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"The falling of an angel"
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"The Thin Man From The West Plains"
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Folklore   monografie, classici e dischi dimenticati


 

 

Cracker
Gentleman's Blues
[Virgin 1998]

TRACKLIST: 1. The Good Life // 2. Seven Days // 3. Star // 4. James River // 5. My Life Is Totally Boring Without You // 6. Been Around the World // 7. The World Is Mine // 8. Lullabye // 9. Waiting for You Girl // 10. Trials & Tribulations 11. Wild One // 12. Hold Of Myself // 13. Gentleman's Blues // 14. I Want Out Of The Circus // 15. Wedding Day 16. Hallelujah

File Under: american band

di Fabio Cerbone

In qualche modo epigoni di un rock dai profumi alternativi, che faceva breccia nel cuore del mainstream americano nella prima metà degli anni novanta, i Cracker sono stati probabilmente una delle band meno comprese di quella animata stagione, sacrificati in una terra di mezzo dove essere troppo classici per il cosiddetto mondo "indie" e troppo indipendenti per il pubblico tradizionale del rock'n'roll li ha condannati a un successo passeggero, a essere ricordati per una singola hit di stagione, quella Low che fece vendere mezzo milione di copie nel solo 1993 al loro "Kerosene Hat", ancora oggi l'album con cui vengono regolarmente citati. Niente di più sbagliato e il culto che si sono costruiti con pazienza, nonchè una certa resistenza ai margini che ancora oggi li fa sopravvivere con strenua ispirazione (si veda il recente, addirittura doppio Berkeley to Bakersfield) dimostra l'eccentrica formula del gruppo, formato all'alba del 1990 da David Lowery e Johnny Hickman.

Nelle loro mani il timone del progetto Cracker, amici di lunga data e musicisti che si frequentano spalla a spalla nei club della California post punk anni 80, prima di trovare le ragioni sociali per fondare una rock'n'roll band nuova di zecca: il primo reduce dal folle e accattivante melting pot musicale dei Camper Van Beethoven, il secondo un chitarrista mai troppo lodato, che mette insieme il suono del country rock con le sferzate del garage della costa ovest e il primigenio surf. È nell'incrocio tra il songwriting anticonformista, ironico di Lowery e il timbro classico dei riff di Lowery che la formula Cracker prende forma, un compromesso eccezionale, nei suoi momenti più alti, tra intelligente pop chitarristico e cosiddetto rock delle radici. Intesa costante quella tra i due, che non sembra avere esaurito la sua vena dopo venticinque anni di scorribande, ma che trovò la sua perfetta definizione nell'ignorato Gentleman's Blues, disco pubblicato sul calare del 1998, sull'onda delle delusiosi commerciali del precedente The Golden Age, e che in realtà si rivelò la chiusura della tribolata stagione per le major discografiche della band californiana. Un tonfo bello e buono e, a causa di questo ingiusto cono d'ombra che lo copre, un lavoro da riscoprire e restituire alla sua bellezza, anche complessa e sfaccettata, vista la lunga durata.

Rifondata la composizione storica della formazione, dopo gli abbandoni del bassista Davey Faragher e del batterista Michael Urbano, nel frattempo finiti alla corte di John Hiatt, i Cracker introducono l'essenziale tessera delle tastiere di Kenny Margolis (ex Mink Deville), il cui apporto sia in chiave soul blues, sia in partiture più originali, simboleggia i due poli di attrazione del disco: da una parte uno scintillante album di rock americano da strada, figlio principalmente del sound di Tom Petty (nel disco non sono certo casuali le presenze di Mike Campbell e Bemmont Tench tra gli ospiti), dall'altra un intervallarsi di ballate insolite e sghembe, che passano dalla tensione inesplosa di James River alla malinconia di Hallelujah, fino ad abbracciare la straniante atmosfera circense di I Want Out of the Circus. Sono episodi che in parte ereditano alcune scelte controverse e singolari del predecessore, lo sfortunato The Golden Age, forse il disco più ambizioso e al tempo stesso irrisolto del gruppo (eppure ancora oggi sopravvissuto con molto più interesse rispetto a tante produzioni alt-rock o vagamente grunge dell'epoca) e che rendono Gentleman's Blues un'opera di sintesi rispetto a quanto fatto in passato. Ma da un altro punto di vista, l'album esplode in una dimensione classic rock che i Cracker non avevano mai espresso così magistralmente: c'è sempre lo zampino di Don Smith, produttore del citato Kerosene Hat e architetto di un roots rock brillante, dietro la riuscita di questa sintesi perfetta. Peccato che al tramonto del decennio, il gusto per un preciso suono chitarristico stia ormai scemando o e che gli stessi Cracker vengano confusi nel canderone generico di quella sbornia post-grunge vissuta al tempo: Gentleman's Blues sfugge alla vista del qui e adesso, delle mode stilitiche e di ciò che quasi per legge deve essere sulla cresta dell'onda.

L'irresistibile capogiro power pop di The Good Life, l'arrambante rock'n'roll dai colori sudisti di Seven Days e la slide pungente che attraversa Star sono un trittico che riassume il gesto musicale della band, eppure nessuno se ne accorge. Che ci sia musicalmente uno stato di grazia e una maturità invidiabile nella coppia Lowery-Hickman, lo dimostrano sia la parte lirica sia quella strumentale, qui arricchita dalle citate guest star: la pettyana My Life Is Totally Boring Without You, un piccolo singolo mancato, il dondolio pigro di Been Around the World, esemplare nel promuovere lo stile southern di Hickman alla sua inseparabile Gibson, i sussulti tra pop e punk rock di The World Is Mine e Wild One, le escursioni in chiari terreni country con Hold of Myself e Wedding Day, sono il riflesso di un'opera che tiene il passo dell'originalità dei Cracker e al tempo stesso li fa risuonare "antichi", tradizionali senza essere conservatori. Nella magica e misteriosa lentezza blues della title track lo zenith di questo incontro, forse mai più ripetuto dalla band con questa mirabile simmetria fra gesto alternativo e consapevolezza pop.


    

 

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