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Folklore   monografie, classici e dischi dimenticati

Lucinda Williams 
Americana Woman 
  

Album di famiglia: un viaggio nell'archivio di RootsHighway.
La discografia di Lucinda Williams negli anni 2001-2014

Sulle ali dell'entusiasmo per la pubblicazione del doppio, monumentale When the Spirit Meets the Bone, disco in grado di definire un'intera carriera, il nome di Lucinda Williams è tornato prepotentemente al centro della cosidetta scena Americana. Anzi, ha reclamato una volta di più lo scettro di regina, perché in verità non era mai stata spodestata. Superati i sessant'anni, l'autrice di Lake Charles, Louisiana rappresenta una sorta di archetipo per il genere, pilastro sul quale poggia il suono e la scrittura di molte artiste venute dopo di lei.

E' innegabile infatti che il corpo di canzoni - spesso incentrate su affetti, malinconie, ricordi e naturalmente abbandoni e morte - sviluppato a partire dal suo grande successo con Car Wheels on a Gravel Road (1998) sia ancora oggi un tema di confronto per qualsiasi nuova voce femminile intenda giocare la sua partita in questo campo. Forse una sfida persa in partenza, a giudicare dalla solidità della discografia della Williams, seppure tra alti e bassi, negli ultimi quindici anni. Ripercorriamo allora un piccolo album di famiglia di recensioni, così come quei suddetti dischi sono stati accolti al momento della loro uscita sulle pagine di RootsHighway. Ci si accorge una volta di più come, caratteristica soltanto di alcuni grandi autori, Lucinda Williams non abbia mai veramente cambiato il suo modo di scrivere, eppure sia riuscita spesso a trovare uno spunto diverso di album in album: ora affidandosi a nuovi musicisti, ora a diversi produttori, mantenendo saldo il cuore del songwriting.

Il punto di svolta naturalmente è stato il citato Car Wheels, non perché preceduto da opere meno importanti (la maturità dell'omonimo del 1988 o il successivo Sweet Old World, gli esordi addirittura alla fine degli anni 70, con le incisoni folk per la Smithsonian), semmai per l'intuizione di avere trovato una espressività completamente originale eppure classica, che nelle tappe successive non ha fatto altro che maturare da quel canovaccio. Sei lunghi anni di gestazione, una creazione sofferta e l'inatteso successo hanno reso Car Wheels un preciso spartiacque: da allora infatti è arrivato il vero e proprio riconoscimento, una certa indipendenza, che le ha permesso di realizzare le sue idee, anche attraverso avventure discografiche non semplici, prove d'orchestra, dovremmo dire, che ne hanno dilatato il suono originariamente roots. Fatto sta che, dal controverso Essence, passando per l'ambizioso West, fino al recentissimo When the Spirit Meets the Bone, Lucinda Williams ha lacerato la sua anima di rockeuse e tormentata folksinger, indicando la strada. Impervia, dura, piena di saliscendi dell'anima.

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Essence [Lost Highway 2001]

di Stefano Hourria

Veniva da un capolavoro, Lucinda Williams, da quel Car Wheels On The Gravel Road che resta il suo disco migliore e uno dei più belli in assoluto degli ultimi vent'anni. Sarebbe stato difficile ripetersi allo stesso livello e d'altra parte nessuno, a partire dalla stessa Lucinda Williams, avrebbe voluto ripetere il percorso ad ostacoli che portò, una volta arrivati in fondo, a Car Wheels On The Gravel Road. Essence, pur mantenendo la cifra del songwriting e dell'interpretazione di Lucinda Williams (che da allora si è ripetuta, inalterata, a livelli sempre ottimi) è stato frutto di scelte più intimiste e di suoni più ricercati ma meno complicati da mettere insieme di una rock'n'roll band. Una grossa responsabilità (e una bella fetta di merito) spetta a Charlie Sexton, un musicista con una visione molto articolata dei suoni e delle canzoni. Essence non è la sua produzione migliore (ad oggi il posto d'onore tocca al gran lavoro fatto per Join The Parade di Marc Cohn), ma paradossalmente infonde al disco e alla stessa Lucinda Williams una patina di originalità rimasta unica.

