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Stefano Barotti
Il grande temporale
[La Stanza Nascosta Records 2020]


File Under: telefonate da oltreoceano

stefanobarotti.net

di Nicola Gervasini

Ormai una vecchia conoscenza del nostro sito (la prima recensione risale al 2003 per Uomini in Costruzione), Stefano Barotti è un apprezzato cantautore che giunge al quarto album con ambizione di deciso salto di qualità dal già molto interessante Pensieri Verticali del 2015. Il Grande Temporale, infatti, è il frutto di una lunga gestazione che lo ha portato a registrare anche negli Stati Uniti, e il progresso pare evidente, perché in queste undici nuove canzoni spira aria di produzione di primo livello. Ma soprattutto cambia anche l’approccio musicale, che abbandona l’amore incondizionato per il rock americano tradizionale, pur non tradendolo mai, ma si allarga a nuove influenze che spaziano tra il reggae, il blues, qualche timida incursione nell’elettronica e in generale una costruzione delle canzoni più complessa, come dimostrano fin da subito i cambi di tempo della title-track. Il disco, come al solito, è un piccolo campionario di esperienze personali, come la riflessione sulla congenita vita povera del musicista che scopre comunque il piacere di fare l’imbianchino per sopravvivere (Painter Loser), la nostalgia per il calcio di un tempo di Spatola e Spugna (con Jono Manson tra gli ospiti), il pop disincantato di Tra il Cielo e il Prato, i racconti di guerre lontane di Aleppo. Non mancano i momenti di riflessione, come la dolce Stanotte Ho Fatto Un Sogno con i suoi archi o la intima Quando Racconterò, le dediche ai propri miti come Enzo (si parla di Jannacci) o la divertente Mi ha Telefonato Tom Waits. Il disco si chiude emotivamente tra luci (Tutto Nuovo dedicata al figlio) e ombre (Marta, riflessione sulla violenza sulle donne), mettendo in campo un lungo elenco di collaboratori (tra gli italiani si notano le chitarre di Max De Bernardi e Paolo Ercoli o la voce di Veronica Sbergia), ben gestiti dal tastierista e produttore Fabrizio Sisti e dagli altri addetti alla produzione Alessio Bertelli e Vladimiro Carboni. Un bel ritorno in campo di uno dei nostri autori più preziosi.


 


Franzoni Zamboni
La signora Marron
[Bluefemme StereoRec 2020]


File Under: frammenti persi di due carriere

bluefemme.it

di Nicola Gervasini

Marco Franzoni e Manuele Zamboni sono due veterani del rock italiano, già assieme nella band dei Noverose tra il 2002 e il 2007. Ed è proprio in quegli anni che erano nate le prime canzoni e idee di questo La Signor Marron. Manuele Zamboni aveva poi seguito una sua carriera solista (tre album tra il 2006 e il 21012), mentre Marco Franzoni ha sviluppato, oltre a quella di session-man tuttofare, anche una carriera di fonico e produttore, nata facendosi le ossa con Hugo Race tra gli altri, e che lo ha portato a seguire dischi per i Superdownhome e Omar Pedrini. E proprio quest’ultimo è stato uno degli artisti che più ha sponsorizzato la necessità di registrare questo album, dove i due confessano tutto il loro amore per la musica d’autore americana, tirando in ballo Bob Dylan e Townes Van Zandt come numi tutelari. Eppure dal punto di vista della scrittura queste dieci canzoni attingono alla grande anche nella tradizione ormai di lungo termine della scena alternativa italiana, ma con un tocco sonoro che loro stessi vedono molto vicino ai Calexico. Registrato a distanza, in pieno “covid-time”, con l’ausilio del batterista statunitense Jonathan Womble, la suggestiva tromba di Francesco Venturini e tanti altri session-men (tra cui anche Claudia Ferretti alias Claudia Is On The Sofa ai cori) , i brani del disco sono ben arrangiati in puro stile da band roots americana, ma descrivono nei testi in italiano una disillusione sulla situazione di casa nostra. La cover di Vicenzina e La Fabbrica di Enzo Jannacci è dunque un significativo tuffo in una visione pessimista della società che era buono nel 1975 quanto ora, ma anche brani come Non Fa Rumore La Primavera (con un bel gioco di fiati), Arida, Controluce, con il suo teso finale, e Oltre il cortile sanno di disincantata riflessione di mezz’età.

