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Folklore   monografie, classici e dischi dimenticati


 
Bob Dylan & The Band
The Old, Weird America: il mistero dei Basement Tapes



Bob Dylan and The Band
The Basement Tapes. The Bootleg Series vol.11

[Columbia/ Sony 2014]

di Gabriele Gatto

Mistero. È questa la parola che i commentatori più attenti hanno sempre usato per descrivere i Basement Tapes. "Mistero" come sinonimo di "Repubblica invisibile", come i fantasmi dell'America che vengono catalizzati in una casa dalle pareti rosa nel bel mezzo di un bosco, nello stato di New York, e vengono rinchiusi non in una bottiglia ma in un registratore a bobine. Siamo sulla linea di confine che separa il mito dal racconto di un'esperienza reale. Le visioni si sovrappongono, Bob Dylan e la Band nel mito smettono i panni dei musicisti per diventare dei simboli, gli spartiacque e allo stesso tempo gli anelli di congiunzione fra l'antica America, quella dei pionieri, dei padri pellegrini, dei distillatori clandestini di whisky e dei viaggiatori clandestini sui treni merci e di quella del Viet Nam, del post-kennedysmo, della nascente controcultura giovanile. All'alba di quella che allora sembrava una rivoluzione, rivoluzione poi dolorosamente fallita, Bob Dylan sceglieva la via più complicata: quella dell'assenza. In un certo senso, l'assenza di Dylan fu un altro degli elementi a causarne il transito culturale da artista a mito.

Il migliore nel cogliere la natura di questo transito - e in un certo senso anche la delirante follia di quel processo - è stato forse Don DeLillo, il grande romanziere americano, che nel suo Great Jones Street trasfigura Bob Dylan in Bucky Wunderlick, una rockstar ma soprattutto un uomo in fuga dal proprio mito e avviato verso il solipsismo più sfrenato. Nel romanzo c'è un elemento che torna come un'ossessione, lungo tutta la narrazione. Sono i cosiddetti "nastri della montagna", delle registrazioni inedite descritte più come una pericolosa bomba sociale che come un oggetto di appeal commerciale. Impossibile non leggere un calco fra i "nastri della montagna" del romanzo e i "nastri dello scantinato" che vengono pubblicati integralmente per la prima volta dopo quarantasette anni. D'altronde, è lo stesso Robbie Robertson, chitarrista della Band, che a Greil Marcus ha parlato dei Basement Tapes come di una "piccola cospirazione". Registrazioni nate per divertimento ma che scavavano un solco insormontabile fra un'America e l'altra. Fuori c'era chi incendiava le chitarre, chi invitava a mettere fiori nei capelli, chi gridava l'inizio di una rivoluzione. Il denominatore comune era uno solo: l'esorcismo della morte come fatto reale. Per questo i Basement Tapes sono l'antitesi del mondo esterno. Bob Dylan dismette i panni del rocker e acquisisce quelli del predicatore. Gli stessi membri della Band si sorprendevano del fatto che Dylan, ogni volta che arrivava nella casa dove vivevano insieme e registravano la loro musica, portasse sempre delle canzoni nuove. Alcune erano canzoni scritte quasi sul momento, ricche di surrealismo e di giochi logici e fonetici, eppure così lontane dai toni profetici delle sue vecchie composizioni, dagli uomini che cercano le proprie ginocchia, da quelli che hanno innumerevoli contatti fra i tagliaboschi, dai napoleoni-straccioni e dai mille altri personaggi che ne avevano popolato i versi. Chi volesse approfondire questa ricerca può farlo andando a leggere quel capolavoro di "critica rock" che risponde al nome di "La Repubblica Invisibile" di Greil Marcus, uno dei più attenti ed appassionati a svelare la mistica di Bob Dylan e la sua transizione da rock-star a qualcosa di diverso.