Se lo si guarda in retrospettiva, Essence è un capitolo speciale nella sua discografia (World Without Gravity, Little Honey sono molto più legati a Car Wheels On The Gravel Road che ad Essence; forse è West quello che gli si avvicina di più) con quel suono rarefatto e stratificato che Charlie Sexton ha organizzato attorno alle tracce iniziali che Lucinda Williams incise con Bo Ramsey. Non è l'unico a seguirla da vicino, visto che gli altri musicisti coinvolti sono Jim Keltner, Tony Garnier, David Mansfield, Jim Lauderdale, Reese Wynans, Gary Louris. Tutti nomi ben conosciuti che garantiscono gli effetti voluti da Charlie Sexton: atmosfera, profondità, tensione. Con una maniacale cura del dettaglio, molte idee, una grande selezione di canzoni (da Lonely Girls a Broken Butterflies) e un "paesaggio" sonoro affascinante, Essence è un disco da riscoprire e da coltivare con pazienza e scrupolo, così come è stato composto (e dopo Car Wheels non si poteva fare di più).

   


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World Without Tears [Lost Highway 2003]

di Fabio Cerbone

Lucinda Williams è una donna molto coraggiosa: non ci sono calcoli nelle sue canzoni, è tutto così vero, spoglio e crudo da fa pensare a una artista assolutamente pura. World Without Tears nasce sotto il segno di queste considerazioni, tanto è sincera e trasparente la musica che contiene. Non ama mediazioni la nostra Lucinda e sarà per questo che oggi nessuno, ma proprio nessuno, riesce a cantare l'amore come lo fa lei, mettendo a nudo i suoi sentimenti, raccontando storie che hanno in bocca il sapore amaro delle delusioni, dei tradimenti e della sofferenza, ma anche del riscatto. Tematicamente è una sorta di prosecuzione del tormentato Essence, magnifico disco in cui le sue radici sudiste ed il sound tipicamente roots e coriaceo degli esordi si trasfigurava in qualcosa di assolutamente originale, un ciondolante folk-rock dall'aria desolata, che catturava solo sulla lunga distanza. Il nuovo corso riprende esattamente da quelle certezze, anche se prova di nuovo a spingersi in avanti, a cambiare le regole del gioco. E' per questo che la Williams ha coraggio da vendere: questa volta tocca alla produzione di Marc Howard rendere affascinante il percorso, con arragiamenti secchi e dichiaratamente "live", la voce in primo piano ed una band ridotta all'essenza del rock'n'roll (chitarra, basso, batteria e siamo già pronti).

Anche per questo World Without Tears non sarà un ascolto facile: nei testi è sempre la stessa Lucinda che abbiamo imparato ad amare, fragile e forte al tempo stesso, ma l'impianto sonoro richiede uno sforzo in più. Il soffio country di Overtime e quello più soul della stessa title-track, ballate come Ventura o Minneapolis fanno tutte parte del suo bagaglio di esperienze passate, ma nei ritmi sghembi di Righteously e American Dream, nel talkin' incalzante di Sweet Side ci sono scelte davvero spiazzanti, che ribadiscono l'ispirazione di questa grande artista. Chi vorrà poi assaggiare le sberle elettriche della band (con una menzione per Doug Pettibone alle chitarre) troverà pane per i propri denti nel bluesaccio torbido di Atonement, in cui la voce si trasforma in un ringhioso lamento, e nel fragoroso rock'n'roll di Real Live Bleeding Fingers and Broken Guitars Strings, monumento agli Stones dei settanta e ai riff di Keith Richards. Il motto recita: "un artista di cui si è perso lo stampo"

   



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Live @ the Fillmore [Lost Highway 2005]

