Secondo
alcune osservazioni ornitologiche, i corvi giocano
per il semplice gusto di giocare. È una scoperta
notevole perché di solito quello che fanno gli
animali è solo per la sopravvivenza, e per la
riproduzione. È un po’ quello che è capitato ai
Black Crowes e basta ricordare che giocare
e suonare nella lingua dei fratelli Robinson si
dice nello stesso modo per capire quali carte
hanno scelto dal mazzo. Prendere una cosa antica
e farla sembrare nuova, aprire un garage e trovare
un bolide un po’ impolverato e arrugginito e rimetterlo
in sesto, pronto a sfrecciare in pista: i Black
Crowes hanno fatto proprio quello, e l’hanno sempre
fatto per bene, assecondando in fondo quello che
diceva il loro pigmalione, Rick Rubin: “Complicare
ciò che è semplice è cosa da tutti. Rendere semplice,
straordinariamente semplice, ciò che è complicato:
questa è la creatività”. Proprio così.
Pur con tutti i riflessi, le influenze e le movenze
attinte dal passato prossimo e remoto, all’alba
del 1990 i Black Crowes rappresentarono una ventata
di energia e di freschezza, di forza e di esuberanza
che abbracciava una vasta platea, collegata da
quell’invisibile filo elettrico che va dal blues
all’heavy metal, e che sembrava li stesse aspettando
da un’eternità. L’impatto di Shake
Your Money Maker è stato dirompente, l’enorme
successo meritatissimo, ma non del tutto imprevisto
per chi scandagliava i bassifondi. Sarebbe potuto
capitare ai Four Horsemen o ai Red Devils (che
arrivarono subito dopo), ma c’era qualcosa in
più nei Black Crowes. Si presentarono spudorati,
come se non fossero mai esistiti i Faces o gli
Stones e la festa fosse appena cominciata, e suonarono
Hard To Handle neanche l’avessero scritta
loro. Se ne sono appropriati, in effetti, e così
è stato con le accordature aperte di She Talks
to Angels sfoderate come se fossero delle
magie segrete mentre arrivavano dai dischi di
Nick Drake e Joni Mitchell.
Nessuna incertezza: l’intensità, la determinazione
a e la potenza, diretta, sporca, senza regole
è la stessa nel 1992 e The
Southern Harmony and Musical Companion è rock’n’roll
allo stato puro. L’impatto è devastante, con una
ritmica martellante, ossessiva e chitarre talmente
loud da affascinare anche gli headbanger con cui
i Black Crowes hanno flirtato a lungo. Registrato
in una settimana con il sound portentoso di George
Drakoulias, perfetto nell’esaltare una sequenza
di riff indimenticabili, finiva con Bob Marley,
in fondo all’album. Era già una piccola nota a
margine per mostrare il futuro e non soltanto
per le parole di Time Will Tell. Come ha
detto qualcuno: “Questo è rock’n’roll!”, e nient’altro,
e poteva bastare così.
Remedy
(1992)
Wiser
Time (1995)
Invece i Black Crowes erano proiettati
verso una dimensione superiore: Amorica
è stato il bis, e l’espansione sonora ha raggiunto
l’apice con i suoi ritmi sensuali, le tessiture
delle tastiere e delle percussioni e le esplosioni
chitarristiche guidate dalle omelie pagane di
Chris Robinson. Amorica è un passo più
in là: senza dubbio lo zenith dei Black Crowes
e un album che vedeva un’inedita dimensione del
rock’n’roll come non l’ha visto più nessuno, compresa
la coda degli accordi del pianoforte di Descending.
La gestazione fu molto più complicata, se non
proprio agli antipodi, di The Southern Harmony
and Musical Companion: i Black Crowes andarono
avanti e indietro per un anno a cercare la forma
giusta, affinando la loro versione nonfiction
del rock’n’roll, solida e reale, ma anche capace
di snodarsi verso evoluzioni imprevedibili.
