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The Black Crowes
A rock'n'roll conspiracy

- a cura di Marco Denti -

Secondo alcune osservazioni ornitologiche, i corvi giocano per il semplice gusto di giocare. È una scoperta notevole perché di solito quello che fanno gli animali è solo per la sopravvivenza, e per la riproduzione. È un po’ quello che è capitato ai Black Crowes e basta ricordare che giocare e suonare nella lingua dei fratelli Robinson si dice nello stesso modo per capire quali carte hanno scelto dal mazzo. Prendere una cosa antica e farla sembrare nuova, aprire un garage e trovare un bolide un po’ impolverato e arrugginito e rimetterlo in sesto, pronto a sfrecciare in pista: i Black Crowes hanno fatto proprio quello, e l’hanno sempre fatto per bene, assecondando in fondo quello che diceva il loro pigmalione, Rick Rubin: “Complicare ciò che è semplice è cosa da tutti. Rendere semplice, straordinariamente semplice, ciò che è complicato: questa è la creatività”. Proprio così.

Pur con tutti i riflessi, le influenze e le movenze attinte dal passato prossimo e remoto, all’alba del 1990 i Black Crowes rappresentarono una ventata di energia e di freschezza, di forza e di esuberanza che abbracciava una vasta platea, collegata da quell’invisibile filo elettrico che va dal blues all’heavy metal, e che sembrava li stesse aspettando da un’eternità. L’impatto di Shake Your Money Maker è stato dirompente, l’enorme successo meritatissimo, ma non del tutto imprevisto per chi scandagliava i bassifondi. Sarebbe potuto capitare ai Four Horsemen o ai Red Devils (che arrivarono subito dopo), ma c’era qualcosa in più nei Black Crowes. Si presentarono spudorati, come se non fossero mai esistiti i Faces o gli Stones e la festa fosse appena cominciata, e suonarono Hard To Handle neanche l’avessero scritta loro. Se ne sono appropriati, in effetti, e così è stato con le accordature aperte di She Talks to Angels sfoderate come se fossero delle magie segrete mentre arrivavano dai dischi di Nick Drake e Joni Mitchell.

Nessuna incertezza: l’intensità, la determinazione a e la potenza, diretta, sporca, senza regole è la stessa nel 1992 e The Southern Harmony and Musical Companion è rock’n’roll allo stato puro. L’impatto è devastante, con una ritmica martellante, ossessiva e chitarre talmente loud da affascinare anche gli headbanger con cui i Black Crowes hanno flirtato a lungo. Registrato in una settimana con il sound portentoso di George Drakoulias, perfetto nell’esaltare una sequenza di riff indimenticabili, finiva con Bob Marley, in fondo all’album. Era già una piccola nota a margine per mostrare il futuro e non soltanto per le parole di Time Will Tell. Come ha detto qualcuno: “Questo è rock’n’roll!”, e nient’altro, e poteva bastare così.

Remedy (1992) Wiser Time (1995)

Invece i Black Crowes erano proiettati verso una dimensione superiore: Amorica è stato il bis, e l’espansione sonora ha raggiunto l’apice con i suoi ritmi sensuali, le tessiture delle tastiere e delle percussioni e le esplosioni chitarristiche guidate dalle omelie pagane di Chris Robinson. Amorica è un passo più in là: senza dubbio lo zenith dei Black Crowes e un album che vedeva un’inedita dimensione del rock’n’roll come non l’ha visto più nessuno, compresa la coda degli accordi del pianoforte di Descending. La gestazione fu molto più complicata, se non proprio agli antipodi, di The Southern Harmony and Musical Companion: i Black Crowes andarono avanti e indietro per un anno a cercare la forma giusta, affinando la loro versione nonfiction del rock’n’roll, solida e reale, ma anche capace di snodarsi verso evoluzioni imprevedibili.

Scavate in Tall/Band alias The Lost Crowes e nel periodo tra il 1993 e il 1997, con Amorica al centro, e troverete i punti più alti della metamorfosi di una pura, semplice e genuina rock’n’roll band in una formazione con orizzonti più ampi, vedi su tutti l’esempio dei Grateful Dead. Va compreso nel lotto Three Snakes and One Charm, che ripescava nel periodo senza aggiungere niente se non un filo di eclettismo e una grande ballata, Good Friday. Da lì li abbiamo seguiti fino alle notevoli dissertazioni di Before the Frost... Until the Freeze, ma è come se fosse sfiorita un’unità di intenti, una visione complessiva, il coraggio di sperimentare e allargare il proprio sguardo che faceva di Amorica il capolavoro che è.

Allora, i Black Crowes piacevano a tutti, da Jerry Garcia a David Crosby a Tom Petty e la lista degli invitati sottolineava una semplice realtà: alla fine del ventesimo secolo, erano una delle migliori rock’n’roll band in circolazione, se non la migliore in assoluto. Welcome to the Goodtimes, avrebbero cantato da lì a breve: con milioni di album venduti, avevano il mondo in pugno, e cosa c’è di meglio se non buttare tutto per aria e poi vedere come viene giù?

Il primo ciclo dei Black Crowes si è concluso con By Your Side, che siglava il ritorno al rock’n’roll nudo e crudo, molto semplice e tranchant: un bozzolo di accordi inattaccabili, compatto e vigoroso, ma fine a se stesso. Ricominciare dall’inizio poteva avere una logica, ma ormai il treno stava deragliando, complice una certa propensione agli eccessi, che fanno parte del gioco. Lo si vedrà nel 2001 con Lions, un album sfocato che anticipa una prima, lunga pausa, con i fratelli divisi nelle loro instabili carriere individuali e i membri del gruppo dispersi. Johnny Colt ha cambiato mestiere, reinventandosi manager e produttore di forniture adatte alla creazione dei migliori palchi rock’n’roll, ma è poi finito a suonare il basso persino con i Lynyrd Skynyrd. Anche il tastierista Eddie Harsch, protagonista di The Southern Harmony and Musical Companion e di Amorica si è sfilato, e purtroppo se ne è andato per sempre nel 2016.