di Gianfranco Callieri

A Lucinda Williams non è mai piaciuto fare le cose in fretta. O forse non ha mai potuto, chissà. Anche adesso, oltrepassata la boa dei 50 anni nonché raggiunto uno status artistico e commerciale di tutto rispetto, la nostra rockeuse preferita non sembra intenzionata a farsi abbindolare dalle sirene della serialità o dei dischi un tanto al chilo. In parte, questa ragionata lentezza nel cadenzare le uscite discografiche è da imputarsi alle sue origini sudiste (è nata a Lake Charles, Louisiana, nel 1953) e al carattere rilassato e sornione che paiono portare in dote; in parte, e secondo me nella parte sostanziale, la carriera di Lucinda è stata sempre contrassegnata da un approccio assai incisivo alla sala d'incisione: un lavoro - Fruits Of My Labor - di meticolosa, paziente e testarda professionalità che, album dopo album, le ha consentito di cucirsi addosso un suono personalissimo e immediatamente riconoscibile, quello poi estrinsecatosi in tre dischi - Car Wheels On A Gravel Road, Essence), World Without Tears - a dir poco perfetti sotto ogni possibile profilo. Non che quelli precedenti si segnalassero per demeriti particolari, ma alla luce dell'inattaccabile equilibrio degli ultimi lavori è naturale identificare i più stagionati Ramblin' ('78), Happy Woman Blues ('80), Lucinda Williams ('89) e Sweet Old World ('92) nelle prove generali, talvolta istintive e talvolta sofferte, di una visione che avrebbe trovato pieno compimento soltanto in seguito. Logico, insomma, che giungesse il fatidico doppio dal vivo a fotografare, celebrare e suggellare un lustro abbondante di ispirazione inesausta, e Live @ The Fillmore non delude certo le aspettative, marchiando anzi la stagione discografica in modo indelebile attraverso un trionfo di rabbia, dolcezza, passione e rock'n'roll.

Merito ovviamente della statura di interprete e di autrice archiviata da Lucinda, ma anche di una band che è la migliore che si sia mai trovata alle spalle. Aggiungendo alla conta la spettacolare chitarra solista di Doug Pettibone (un fenomeno o poco meno), il basso incalzante di Taras Prodaniuk (attenzione al suo soliloquio su Are You Down) e il drumming quanto mai duttile di Jim Christie (ora aggressivo e pestone, ora discreto e carezzevole), sul palco ci sono in tutto quattro persone, eppure, all'occasione, sanno macinare artiglieria rock come gli Stones al gran completo oppure creare un'atmosfera intima e raccolta da folk-festival. La prima parte del doppio cd è affidata alle ballate indolenti tra country, rock e blues che col tempo si sono trasformate nel tratto distintivo della scrittura di Lucinda. Dal pigro laid-back di una splendida Out Of Touch alle partiture jazzate della doppietta Overtime / Blue, dal folk-rock struggente di Ventura alla filastrocca triste di Lonely Girls, un magnifico catalogo della side of the road dove trovano rifugio e disinfettante per le ferite vagabondi, solitari, uomini e donne in fuga o col cuore spezzato, insomma tutti gli underdogs troppo romantici per integrarsi a fondo nelle caselle della società. Il primo scossone arriva con l'abrasiva versione di Changed The Locks, che dal punto di vista del lavoro alla sei corde è il capolavoro assoluto di Pettibone, grezzo e richardsiano (nel senso di "Keef") come non mai. Da qui in poi, e proseguendo in buona parte del secondo disco, l'introspezione cede il timone a uno suono sporco, distorto, quasi da garage band, con punte eclatanti di foga nella voce scorticata che accompagna il ringhio di una sublime Joy (otto minuti da brividi, con Lucinda recalcitrante e invelenita alla maniera di un Dan Stuart in gonnella) e nell'epica alla Neil Young di una grandiosa Essence.

Ma tutta la parte centrale, che comprende pure il boogie-blues fiammeggiante di Atonement, il drive granitico di I Lost It, la sensualità di Righteously, una ruggente rilettura dell'ormai classica Pineola e il rockaccio in odor di Paul Westerberg di Real Live Bleeding Fingers And Broken Guitar Strings, è dominata dal fremito elettrico di un rock'n'roll scomposto, nervoso, graffiante. Dopo il country-folk frizzante di Those Three Days e il rapping allucinato di American Dream, la chiusa dell'album torna a far quadrare il cerchio della malinconia e dei ricordi con la rarefazione cinematica di World Without Tears, Bus To Baton Rouge (in bellissima chiave semiacustica) e Words Fell. Saluti di rito al pubblico con tre parole molto significative: "Love, peace & revolution". A questo punto ignoro se, andandosene a Slidell, Lucinda Williams sia riuscita a ritrovare la sua gioia. Quel che so è che si è dimostrata capace di trasformare le proprie cicatrici, il proprio dolore e la propria femminilità nella musica più autentica e coinvolgente - in una parola: bella - degli ultimi quindici anni

   