Scavate
in Tall/Band alias The Lost Crowes
e nel periodo tra il 1993 e il 1997, con Amorica
al centro, e troverete i punti più alti della
metamorfosi di una pura, semplice e genuina rock’n’roll
band in una formazione con orizzonti più ampi,
vedi su tutti l’esempio dei Grateful Dead. Va
compreso nel lotto Three Snakes and One
Charm, che ripescava nel periodo senza
aggiungere niente se non un filo di eclettismo
e una grande ballata, Good Friday. Da lì
li abbiamo seguiti fino alle notevoli dissertazioni
di Before the Frost... Until the Freeze,
ma è come se fosse sfiorita un’unità di intenti,
una visione complessiva, il coraggio di sperimentare
e allargare il proprio sguardo che faceva di Amorica
il capolavoro che è.
Allora,
i Black Crowes piacevano a tutti, da Jerry Garcia
a David Crosby a Tom Petty e la lista degli invitati
sottolineava una semplice realtà: alla fine del
ventesimo secolo, erano una delle migliori rock’n’roll
band in circolazione, se non la migliore in assoluto.
Welcome to the Goodtimes, avrebbero cantato
da lì a breve: con milioni di album venduti, avevano
il mondo in pugno, e cosa c’è di meglio se non
buttare tutto per aria e poi vedere come viene
giù?
Il primo ciclo dei Black Crowes
si è concluso con By Your Side,
che siglava il ritorno al rock’n’roll nudo e crudo,
molto semplice e tranchant: un bozzolo di accordi
inattaccabili, compatto e vigoroso, ma fine a
se stesso. Ricominciare dall’inizio poteva avere
una logica, ma ormai il treno stava deragliando,
complice una certa propensione agli eccessi, che
fanno parte del gioco. Lo si vedrà nel 2001 con Lions,
un album sfocato che anticipa una prima, lunga
pausa, con i fratelli divisi nelle loro instabili
carriere individuali e i membri del gruppo dispersi.
Johnny Colt ha cambiato mestiere, reinventandosi
manager e produttore di forniture adatte alla
creazione dei migliori palchi rock’n’roll, ma
è poi finito a suonare il basso persino con i
Lynyrd Skynyrd. Anche il tastierista Eddie Harsch,
protagonista di The Southern Harmony and Musical
Companion e di Amorica si è sfilato,
e purtroppo se ne è andato per sempre nel 2016.
Duri, veloci, efficaci, come dev’essere, ma a
volte non basta più ed è anche onesto ammetterlo:
certe progressioni, le oscillazioni delle chitarre,
la prorompente carica ritmica, non si sono più
sentite, ma quello che è venuto dopo ha comunque
una sua logica stringente. L’intervallo dura un
bel po’, ovvero fino al 2008, con Warpaint
e l’anno dopo con Before the Frost... Until
the Freeze, due album che lasciavano intuire
molte possibilità, un nuovo allargamento dei territori
da esplorare e, a tratti, una radicale assemblea
di suoni. In particolare, merita un cenno Before
the Frost... Until the Freeze il cui ampio
spettro andava dall’episodio dance di I Ain’t
Hiding all’elegia nello stile della Band in
Fork In The River e lasciava intravedere
una poliedricità di ipotesi e una varietà di soluzioni
che facevano ben sperare. Anche le accurate reinterpretazioni
di Croweology,
pur senza aggiungere nulla di nuovo, davano l’idea
di un gruppo che sapeva padroneggiare mood molto
differenti dall’irruenza tout court con cui erano
stati identificati. È un momento dei Black Crowes
da riscoprire, ma in un certo senso è anche un
punto di non ritorno, perché da allora grossi
progressi non si sono più visti, ma questo forse
vale un po’ per tutti.
Soul
Singin (2001)
Blackberry
(1996)
Inevitabile,
più che prevedibile, seguì un nuovo inabissamento,
che aveva tutti i tratti dello scioglimento definitivo.