Duri, veloci, efficaci, come dev’essere, ma a volte non basta più ed è anche onesto ammetterlo: certe progressioni, le oscillazioni delle chitarre, la prorompente carica ritmica, non si sono più sentite, ma quello che è venuto dopo ha comunque una sua logica stringente. L’intervallo dura un bel po’, ovvero fino al 2008, con Warpaint e l’anno dopo con Before the Frost... Until the Freeze, due album che lasciavano intuire molte possibilità, un nuovo allargamento dei territori da esplorare e, a tratti, una radicale assemblea di suoni. In particolare, merita un cenno Before the Frost... Until the Freeze il cui ampio spettro andava dall’episodio dance di I Ain’t Hiding all’elegia nello stile della Band in Fork In The River e lasciava intravedere una poliedricità di ipotesi e una varietà di soluzioni che facevano ben sperare. Anche le accurate reinterpretazioni di Croweology, pur senza aggiungere nulla di nuovo, davano l’idea di un gruppo che sapeva padroneggiare mood molto differenti dall’irruenza tout court con cui erano stati identificati. È un momento dei Black Crowes da riscoprire, ma in un certo senso è anche un punto di non ritorno, perché da allora grossi progressi non si sono più visti, ma questo forse vale un po’ per tutti.

Soul Singin (2001) Blackberry (1996)

Inevitabile, più che prevedibile, seguì un nuovo inabissamento, che aveva tutti i tratti dello scioglimento definitivo. Se ne è andato anche Steve Gorman con strascico di polemiche, finiva così l’alternanza di chitarristi, uno più bravo dell’altro, nessuno come Marc Ford e, infine, si spalancava una nuova spaccatura tra i due fratelli. La seconda interruzione delle trasmissioni dura un po’ di più e i Robinson pasticciano con le loro carriere. All’orizzonte appaiono i Magpie Salute con i transfughi dai Black Crowes, due album, un disco dal vivo, e nulla di fatto. Chris Robinson suona con Neal Casal e arriva a sfiorare spazi psichedelici, ma l’ombra dei Black Crowes persiste, l’assenza pesa, il confronto è impietoso.

Lo spettacolo è andato avanti per un po’, più con la forza che con l’ispirazione, e tante promesse non sono state soddisfatte, ma va bene anche così. Ci sta anche un certo viavai: una rock’n’roll band non è un partito o un’istituzione, anzi è proprio il contrario, per cui chi c’è, c’è, chi non c’è, niente da fare, ma poi bisogna ricordare quello che disse Keith Richards quando se ne andò Mick Taylor: “Aveva un sacco di progetti, sto ancora aspettando”. Guardate un po’ i casi di Steve Gorman (grandissimo batterista) o Marc Ford o Sven Pipien o degli stessi Rich e Chris Robinson.

Se proprio dobbiamo trarne un briciolo di morale, l’insegnamento è: mai lasciare la band, e deve essere risuonato di nuovo alla volta di Happiness Bastards, che un paio d’anni fa ripristinava il marchio di fabbrica e con A Pound Of Feathers che ci dice come i Black Crowes ci siano ancora, e trovare una rock’n’roll band con questi suoni reali, ovvero gli ampli che friggono, ormai è sempre più raro. Poi, i fratelli Robinson che si guardano alle spalle avranno anche un motivo per ritrovarsi e non a caso è ancora un ritorno all’inizio, che va a comporre una sorta di ciclico ripristino del solidissimo connubio tra quattro quarti e tre accordi di Shake Your Money Maker che si è rivisto in By Your Side e, a confermare la tentazione di restare più naturali possibili, anche con trent’anni di turbolenze alle spalle, in A Pound Of Feathers. È il richiamo della giungla e il bello dei Black Crowes è che sono stati davvero uno Charming Mess, ovvero un casino affascinante, perché non chiedevano il permesso (e non lo chiedono neanche ora), che è l’aspetto migliore del loro stile e della loro rivisitazione del rock’n’roll.

Ecco, il limite congenito è che ormai i fratelli Robinson fanno i Black Crowes perché non sanno fare altro e quando ci hanno provato i risultati non sono stati nemmeno lontanamente paragonabili, mentre quello che hanno fatto con i Black Crowes è lì da sentire oggi più che mai. Lo spirito e l’abbandono dei tempi migliori ci sono ancora, magari manca la sorpresa e la prospettiva, ma dopo tutto questo tempo non si può chiedere di più a una rock’n’roll band che è passata dalle piume totali di Feathers (in The Lost Crowes, versante Tall) alla porzione di A Pound of Feathers. Quelle rimaste vorranno pur dire qualcosa (del resto, stiamo parlando di corvi): forse la leggerezza è simbolo di quella profezia profana che è il rock’n’roll, baruffe, litigi, fuochi d’artificio, arrivi e partenze compresi nel prezzo
.

Black Crowes, percorso discografico

Shake Your Money Maker (Def American, 1990)
The Southern Harmony and Musical Companion (Def American, 1992)
Amorica (American, 1994)
Three Snakes and One Charm (American, 1996)
By Your Side (Columbia, 1999)
Lions (V2, 2001)
The Lost Crowes (American, 2006)
Warpaint (Silver Arrow, 2008)
Before the Frost...Until the Freeze (Silver Arrow, 2009)
Croweology (Silver Arrow, 2010)
Happiness Bastards (Silver Arrow, 2024)
A Pound of Feathers (Silver Arrow, 2026)



 

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