E qui ritorniamo alla parola iniziale: "Mistero". Che Dylan abbia sempre giocato a nascondersi e a rendersi volutamente sfuggente è fatto noto. Così, in tempi recentissimi, ha dichiarato in un'intervista che non aveva assolutamente idea di quale fosse la reale consistenza del materiale che oggi la Columbia pubblica come undicesimo volume delle Bootleg Series. Tuttavia, quasi tutti i membri della Band, nel corso degli anni, hanno raccontato di come ogni volta erano sorpresi dalla quantità inenarrabile di canzoni che Dylan gli insegnava ogni giorno. Il confine fra pezzi autografi e vecchi e oscuri brani tradizionali era talmente labile da risultare quasi inesistente. Alcune sembravano canzoni da osteria quando non da postribolo, altre sembravano scavare nella storia stessa degli Stati Uniti d'America. Dove Bob Dylan avesse imparato tutte quelle canzoni non è dato saperlo. Come diavolo facesse a ricordarle tutte, visto che, sempre stando ai ricordi dei membri della Band, per i quattro quinti del tempo passato insieme sia il loro leader sia i musicisti erano ubriachi fradici, è un mistero quasi più grande.

L'unica certezza è che, al di là dell'informalità delle registrazioni - e dei pezzi ripetuti più volte ed interrotti a metà che si possono trovare nel cofanetto delle registrazioni integrali - in alcuni momenti pare di ascoltare una musica venuta da altre dimensioni. Nel 1967 Hendrix bruciava la sua prima chitarra e invece, in quella casa nei boschi di Woodstock, un Dylan appena ventiseienne cantava di un segno sulla croce che non lo lasciava dormire, di lacrime di rabbia, di ruote in fiamme, di desideri di liberazione. Così come parlava di stravaganti Mrs. Henry, si permetteva di prendere in giro i miti della beat generation in See you later, Allen Ginsberg, di rileggere Blowin' in the Wind in chiave blues, di affrontare brani gospel contemporanei come People Get Ready di Curtis Mayfield costruendo un ponte fra l'America bianca e quella nera, suonandoli con lo stesso piglio dei vecchi brani folk degli Appalachi. A volte le chitarre erano scordate, a volte le voci fuori tono, eppure c'è una coerenza stilistica e logica in queste registrazioni, in tutti i sei dischi oggi pubblicati, difficilmente riscontrabile in altri dischi, più e meglio prodotti rispetto a questi Basement Tapes. C'è soprattutto una chiave di lettura "nuova" della musica tradizionale, svincolata dal purismo e vestita di abiti sonori nuovi, quasi "pastorali", che avrebbero influito in modo decisivo sullo sviluppo sonoro della Band e quindi sull'intera musica americana degli anni a venire. Ed è proprio questa la scoperta più importante che emerge dall'ascolto dei Basement Tapes: il loro essere registrazioni completamente avulse da qualsiasi concetto di temporalità o di storicità fa sì che paradossalmente oggi suonino più attuali di quando vennero realizzate.

Il paradosso è meno azzardato di quanto possa sembrare, se è vero che un certo tradizionalismo (o "neo-tradizionalismo") passatista ha preso nettamente piede negli ultimi tempi. Però questa versione definitiva dei Basement Tapes è decisiva per fissare dei paletti: mentre il nuovo panorama tradizionalista suona posticcio, poco spontaneo, più una posa che un vero gusto di riscoperta delle proprie radici, nei Basement Tapes l'atteggiamento di distacco dal mondo contemporaneo per immergersi nel passato e riscoprire se stessi assume i contorni di una vera emergenza esistenziale, un addio ad una scena effimera per ricercare una "solida roccia" (per usare un'espressione che lo stesso Dylan userà allorquando si convertirà al cristianesimo) a cui appoggiarsi. E proprio "A tree with roots" - un albero con delle radici - non a caso era il titolo del vecchio bootleg che raccoglieva in maniera più esauriente i Basement Tapes prima che uscissero in versione ufficiale.

È inutile soffermarsi ad analizzare brano per brano questa monumentale uscita. Si rischierebbe di diventare pedanti e comunque non si direbbe nulla di nuovo. Basti sapere che le gemme nascoste ci sono e sono tante. Così come non ci si può approcciare al cofanetto pensando di ascoltarlo tutto d'un fiato. Non ce la si fa, si rischierebbe di essere sopraffatti da un monolite. L'ascolto va centellinato, dosato un po' alla volta, goccia a goccia. Perché queste registrazioni sono pericolose. Pericolose come i "Nastri della montagna" di Bucky Wunderlick, perché sono l'esatto opposto di quanto la società e l'industria musicale pretende di offrire come prodotto, scarne e tremule come sono. Non è musica d'intrattenimento, è una galleria scavata nella memoria, sempre sul punto di crollare. Per questo va riscoperta: per puntellare quella galleria e riportare tutto a casa.


