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Made in Italy   cose di casa nostra

     


Boa
Bag of Seeds
[Seahorse Recordings 2019]


File Under: songs from a living room

facebook.com/Boa.musicman

di Nicola Gervasini

Di canzoni da una stanza ne sono piene le nostre collezioni discografiche, fin da quel disco di Leonard Cohen del 1969 che coniò l’espressione, eppure il fascino dell’artista che registra nudo e crudo dalla sua camera da letto o, come in questo caso, dal salotto, sembra non morire mai. Lorenzo Bonarini, in arte Boa, aveva l’intenzione di farlo davvero un omaggio a Cohen all’indomani della sua morte nel 2016, e da lì è nato questo Bag Of Seeds, progetto che poi è andato ben oltre l’ispirato omaggio. Sono sette brani registrati in solitaria, eccezion fatta per una tromba che affiora in Those Who e nell’enfatico finale di For Us (la suona Dimitri Tormene), con quest’ultimo brano impreziosito anche dalla batteria in chiave reggae di Mattia Piovani. Un disco atipico persino per Bonarini, artista abituato a spaziare nei generi che dal folk lo portano al blues, al jazz e persino all’hip hop, ma che qui si è immaginato in una session alla Rick Rubin/Johnny Cash alla ricerca dei toni profondi delle folk-songs di altri tempi. La title-track è un teso gospel-blues in cui BOA incrocia voci sovraregistrate e slide-guitar con un effetto davvero suggestivo che ricorda i dischi di William Elliott Whitmore. Più da indie-folker Pinch of Salt, anche se anche qui la canzone prende una piega da crooner e quasi te la immagini cantata da Elvis Presley. Si svolta con Down By The River, in cui BOA suona tutti gli strumenti, con un risultato molto curioso tra funky-blues, gospel e un ritornello elettrico quasi da era grunge, mentre New Sun e On The Couch citano altri cantautori classici (la seconda pare davvero un brano di Tim Buckley), così come il cantato di Those Who richiama certamente David Byrne e Bluesette la vedrei bene in un disco di John Cale. Consigliato agli animi sensibili.


 


Al the Coordinator
Raven Waltz
[La Lumaca Dischi 2020]


File Under: back to the roots

althecoordinator.com

di Nicola Gervasini

Prima o poi per un musicista arriva sempre il momento di confrontarsi con le proprie radici musicali, e non ha fatto eccezione il cosentino Aldo D’Orrico, che avevamo già incontrato sulle nostre pagine con i Miss Fraulein. Lo ritroviamo dieci anni dopo, con il nickname di Al The Coordinator, macinare blues acustico in puro pre-war sound, a fine di un percorso che dopo lo scioglimento dei Miss Fraulein, lo ha visto dare vita anche un progetto bluegrass come Muleskinner Boys, oltre alla partecipazione ad altre band (Kyle, 4+20, I Tulipani). Raven Waltz è un disco davvero bello che esalta la sua voce profonda, sia negli episodi più tradizionali come l’apertura di Jumping Red Spiders (singolo dallo spassoso video), sia in una ispirata folk-song come The Walker (un piccolo inno alla passeggiata solitaria). Dieci brani autografi, eccezion fatta per una cover dei Beach Boys esaltata dalla presenza dei dobro e del mandolino di Mario D’Orrico e Giuseppe Romagno, e il traditional The Riddle Song (di Pete Seeger e Joan Baez le versioni più note). D’Orrico si dimostra bravo anche in scrittura, sia quando si mantiene su schemi rigidamente classici come la lenta Sigourney Wright, sia quando si veste di cantautorato classico come nella bella Smile Today, brano in cui Nick Drake non aleggia solo nel testo che cita Pink Moon. E così anche Mornings e la title-track sono un piccolo manuale di intrecci tra strumenti acustici, nella migliore tradizione di un disco di Gillian Welch e tanti altri, ma D’Orrico se la cava benissimo anche da solo (Little Wonder) o aiutato dal piano di Dario Della Rossa in (I Always Wanted To) Stay At Home. Consigliato a chi cerca un angolo di America anche in Calabria.


