Muskogee e tutti gli stereotipi che rischiava di portarsi dietro, tributando un sincero omaggio ai suoi eroi di gioventù, Jimmie Rodgers e Bob Wills. Sono entrambi - il vagabondo cantante di tutti gli hobo americani il primo, il re di quel particolare ibrido texano chiamato western swing il secondo - elementi chiave del linguaggio sul quale si è formato il gusto di musicista di Haggard e lo stesso ideale di country music che si porta appresso, oltre a simboleggiare un'America della Grande Depressione che per Merle è da sempre l'aggancio con la sua famiglia e la sua gioventù. Pur non generando particolari hit, entrambi i lavori rappresentano uno straordinario successo di critica e pubblico, consolidando la figura di Merle Haggard come artista country di duraturo spessore, fianco a fianco con l'amico Johnny Cash nel rappresentare credibilità e autenticità del genere. Semplicemente monumentale il doppio Same Train, a Different Time, dai forti sapori roots e country blues, nello stesso modo gioioso e retrò A Tribute to the Best Damn Fiddle Player in the World, album caratterizzati dalle presenze dei nuovi Strangers Norman Hamlet alla steel guitar e dobro e Tiny Moore al fiddle e mandolino.





- Hag
(Capitol, 1971)
L'album tra gli album per eccellenza di Merle Haggard, anche nella stessa perentoria definizione del titolo, Hag, che altro non è se non l'appellativo del musicista di Bakersfield. Qui infatti l'importanza non risiede nella presenza di classici o tanto meno di singoli di successo (nessuno arriverà al primo posto, guarda caso), ma nella visione d'insieme, nella profondità del disco in sé, come sequenza uniforme di canzoni. Ecco perché simboleggia un ritorno all'autorevolezza del Merle Haggard autore, che firma quasi tutte le tracce, dopo gli album tributo e le numerose raccolte di successi. Hag è un disco dai toni in buona parte elegiaci, che alterna canzoni d'amore di un'estrema sincerità (la commovente Shelly's Winter Love) a riflessioni amare sulla condizione dell'uomo americano, sullo sfondo della guerra del Vietnam (l'apertura è affidata a Soldierìs Last Letter di Ernest Tubb) e delle prime avvisaglie di un riflusso e della crisi economica che assedierà la nazione a metà degli anni Settanta. Haggard è sempre di più l'ambasciatore del working poor american.





- Big City
(Epic, 1981)
La seconda metà dei Settanta aveva visto scivolare lentamente Haggard fuori dal centro dell'azione country, in questo soppiantato dai discepoli del movimento outlaw, poi da un inesorabile appiattimento di Nashville sulle produzioni più patinate. Pur conservando una certa dignità, la coda del periodo Capitol si spegne nel 1976 e il nuovo contratto con la MCA non porta in dono grandi successi, e tanto meno album da ricordare negli annali. La convincente risalita comincia già con il predecessore "Back to the Barrooms", che introduce gli anni Ottanta di Haggard con una più vitale consapevolezza del suo ruolo di padre del country rock, ma la riconquista definitiva dello scettro avviene grazie a Big City. L'approdo alla Epic rivitalizza la sua carriera, Merle dà alle stampe la sua prima autobiografia e l'album offre due inaspettati numeri uno, la stessa Big City e My Favorite Memory. Complessivamente il materiale originale è di indubbia qualità, diviso fra la solita nostalgia di un'America perduta e le difficoltà dell'uomo medio americano davanti alle nuove sfide dell'economia e alla spietata vita urbana che soppianta i "good ol' days" di un immaginario rurale.





- If I Could Only Fly
(Anti, 2000)
Dopo un altro decennio, i Novanta, chiaramente trascorsi in tono minore e con gravi scossoni personali (una vera e propria bancarotta per le finanze dell'artista), Haggard esce progressivamente dai riflettori, seppure mai abbandonando un'intensa attività dal vivo, a testimonianza della sua natura di working class hero del country. Merle ha bisogno di un altro inaspettato e per certi versi clamoroso cambio di etichetta per rilanciare la sua interminabile carriera. L'opportunità arriva con la firma per l'indipendente Anti, marchio della Epitaph dedicato alla musica d'autore che concede carta bianca a Merle, libero di concentrarsi sulla sola forza delle canzoni e di una maturità acquisita con gli anni. If I Could Only Fly (la canzone omonima una splendida cover deldimenticato Blaze Foley) è uno dei dischi più intensi e personali della sua discografia, dai toni spesso confessionali e dubbiosi, che in Wishing All These Old Things Were New, I'm Still Your Daddy o Proud to Be Your Old Man offre il ritratto della vecchiaia e della saggezza, affrontati con una assoluta sincerità dei sentimenti.


 

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