    


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The New Basement Tapes

Lost on the River

[Universal/ Island 2014]

di Fabio Cerbone

Se l'idea fosse del solo T Bone Burnett - ma c'è da scommettere che lo zampino dell'etichetta e degli uffici marketing non sia del tutto estraneo - si tratterebbe allora dell'unico rimprovero da muovere al grande timoniere di questo Lost on the River. Intitolare The New Basement Tapes l'intera operazione ha infatti il sapore di una forzatura, oltre che il riflesso di una certa presunzione. Non facciamo finta di non coglierne le ragioni di attrazione sui fan, sia chiaro, e anche le coincidenze storiche allettanti. Di pari passo con la riscoperta dei Basement Tapes originali, in queste settimane rimessi sotto una nuova luce dal monumentale undicesimo volume delle Bootleg Series dylaniane, arriva infatti una sorta di compendio "moderno", liriche coperte dalla polvere del tempo e musicate dal nuovo, grazie a un collettivo di musicisti più e meno esperti. La storia, quanto verosimile o meno è a questo punto quasi secondario stabilirlo, ci dice che lo stesso Burnett in persona, già membro storico della Rolling Thunder Revue e amico stretto di Bob Dylan , venga contattato dall'entourage di quest'ultimo per dare forma compiuta ad alcuni manoscritti riscoperti fra le soffitte. Sono testi incompleti, mai messi in musica, tutti risalenti al periodo del ritiro presso Woodstock, tra il 1966 e 1967, che dovrebbero in qualche modo possedere il misterioso incanto dei Basement Tapes originali.

L'operazione ricorda in parte quel Mermaid Avenue a cui misero mano i Wilco con Billy Bragg, in quel caso riprendendo il canzoniere inedito di Woody Guthrie. Qui abbiamo un direttore d'orchestra, T Bone Burnett, che chiama a raccolta Elvis Costello, Rhiannon Giddens (Carolina Chocolate Drops), Taylor Goldsmith (Dawes), Jim James (My Morning Jacket) e Marcus Mumford (Mumford & Sons) e modella una ventina di brani (nell'edizione deluxe, consigliabile) seguendo i dettami di quel sound roots denso e ovattato che caratterizza le sue produzioni. La domanda spontanea è se queste canzoni fossero davvero destinate a vedere la luce: il sospetto che Dylan le abbia lasciate in disparte non per una semplice dimenticanza, resta sullo sfondo come un quesito irrisolto, ma nella visione d'insieme The New Basement Tapes è un lavoro dotato di una sua coerenza e tutto sommato affascinante nelle trame. A patto di cancellare il parallelo con gli autentici "nastri della cantina" e provare semmai a considerarlo come il parto di un folk rock dal gusto contemporaneo, con numerose complicazioni Americana e indie folk. Il raggio d'azione è questo e vi sono spunti notevoli, anche nell'inevitabile saliscendi di stili e approcci, che per forza di cose emerge di voce in voce.