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West [Lost Highway 2007]

di Marco Denti

Si sapeva ormai da tempo che Lucinda Williams viaggia ad altezze stratosferiche, con un songwriting elementare ma dall'identità fortissima e con un'intepretazione che, per forza, espressività e coraggio, non ha eguali. Era un po' più difficile intuire che si sarebbe superata arrivando a forgiare un disco, West, che va ben oltre l'intensa qualità di Essence e di World Without Tears e si sistema tra il capolavoro Car Wheels On A Gravel Road (per l'intima natura delle canzoni) e il Live @ The Fillmore (per l'energia profusa). In realtà, pur intrecciando una moltitudine di connessioni con Essence (soprattutto nel trittico iniziale di Are You Alright?, Mama You Sweet, Learning How To Live), con le parti più elettriche e rock'n'roll di World Without Tears (e di conseguenza del citato Live @ The Fillmore) dove spiccano gli assist chitarristici di Doug Pettibone (splendidamente rumoroso in Unsuffer Me, Come On e Wrap My Head Around That) e naturalmente con Car Wheels On A Gravel Road, che è e rimane il suo turning point, West fa classifica a sé. Questo perché Lucinda Williams ci mette l'anima in ogni singola parola che canta, come se fosse una questione di vita o di morte, come se il rock'n'roll non fosse destinato a rimanere incastrato nelle sue ombre e nei suoi fallimenti, ma fosse una sorta di rituale liberatorio.

West ne coglie tutta l'essenza, trovando posto per una malinconica sezione d'archi (Where Is My Love?), per una romanticissima fisarmonica (Words), per quel mondo a parte che è la chitarra di Bill Frisell, il quale a pieno titolo fa parte del piccolo e selezionatissimo team che ha seguito Lucinda Williams. Nomi scelti sui rami migliori dell'albero genealogico del rock'n'roll: Jim Keltner è un'enciclopedia vivente della batteria (basta ascoltare il tempo impossibile che detta in Rescue per farsene un'idea), Tony Garnier è l'unico musicista ad aver resistito con Bob Dylan così a lungo e questo, al di là delle inequivocabili doti di bassista, dovrebbe bastare, Gary Louris ormai ha masticato abbastanza radici da permettersi qualcosa in più e Hal Willner, che di West è il produttore, è un personaggio sì piuttosto eccentrico ed evoluto, ma anche intelligente quanto basta per capire che un flusso di emozioni si può accompagnare da una parte piuttosto che da un'altra, ma non si può modificare più del tanto. Grande disco, grandissima Lucinda Williams.

   

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Little Honey [Lost Highway 2008]

di Nicola Gervasini

Pronti…partenza…via!.Riff...batteria…hey, il basso! Dov'è il basso?...Stop!...ok, ripartiamo subito…di nuovo riff…batteria…basso…partiti!...vai Lucinda, tocca a te: "ho trovato l'amore che cercavo stando dietro una chitarra elettrica, è un amore vero, è un amore vero"…ecc...ecc... Ecco, questa è la cronaca del primo minuto di Little Honey, e basterebbe per parlarne per pagine e pagine. Lucinda Williams è tornata, e anche in fretta stavolta, con l'urgenza di dire poche e semplici cose: che sta bene, che ha smesso di rimuginare sulle proprie sofferenze e, soprattutto, che ha voglia di suonare tanto rock. Un messaggio chiaro da quei primi versi di Real Love, dove la soluzione di tutto era sempre stata lì, dietro una chitarra. Ma si poteva iniziare benissimo dalla fine del disco per ricevere la stessa comunicazione, dalla cover di It's A Long Way To The Top, un titolo che nel 1975 per gli allora esordienti AC/DC suonava come una speranza (poi avveratasi) di poter suonare rock and roll per una vita, ma che oggi appare quanto mai autobiografico anche per lei, che al top, libera di fare rock and roll, ci è arrivata davvero dopo una lunga strada. Se era apparso palese che West le fosse servito soprattutto a svuotare l'anima da tutte le disperazioni, Little Honey arriva per riempirla di nuovo con il campionario d'ordinanza di una musicista rootsy: tanto country sempre (Well, Well, Well tira in ballo addirittura Charlie Louvin), ma anche molto blues (Heaven Blues), gospel (la lunga Rarity) e persino soul (Tears Of Joy è una sorta di country-soul, la suadente Knowing sciorina una inaspettata sezione fiati).

