Non abbiamo mai pensato che Antonio
Gramentieri, a dispetto della linearità e naturalezza
del suo lessico musicale, fosse un personaggio facile da
inquadrare. Ciò non tanto per il suo approccio intellettuale
alle arti, mascherato dalla spontaneità del gesto e dalla
genuità degli ingredienti, quanto per quella singolare idea
artigianale di una "Americana" fatta degli umori
campestri dell’appennino tosco-romagnolo, per quel pensiero
stanziale che ingravidava la sua roots music, in diverse
declinazioni, con le visioni rurali, solitarie ed eretiche
di ogni terra di confine. E se fino a ieri, tutto ciò potevamo
coglierlo solo puntando lo sguardo dentro il processo creativo
di brani in larga parte strumentali e dal vasto respiro
scenografico, a partire da La
Bella Stagione e ancor più dall’uscita di questo
Dopo Tutto l’immagine di Don Antonio,
italico cantore folk, cresciuto a country, blues e piadine,
è apparsa in tutta la sua vitale e primigenea fragranza.
Questo è il disco che fa tornare i conti e che, in definitiva,
rende tutto più intelligibile. L’autore sgrezza e raffina,
appena quanto serve, il suo songbook e mette mano alle riserve
di visioni, pensieri e ricordi legati al suo “piccolo mondo
antico”, alle sue autentiche radici. Ne viene fuori un piccolo
gioiello, unico nella sua semplicità ed eleganza, in cui
Gramentieri dà ogni più ampio ambito di manovra alle parole
nostrane e realizza il perfetto involucro dentro cui si
muovono stranieri e paesani degli stati uniti di Romagna.
Viene fuori un ribaltamento di prospettive. La musica si
pone al servizio delle liriche e Modigliana, borgo natio
di Antonio, finisce per splendere più delle luminarie di
Memphis e degli scintillanti fremiti delle Gibson.
Dylan e Lou Reed, assieme a Dan Stuart e Howe Gelb restano
sullo sfondo, rispettivamente a mò di santi patroni portati
in processione e di officianti il rito pagano, mentre Dalla,
Paolo Conte e Fossati si prendono la scena, lasciando sul
pulpito una seggiola libera proprio per le terga del “Grammo”
cosa che, in un momento in cui da quella tribuna si sono
alzati, per umano destino, Guccini e, per umana fiacchezza,
De Gregori, non è propriamente cosa di scarso peso.
Le Mille lire o la Foto
mossa sono piccoli squarci romantici dedicati
ad oggetti di una vita già vissuta, che assumono valore
perché scuotono l’anima e traboccano di suadente nostalgia.
Così come Pietre, che scivola stilosa e profonda
alla stregua di un brano di De Andrè o Gozzano
che si fa pervadere dalla gentilezza ombrosa e lenta della
Signorina Felicita del poeta torinese. E poi Come
cadere, che è più di un mero omaggio a Lucio
Dalla (ricorda L’Ultima luna dall’album omonimo del
1979), Happiness che riprende collaudate abitudini
espressive e, ancora, L’esatto peso dei sogni e Benzina
che evocano deserto e frontiera e sfoggiano le sedimentate
radici soniche di Antonio.
Dopo Tutto, in fondo, altro non è se non la
ricerca dell’essenza e dell’essenziale in un contesto di
verità narrativa che non ammette deroghe ed artifici. Vere
sono le canzoni, vera è la voce di Gramentieri, la sua cadenza,
il suo sibilo identitario, vera è la metafora esistenzialista
sottesa alle scarne e cupe linee architettoniche raffigurate
in copertina da Samuele Canestrari e vero, in quanto solido
e credibile, l’apporto di Elisabetta Delprato e Arianna
Pasini, soprattutto al canto, di Enrico Mao Bocchini (batteria
e percussioni) e, tra gli altri, di Sergio Marazzi (chitarra
acustica) e Nicola Peruch (wurlitzer). Vero, in definitiva,
è un 33 giri (la versione digitale è volutamente rimaneggiata)
che, nel suo poetico roteare, trasporta calde memorie in
musica e parole di pregio che ora più che mai sanno di elisir
di resilienza.