     


Thefinger
Surfacing
[Thefinger 2020]


File Under: indie folksinger

thefinger1967@gmail.com

di Fabio Cerbone

Dietro il progetto Thefinger si celano la personalità artistica e le canzoni di Franco Di Terlizi, autore dell’alessandrino con diverse prove alle spalle (Sugar Plum Fairy nel 2004 il disco che lo ha rivelato), nel più puro spirito dell’autoproduzione e di quel cantautorato a “bassa fedeltà” maturato negli anni Novanta, con un’anima divisa tra acustico ed elettrico. Le sue ballate ossute, mai raffazzonate però nella costruzione sonora, sembrano un poco figlie della stagione alternative country e di quell’indie-folk scuro e malinconico appartenuto a personaggi come Vic Chesnutt e Mark Linkous (Sparklehorse). Alcune semplici suggestioni che emergono dall’ascolto di Surfacing, dieci brani incisi nella scorsa primavera in quell’isolamento che ha costretto molti alla clausura e alla riflessione in tempi di pandemia. Thefinger si fa aiutare nella realizzazione da alcuni musicisti locali che in passato sono stati al suo fianco nell’avventura Radioking, oppure da vere e proprie istituzioni del suono roots italiano, come Paolo Bonfanti, ospite alla chitarra in Wondering e Remedy. Voce cruda, di quelle dal fascino impreciso e sofferto, calzante fra le atmosfere sabbiose di questo folk rock, Thefinger convince dalla partenza con There and Back Again, brano dal tepore indie, volgendo poi ai tratti più rock e melodici di una ballata come What If. Tra gli episodi meglio riusciti sono da segnalare Sgt. Tiger e Motel Room of Ocean Blue (quest’ultima uno dei due brani firmati insieme al musicista di adozione londinese Trent Miller): desolate e dolcemente malinconiche grazie alle melodie dettate dal piano e dalle chitarre acustiche, richiamando i migliori momenti di quella canzone Americana da provincia sperduta. Più esuberante l’arrangiamento di Ian Curtis, dove emerge tra le righe anche una pastosità pop inglese (come altrimenti, visto il titolo-dedica alla voce dei Joy Division?), ribadita anche nel suono pieno e cristallino di Pictures from a Differnt World. Tuttavia, il terreno più interessante di questa produzione dal basso restano gli spigoli da ballata alternative rock anni Novanta in Remedy, o ancora il finale un po’ “waitsiano” e bluesy di Endless Sleep, che si trascina con un vagabondare pigro. Pochi mezzi, ma buone idee.


 


Spacepony
Pinball Odyssey
[Uglydog records 2020]


File Under: psychedelic western folk

facebook.com/thespacepony

di Fabio Cerbone

Folk elettrico e rarefatto, western immaginario da colonna sonora, paesaggi musicali un po’ notturni e lunari in questo interessante lavoro dei ravennati Spacepony, quintetto che lavora sul corpo di certa tradizione rock americana sporcandola di morbide visioni psichedeliche, assai debitrici nei confronti di un intero filone sviluppatosi negli anni Novanta, tra i viaggi onirici dei Mercury Rev, il lo-fi dei Grandaddy, lo spleen elettro-acustico di Sparklehorse e gli orizzonti desertici dei Giant Sand. Facile evocare certi accostamenti durante l’ascolto di Pinball Odyssey, sorta di allegoria della vita stessa, noi come una pallina impazzita in balia dei colpi dell’esistenza. Più semplice ancora collegare i fili che li legano a questa onda sonora se si leggono i nomi di Tony Crow e Matt Swanson dei Lambchop e soprattutto quello di Mike Watt (Minutemen) tra i collaboratori che impreziosiscono la ricca scaletta dell’album, quattordici brani in tutto, con un paio di intermezzi sonori. Un sentiero comune, un omaggio alla strada da cui sembra emergere il passo degli Spacepony, testi, voce e chitarra di Stefano Felcini, che insieme a David Alessandrini (chitarra elettrica, e anche un insolito theremin), Francesco Garoia (basso, violino, tastiere), Nicola Serafini (synth, basso) e Andrea Napolitano (batteria) muovono dall’introduzione vagamente morriconiana di Did You Hear Horses Whinny?, ospite l’ocarina di Gian Michele Carnevali, per fluttuare poi nelle dolci trame di Butterfly (2nd life), nell’alternative country di El Sol e fra le onde di sabbia e tenue psichedelia di Back Home e Killie Willy the Ghost Clown. Tutta la prima ideale faccia è la più vicina al cuore “western” degli Spacepony, che dalla straniante danza di She-Fi si dirigono quindi lentamente su terreni più rock, claustrofobici e acidi in L.I.A.R., con un’animosità garage in Feel Alive e Sleepy, per fare quindi ritorno al cinemascope di Cosmic Waltz, molto Calexico nelle intenzioni, e Back to the Summer. Il cantato sussurrato a volte sembra limitare gli spazi di manovra e rendere troppo omogeneo il mood sonoro del disco, ma il fascino e la cura degli arrangiamenti giocano la loro parte.