     


Michele Miko Cantù
Letters Never Sent
[mikomusic/ IRD 2019]


File Under: country folk

facebook.com/MicheleMikoCantu

di Fabio Cerbone

Chitarrista e autore brianzolo con un passato alla guida dei Backseat Boogie, solitamente legato allo strumento elettrico e quindi ad un linguaggio più rock, Michele Miko Cantù sceglie per questo passo solista un’impostazione all’opposto, rifugiandosi nei suoni accoglienti e caldi della tradizione americana rurale. Il mood che attraversa i dieci episodi di Letters Never Sent è infatti ispirato alle tonalità acustiche del folk blues e del country, con una dolce tecnica in fingerpicking (ma il protagonista si giostra anche al mandolino, banjo, armonica e pianoforte) che possa accompagnare adegatamente i versi, spesso riflessivi, mossi fra speranza e nostalgia. Letters Never Sent è stato concepito e inciso per buona parte in solitudine, salvo accogliere poi i contributi di diversi musicisti di area roots italiana, tra cui spiccano la resonator guitar di Paolo Ercoli, presente nella melodia un po’ retro di Turn Some Music On e nel passo bluegrass di un’accesa Prison Guard, oppure la pedal steel di Eugenio Poppi, che accarezza il tono garbato e naturalmente acustico dell’iniziale Keep on Going. Otto i brani originali, tra cui spiccano gli arrangiamenti più ariosi di Millions, con un leggero tappeto di tastiere e il violino di Davide Monti, e il tono languido di Lay Down Your Worries, fra lievi contrappunti di piano e armonica, mentre due sono le cover scelte in sintonia con le atmosfere raccolte dell’album: una rispettosa Galway Girl di Steve Earle e la fascinosa e bluesy Been Smoking Too Long di Nick Drake. Nel finale l’accelerazione country folk di Singapore, ballata di abbandono e distanza, ricorda i Mumford & Sons degli esordi, prima che 27 Years Old torni all’asciuttezza del gesto del folksinger. La cura dei suoni è riflessa anche dalla confezione, con tutti i testi in inglese e nella corrispettiva traduzione italiana.


 


Nandha Blues
Nandha Strikes Again
[Meatbeat Records 2019]


File Under: power trio plus someone...

facebook.com/NandhaBlues

di Nicola Gervasini

La bella copertina di ispirazione indiana (opera di Peter Mogas) non inganni, la parola chiave per capire cosa ascolterete è tutta nel blues contenuto nel nome della band, ed è anche quella di quel power-blues elettrico e veementemente al limite dell’hard rock che fu dei Mountain e di tanti altri trio-blues dei primi anni settanta. Da lì pesca la slide guitar di Max Arrigo, leader dei Nandha Blues, e l’esperta sezione ritmica di Alberto Fiorentino e Roberto Tassone, padroni di casa di un disco ad alto tasso adrenalinico fin dalle note di 749 Blues, bella apertura impreziosita dall’armonica di Roberto Guietti e dalla seconda voce di Greg Big Papa Binns. Arrigo scrive tutti i nove brani, facendosi aiutare solo in Last Note da Emanuela Robertelli (psicoterapeuta esperta in musicoterapia, qui impegnata anche ai cori) e da Mike Cullison nella finale The Mouth Of The Lion. E sono proprio gli ospiti a dare valore aggiunto ad un disco granitico in puro stile Gov’t Mule, come il sax di Enrico Benvenuti nell’FM Rock di What You Got o l’assolo di chitarra di Joe Pitts al termine della gosperl-oriented Bring Me Some Water. Something Left Behind è invece una ballatona blues di stampo classico, così come lo swamp-blues di Cajun Lady che introduce al bel momento acustico di Busted, con il dobro di Mark Johnson in primo piano. Registrato in puro spirito live-sound con volumi altissimi, Nandha Strikes Again, secondo album della band dopo Black Strawberry Mama del 2013, è una mitragliata di note elettriche utilissima per rivitalizzare le vostre giornate storte, sfogandovi con una musica, il blues elettrico, che pare non passare mai di moda.