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Folklore   monografie, classici e dischi dimenticati


 

 

The Afghan Whigs
Black Love
[Elektra 1996]

TRACKLIST: 1. Crime Scene Part One // 2. My Enemy // 3. Double Day // 4. Blame Etc // 5. Step Into The Light // 6. Going To Town // 7. Honky's Ladder // 8. Night By Candlelight // 9. Bulletproof // 10. Summer's Kiss // 11. Faded

File Under: soul rock in noir dreams

di Fabio Cerbone

Sono sempre stati una rock'n'roll band sull'orlo del precipizio gli Afghan Whigs, in balia della paranoia smisurata del loro leader Greg Dulli, evidentemente croce e delizia di un progetto artistico che tuttavia non avrebbe mai generato il suo fascino un po' lascivo e disperato se non stringendosi proprio attorno alle punizioni, ai deliri e all'immaginario generati dalla stessa scrittura di Dulli. Se in queste settimane il loro ritorno in carereggiata con lo scialbo e confuso Do to the Beast ha il sapore di un amarcord discografico giocato troppo in ritardo, cercando disperatamente di restare a galla tra il passato prossimo (anche dell'avventura postuma dei Twilight Singers) e un futuro che forse non li vedrà più acciuffare il momento magico, c'è stato però un periodo in cui l'estasi soul della band, il fuoco punk e gli orizzonti noir si sono magistralmente allineati, delineando il sound che Dulli e compagni avevano in testa. Molti risponderebbero - e con diverse ragioni, non solo storiche - che quel momento sia rappresentato da Gentleman, l'album dell'esplosione definitiva, del passaggio all'età adulta (e della firma per una major), anche del successo in piena epoca di inquietudine alternative rock e malintesi grunge. Eppure c'è qualcosa nella bellezza sinistra, malata, anche incompresa del suo successore, Black Love, da renderlo uno di quei dischi maledetti per eccellenza, un "tradimento" che diventa infine rivelazione.

Diversi e incatalogabili gli Afghan Whigs lo sono sempre stati fin dagli esordi, nonostante in molti avessero tentato di imbrigliarli sbrigativamente nell'accozzaglia del "grunge" e di tutte le sue derivazioni. Giocava forse un ruolo fondamentale l'avere collaborato con Jack Endino, l'ingegnere del suono e produttore di casa a Seattle, ma fin dalla pubblicazione di Congregation nel 1992 la band aveva virato prepotentemente verso una tempesta di emozioni elettriche che rimetteva in circolo la matrice soul rock psichedelica, adatta come un guanto allo sguaiato canto di Greg Dulli, alla potenza delle sue contorte storie di sesso (e possesso). In breve tempo The Afghan Whigs diventano un nome fondamentale all'interno della nuova scena rock americana, ed è facile pensare alla loro produzione come a qualcosa di unico e distinto in tutto il percorso post-Nirvana di quegli anni. Le ceneri dell'hardcore punk si insinuano prepotenti nel loro suono, senz'altro, ma i vortici chitarristici di Rick McCollum sono lontani dagli standard hard rock e dal "nuovo metallo" che arriva dalla costa Ovest. Non potrebbe essere altrimenti per una band di Cincinnati, Ohio, che esplicita sempre più una linea di contatto con la tradizione del pop soul Motown (Gentleman nel finale chiudeva con la cover di I Keep Coming Back) e con una forma di classic rock assolutamente originale. D'altronde, Greg Dulli e soci non avevano mai fatto mistero di attingere a piene mani dalla lezione di certo r&b, tanto da affrontare un intero ep di cover di classici del genere, Uptown Avondale, pescando tra gli altri dal repertorio di Al Green e Supremes.

Black Love è il definitivo tuffo dentro questo maelström di sentimenti funk & soul ed è anche il "tradimento" di chi li avrebbe voluti per sempre rumorosi, aggressivi, debordanti. Questa volta è la scrittura fortemente "noir" e decadente di Dulli ad espandere l'attrazione della band in direzione delle sue radici black. Un atteggiamento che ha ben poco da spartire con le frustrazioni dei suoi coetanei: Dulli sguazza compiaciuto in storie di amori pericolosi ed ossessivi, fra tendenze suicide e paranoie assortite, colorando di immagini delittuose anche l'interno del disco, tra pistole, proiettili, scene del crimine e incendi. Il taglio è spesso cinematografico, forse mutuato dalla cosiddetta "Blaxploitation" (per l'unione di musica funk e immagini), spietato e dai risvolti degni di un romanzo del primo James Ellroy o di certa Los Angeles corrotta alla Joseph Wambaugh, una narrazione musicale che si ricollega in parte a simili intuizioni avute un decennio prima da gruppi quali The Dream Syndicate. Black Love insomma conferma il cambiamento e la sbornia in nero degli Afghan Whigs, consegnandoci un gruppo ormai nel pieno della maturità artistica, lontanissimo dagli esordi furiosi per la Sub Pop, ancorato alle felici (e fortunate) intuizioni del precedente lavoro, ma ancora più scaraventato verso le lamentazioni blues del suo autore principale.

Le coinvolgenti spirali chitarristiche sono ancora il marchio di fabbrica della band, un suono muscoloso eppure sensuale al tempo stesso, affinato questa volta dall'uso centrale di organo e pianoforte, mai così essenziali nel descrivere l'ossatura dei brani. La voce di Dulli è sempre fuori controllo, ma riesce a dosarsi con più maestria, a suggerire toni languidi, stazionando esattamente a metà strada: in un primo momento appare forzata, graffiante, persino monocorde, poi svela la sua originalità e l'ispirazione soul che dà peso alle storie narrate. È la melodia suadente di Crime Scene Part 1 ad introdurre le visioni "criminali" di Black Love, accompagnata dallo stesso grondante suono d'organo che rendeva unica la citata I Keep Coming Back nel precedente Gentlemen. L'impatto chitarristico della band in My Enemy e Double Day è un ponte con il passato, furiose ed infuocate come si conviene allo stile funk elaborato dalla band, ma sono Night By Candlelight, intima e raffinata nell'uso degli archi, e la gemella Step Into The Light a sorprendere per la delicatezza dopo tanto frastuono, e tra le pieghe di un Dulli sottilmente romantico, si insinua perfino il richiamo lontano di una pedal steel. Il rock'n'roll rimane protagonista negli assalti frontali di Going To Town e Honky's Ladder, e si impenna magnificamente in Bulletproof, dall'inizio attendista e dal finale deflagrante, marchiato dall'incedere impazzito del piano. Degna conclusione Faded, che trascina e rigetta a terra inseguendo una poderosa cavalcata chitarristica, una ballata dall'incedere imponente e straziato, tra gli episodi più vicini alla perfezione prodotti dal gruppo.

Qui risiede tutto il cuore nero di Black Love, il suo tentativo coraggioso di aggiornare il linguaggio sanguinante, parossistico del southern soul e finanche della scuola rock di Memphis alla luce di tutta l'esperienza post punk e alternative rock americana degli anni 80. Un album scuro e vorticoso: sarà immancabilmente misconosciuto, in parte tradito da un insuccesso commerciale e da aspettative che la stessa Elektra riponeva sul gruppo. Dulli e soci non possedevano (per fortuna, vista la potenza della loro musica) quella grazia accomodante per piacere a tanti.

     

 

 

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