Gli episodi più intriganti, e forse anche i più fedeli alla matrice roots della scrittura originale di Dylan, restano quelli affidati alla brava Rhiannon Giddens, che ammalia in Spanish Mary e nella filastrocca hillbilly di Duncan and Jimmy, o ancora nella versione alternativa della stessa Lost on the River. Chi invece si prende la sacrosanta responsabilità di sperimentare è Jim James, portando in dono il suo falsetto inconfondibile e un po' di quei riverberi che avvolgono la musica dei My Morning Jacket in un moderno flusso folk rock: ottima l'apertura con Down on the Bottom e straniante il walzer fuori tempo di Hidee Hidee Ho #11, molto affine però ad alcune soluzioni di The Band. All'affettata maniera elettro-acustica di Marcus Mumford e alle soluzioni melodiche di Taylor Goldsmith spettano invece i momenti più dolciastri della raccolta, e forse anche i passaggi meno convincenti, seppure l'energia di Kansas City (c'è anche la chitarra di Johnny Depp fra gli ospiti) e la delicatezza di Card Shark siano due esempi di bella calligrafia. Resta infine da segnalare un Elvis Costello in qualche modo fuori contesto rispetto agli altri protagonisti, non solo per ragioni anagrafiche: forse il più emozionato, c'è da scommetterci, nel rimestare brani inediti di Bob Dylan, ma spesso costretto ad inseguire le intuizioni stilistiche dei suoi compagni di avventura. Il suo contributo più apprezzabile resta l'impetuosa, elettrica Six Months In Kansas City (Liberty Street), con un coro femminile a trascinare tutta l'esecuzione.

Registrato nel marzo di quest'anno, nell'arco di due settimane, ai Capitol Studios di Hollywood, Lost on the River non possiede l'inventiva e la forza del citato Mermaid Avenue, per ragioni strettamente legate alla qualità stessa degli artisti coinvolti (qui non abitano né il genio di Tweedy né la profondità di Bragg), ma si tiene insieme grazie alla sapiente regia sonora di T Bone Burnett.


    

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Bibliografia

a cura di Marco Denti

Greil Marcus - La Repubblica Invisibile [Arcana Editrice]

La Repubblica Invisibile è una ricerca densissima e curiosa che parte dai famosi The Basement Tapes di Bob Dylan per ricostruire un'identità credibile della musica folk americana e probabilmente anche un ritratto avvincente di una nazione, appunto quella Repubblica Invisibile del titolo che soltanto le canzoni, i songwriter e gli storyteller sanno raccontare. O come meglio spiega lo stesso Greil Marcus all'inizio de La Repubblica Invisibile: "un'America aperta alla domanda di chi e che cosa gli americani sarebbero potuti diventare e non da chi e che cosa provenivano. I meccanismi del tempo, nella musica, non sono consolanti. In quella cantina il passato è vivo nella misura in cui il futuro è aperto, e ciò accade solo quando si è portati a credere che il paese sia incompleto o addirittura ancora da fare: quando il futuro è precluso, il passato è morto. Ancora più misterioso è il modo in cui il futuro dipende dal passato". Non è soltanto l'ambito di un disco fondamentale per il rock'n'roll, The Basement Tapes, quello che scandaglia Greil Marcus, ma tutto il background culturale ed umano che gli sta dietro, davanti, sopra e sotto. E' l'America stessa, o quello che scorre nelle sue vene, per dirla con William Carlos Williams, la protagonista de La Repubblica Invisibile, un mondo che solo Bob Dylan poteva portare alla luce con The Basement Tapes e che probabilmente soltanto Greil Marcus poteva cogliere così bene.

Don DeLillo - Great Jones Street [Il Saggiatore]

Great Jones Street è un tuffo al cuore nel linguaggio del rock'n'roll business e un'incursione ad alzo zero sui clichés, sui luoghi comuni e sulle deviazioni dello stardom system. La trama è irrilevante: nel suo minuscolo e bucolico rifugio di New York Bucky Wunderlick, una rockstar che ha percepito il suo destino riceve in continuazione visite più o meno interessate, ed ogni incontro è lo specchio di personalità frammentarie, confuse, spesso totalmente deliranti: manager, promoter, agenti segreti, scrittori falliti, chitarristi e pazzoidi. Le voci sul suo destino proliferano con un ritmo esponenziale mentre lui, Bucky Wunderlick, continua a nascondersi e a tenersi alla larga dal culto della personalità di cui è oggetto. Lettura non del tutto facile perchè la claustrofobica scelta di Bucky e la straordinaria attenzione linguistica di Don DeLillo tendono in cerchi concentrici sempre più fitti che non lasciano spazio per distrazioni o per interpretazioni superficiali: il rock'n'roll è dissezionato con abilità chirurgica e con una lucidità tale da renderlo ancora oggi attuale (ricordiamo che la prima edizione di Great Jones Street è del 1973) e perfettamente credibile.

 

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