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  Don Antonio
Dopo Tutto
[Santeria/ Audioglobe 2026]

Sulla rete: facebook.com/donantoniogramentieri

File Under: piccolo mondo antico


di Domenico Grio (25/08/2026)

Non abbiamo mai pensato che Antonio Gramentieri, a dispetto della linearità e naturalezza del suo lessico musicale, fosse un personaggio facile da inquadrare. Ciò non tanto per il suo approccio intellettuale alle arti, mascherato dalla spontaneità del gesto e dalla genuità degli ingredienti, quanto per quella singolare idea artigianale di una "Americana" fatta degli umori campestri dell’appennino tosco-romagnolo, per quel pensiero stanziale che ingravidava la sua roots music, in diverse declinazioni, con le visioni rurali, solitarie ed eretiche di ogni terra di confine. E se fino a ieri, tutto ciò potevamo coglierlo solo puntando lo sguardo dentro il processo creativo di brani in larga parte strumentali e dal vasto respiro scenografico, a partire da La Bella Stagione e ancor più dall’uscita di questo Dopo Tutto l’immagine di Don Antonio, italico cantore folk, cresciuto a country, blues e piadine, è apparsa in tutta la sua vitale e primigenea fragranza.

Questo è il disco che fa tornare i conti e che, in definitiva, rende tutto più intelligibile. L’autore sgrezza e raffina, appena quanto serve, il suo songbook e mette mano alle riserve di visioni, pensieri e ricordi legati al suo “piccolo mondo antico”, alle sue autentiche radici. Ne viene fuori un piccolo gioiello, unico nella sua semplicità ed eleganza, in cui Gramentieri dà ogni più ampio ambito di manovra alle parole nostrane e realizza il perfetto involucro dentro cui si muovono stranieri e paesani degli stati uniti di Romagna. Viene fuori un ribaltamento di prospettive. La musica si pone al servizio delle liriche e Modigliana, borgo natio di Antonio, finisce per splendere più delle luminarie di Memphis e degli scintillanti fremiti delle Gibson.

Dylan e Lou Reed, assieme a Dan Stuart e Howe Gelb restano sullo sfondo, rispettivamente a mò di santi patroni portati in processione e di officianti il rito pagano, mentre Dalla, Paolo Conte e Fossati si prendono la scena, lasciando sul pulpito una seggiola libera proprio per le terga del “Grammo” cosa che, in un momento in cui da quella tribuna si sono alzati, per umano destino, Guccini e, per umana fiacchezza, De Gregori, non è propriamente cosa di scarso peso.

Le Mille lire o la Foto mossa sono piccoli squarci romantici dedicati ad oggetti di una vita già vissuta, che assumono valore perché scuotono l’anima e traboccano di suadente nostalgia. Così come Pietre, che scivola stilosa e profonda alla stregua di un brano di De Andrè o Gozzano che si fa pervadere dalla gentilezza ombrosa e lenta della Signorina Felicita del poeta torinese. E poi Come cadere, che è più di un mero omaggio a Lucio Dalla (ricorda L’Ultima luna dall’album omonimo del 1979), Happiness che riprende collaudate abitudini espressive e, ancora, L’esatto peso dei sogni e Benzina che evocano deserto e frontiera e sfoggiano le sedimentate radici soniche di Antonio.

Dopo Tutto, in fondo, altro non è se non la ricerca dell’essenza e dell’essenziale in un contesto di verità narrativa che non ammette deroghe ed artifici. Vere sono le canzoni, vera è la voce di Gramentieri, la sua cadenza, il suo sibilo identitario, vera è la metafora esistenzialista sottesa alle scarne e cupe linee architettoniche raffigurate in copertina da Samuele Canestrari e vero, in quanto solido e credibile, l’apporto di Elisabetta Delprato e Arianna Pasini, soprattutto al canto, di Enrico Mao Bocchini (batteria e percussioni) e, tra gli altri, di Sergio Marazzi (chitarra acustica) e Nicola Peruch (wurlitzer). Vero, in definitiva, è un 33 giri (la versione digitale è volutamente rimaneggiata) che, nel suo poetico roteare, trasporta calde memorie in musica e parole di pregio che ora più che mai sanno di elisir di resilienza.