Stili, idee, suoni prima ancora che canzoni, è questa la grande novità portata da Little Honey nella carriera di Lucinda Williams, un disco nato per essere suonato prima ancora che ascoltato, dove la chitarra di Doug Pettibone è libera di essere protagonista indiscussa e di toglierle spazio in Honey Bee, e la sezione ritmica David Sutton e Butch Norton pompa ritmo pestando selvaggiamente come sul palco. Ed è anche il suo primo disco auto-celebrativo, evidente in quell' omaggiare la sé stessa che fu recuperando schegge impazzite perse nel tempo (la strascicata Circles and X's è del 1985), oppure lasciando che un mostro sacro come Elvis Costello incasini la melodia di Jailhouse Tears per glorificare la propria ammissione nel gotha del rock che conta. E in questo turbine di esercizi di stile, persino le sue tipiche ballate struggenti (Little Rock Star, If Wishes Were Horses e l'acustica e bellissima Plan To Marry) acquisiscono una insolita leggerezza. Little Honey non sarà mai ricordato come uno dei suoi dischi più rappresentativi, non ha lo spessore dei suoi predecessori e ne conserva persino alcuni difetti (ad esempio l'eccessiva prolissità), ma è il disco dove per la prima volta Lucinda non si atteggia a fare la rocker vissuta e non ostenta più le proprie cicatrici, ma fa semplicemente la rock-singer. E un disco così non serviva solo a lei.

   



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Blessed [Lost Highway / Universal 2011]

di Marco Denti

Ispiratissima, concentrata, con un sound levigato quel tanto che basta a dare i giusti contorni alle canzoni ma suonato come se fosse dal vivo, Lucinda Williams sfodera un disco che è l'apoteosi del suo songwriting, delle sue capacità di performer e della sua splendida, innata indole rock'n'roll. Il termine di paragone più vicino è, senza esitazioni, il suo capolavoro, Car Wheels On Gravel Road: Blessed è meno istintivo e più ragionato, cede qualcosa alla freschezza (ed è anche inevitabile, visti gli anni e i dischi consumati da Lucinda Williams) e ne guadagna in maturità. Soprattutto ne guadagna il suo suono, sospeso sempre tra le ballate rarefatte e le spettacolari incursioni in uno dei rock'n'roll più elettrici degli ultimi anni, ne ha guadagnato. Va detto che alla solida coppia di produttori che già l'aveva seguita per Little Honey, ovvero Eric Liljestrand e Tom Overby, si è aggiunto Don Was e gli effetti si sentono soprattutto in termini di omogeneità e di impatto sonoro. Persino l'invitato di turno, Elvis Costello, che qui rende il favore a Lucinda Williams per il duetto su The Delivery Man sembra un altro. La sua chitarra (insieme ad altre due o tre, per inciso) rende Seeing Black una meravigliosa cavalcata elettrica e il fatto che sia messa lì, nel cuore di Blessed, non deve essere un caso.

Attorno a Seeing Black, si coagulano anche Soldier's Song, una ballata strepitosa che racconta questi anni di guerra come nessun altro ha fatto, e la stessa Blessed che in sé è la migliore carta d'identità di Lucinda Williams. Non ci importa il gossip (c'è fin troppa gente che se ne occupa), ma in tutta evidenza il recente matrimonio ha giovato alle condizioni in cui scaturisce il suo songwriting: a parte Seeing Black, Soldier's Song e forse Ugly Truth, la Lucinda Williams di Blessed è un'appassionata, convinta e particolarissima interprete degli "inarticolati linguaggi del cuore", per dirla con Van Morrison. Sa di cosa sta parlando quando si parla d'amore (e qui, invece, per citare Raymond Carver, uno che non è molto distante dalle sue visioni): To Be Loved, Sweet Love, Kiss Like Your Kiss celebrano l'amore a tutto tondo, che poi non è riferito soltanto ai legami con un'altra persona, ma è tout court un modo di affrontare la vita. Basta sentire Buttercup (non è difficile, è la prima del disco) per capire che Lucinda Williams ama gli Stones, così come tutti quei musicisti il cui nome scompare spesso nelle note a piè di pagina, ma che sanno dare sempre un contributo superiore. In Blessed ci sono, tra gli altri, Matthew Sweet alle voci, Rami Jaffe alle tastiere e l'onnipresente Greg Leisz alle chitarre che, con tutta l'attenzione alle canzoni di Lucinda Williams, diffondono raffinatezze a piene mani. Di più, non si può chiedere, ma per gli eterni insoddisfatti, la versione speciale di Blessed contiene anche un altro disco, The Kitchen Tapes, che ritare Lucinda Williams sola con la sua chitarra e le sue (e altre ancora) canzoni. Tra i dischi dell'anno, già da adesso.

   

 


 

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