Se ne è andato anche Steve Gorman con strascico
di polemiche, finiva così l’alternanza di chitarristi,
uno più bravo dell’altro, nessuno come Marc Ford
e, infine, si spalancava una nuova spaccatura
tra i due fratelli. La seconda interruzione delle
trasmissioni dura un po’ di più e i Robinson pasticciano
con le loro carriere. All’orizzonte appaiono i
Magpie Salute con i transfughi dai Black Crowes,
due album, un disco dal vivo, e nulla di fatto.
Chris Robinson suona con Neal Casal e arriva a
sfiorare spazi psichedelici, ma l’ombra dei Black
Crowes persiste, l’assenza pesa, il confronto
è impietoso.
Lo spettacolo è andato avanti per un po’, più
con la forza che con l’ispirazione, e tante promesse
non sono state soddisfatte, ma va bene anche così.
Ci sta anche un certo viavai: una rock’n’roll
band non è un partito o un’istituzione, anzi è
proprio il contrario, per cui chi c’è, c’è, chi
non c’è, niente da fare, ma poi bisogna ricordare
quello che disse Keith Richards quando se ne andò
Mick Taylor: “Aveva un sacco di progetti, sto
ancora aspettando”. Guardate un po’ i casi di
Steve Gorman (grandissimo batterista) o Marc Ford
o Sven Pipien o degli stessi Rich e Chris Robinson.
Se proprio dobbiamo trarne un briciolo di morale,
l’insegnamento è: mai lasciare la band, e deve
essere risuonato di nuovo alla volta di Happiness
Bastards, che un paio d’anni fa ripristinava
il marchio di fabbrica e con A
Pound Of Feathers che ci dice come i Black
Crowes ci siano ancora, e trovare una rock’n’roll
band con questi suoni reali, ovvero gli ampli
che friggono, ormai è sempre più raro. Poi, i
fratelli Robinson che si guardano alle spalle
avranno anche un motivo per ritrovarsi e non a
caso è ancora un ritorno all’inizio, che va a
comporre una sorta di ciclico ripristino del solidissimo
connubio tra quattro quarti e tre accordi di Shake
Your Money Maker che si è rivisto in By
Your Side e, a confermare la tentazione di
restare più naturali possibili, anche con trent’anni
di turbolenze alle spalle, in A Pound Of Feathers.
È il richiamo della giungla e il bello dei Black
Crowes è che sono stati davvero uno Charming Mess,
ovvero un casino affascinante, perché non chiedevano
il permesso (e non lo chiedono neanche ora), che
è l’aspetto migliore del loro stile e della loro
rivisitazione del rock’n’roll.
Ecco, il limite congenito è che ormai i fratelli
Robinson fanno i Black Crowes perché non sanno
fare altro e quando ci hanno provato i risultati
non sono stati nemmeno lontanamente paragonabili,
mentre quello che hanno fatto con i Black Crowes
è lì da sentire oggi più che mai. Lo spirito e
l’abbandono dei tempi migliori ci sono ancora,
magari manca la sorpresa e la prospettiva, ma
dopo tutto questo tempo non si può chiedere di
più a una rock’n’roll band che è passata dalle
piume totali di Feathers (in The Lost
Crowes, versante Tall) alla porzione
di A Pound of Feathers. Quelle rimaste
vorranno pur dire qualcosa (del resto, stiamo
parlando di corvi): forse la leggerezza è simbolo
di quella profezia profana che è il rock’n’roll,
baruffe, litigi, fuochi d’artificio, arrivi e
partenze compresi nel prezzo.
Black
Crowes, percorso discografico
Shake Your Money Maker (Def American, 1990) The Southern Harmony and Musical Companion
(Def American, 1992) Amorica (American, 1994) Three Snakes and One Charm (American, 1996) By Your Side (Columbia, 1999) Lions (V2, 2001) The Lost Crowes (American, 2006) Warpaint (Silver Arrow, 2008) Before the Frost...Until the Freeze (Silver
Arrow, 2009) Croweology (Silver Arrow, 2010) Happiness Bastards (Silver Arrow, 2024) A Pound of Feathers (Silver Arrow, 2026)