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Randy Newman
LIve in London
[Nonesuch Cd+DVD  2011]


www.randynewman.com
www.nonesuch.com


di Gianfranco Callieri (16/01/2012)


Mentre dalle parti di Viale Mazzini, nei paludati uffici della Rai, la dg Lorenza Lei decide di aumentare il canone, la BBC - l'azienda pubblica radiotelevisiva d'Inghilterra - invita il grande Randy Newman a esibirsi, accompagnato dalla prestigiosa BBC Concert Orchestra (sotto la direzione di Robert Ziegler), presso la chiesa sconsacrata di St. Luke, magnifico edificio di Islington dalla straordinaria resa acustica (infatti è il quartier generale della London Symphony Orchestra), allo scopo di registrare uno speciale. Inevitabile incavolarsi, progettare una qualche forma di disobbedienza civile nei confronti dell'onere di pagamento del canone Rai, ma per fortuna che a rasserenare gli animi provvede lo splendore incontaminato di Live In London, testimonianza discografica su cd e dvd del summenzionato programma, per Newman la seconda occasione in un anno, a pochi mesi di distanza dall'eccellente The Randy Newman Songbook Vol.2 (e a otto stagioni dall'inarrivabile Vol.1), per misurarsi con pagine vecchie e nuove del proprio repertorio ed ennesimo centro pieno per un artista che, di suonare banale e prevedibile, proprio non vuol saperne. Nelle recensioni dell'album capitatemi sottomano, sempre troppo poche rispetto al valore intrinseco del prodotto, la posizione del critico di turno oscilla, in genere, tra l'apprezzamento del corredo orchestrale e la censura dello stesso, tra chi lo considera un emulsionante delle virtù dell'autore e chi invece ritiene arrechi nocumento alla naturale intimità di una scrittura nata dall'incontro solitario tra l'uomo e il pianoforte. Troppo facile, naturalmente.

La verità è che Live In London, alla stregua di gran parte della miglior produzione di Newman, vive del perenne accavallarsi di contrasti e paradossi dall'effetto invariabilmente omoteleutico, poiché in fin dei conti, il contenuto delle canzoni del nostro è uno e uno soltanto: essendo il mondo un luogo ingiusto e crudele (sentite The World Isn't Fair, strampalata confutazione delle teorie economiche del piccolo Karl Marx), tanto vale ridere sopra a qualsiasi cosa. Il primo contrasto evidenziato da Live In London è quello tra il portamento di Newman, sempre più simile a un grumpy old man incollerito con l'intero genere umano, e il contegno irreprensibile dell'orchestra, al punto che in certi momenti (si veda l'esilarante introduzione a I'm Dead (But I Don't Know It), con le istruzioni di canto al pubblico) sembra di assistere alla pochade tra un vegliardo impossibile e il gruppo di azzimati professionisti che lo circonda. Il secondo risiede nello stridore tra la voce del nostro, affaticata, difficoltosa, sempre sul punto di spezzarsi o in procinto di tirare il fiato per non sparire, e la chiarezza timbrica di legni e ottoni tirati a lucido. Il terzo, e più importante, sta nell'attitudine di Newman a dire cose terribili col sorriso sulle labbra, sorriso peraltro contagioso anche per chi lo ascolta: vedere gli spettatori del concerto sorridere beati durante l'esecuzione della beffarda Short People ("Le persone basse non hanno motivo di vivere / Non voglio persone basse qui intorno") fa un certo effetto. In alcuni casi, per esempio su Marie, Real Emotional Girl e I Miss You, le ballate più gonfie di sentimento (non necessariamente amoroso), l'accompagnamento dell'orchestra è minimale e discreto, quasi non volesse invadere la sfera personale di composizioni intrise di malinconia e rimpianti. La stessa discrezione spunta di fronte al vaudeville di Laugh And Be Happy o al ritmo acceso di una bluesata You Can Leave Your Hat On, ma si infrange nei frizzanti crescendo di un'acrobatica The Great Nations Of Europe e nel cinemascope quasi morriconiano di Sail Away: un'altra contraddizione, insomma, giacché i brani meno elaborati rimangono intatti, mentre quelli già contrassegnati da un'architettura di maggior pesantezza si fanno carico di un'ulteriore ondata di suoni.

Del resto, l'improbabile coincidenza degli opposti è uno dei segreti dell'arte di Randy Newman, la formula alchemica in grado di ispirare i suoi racconti brevi sull'ingenuità di una nazione eternamente bambina dove civiltà e barbarie si intercalano di continuo, producendo quadretti dal valore comico non irrilevante: quando Newman si tuffa nell'invettiva surreale di Political Science (dove auspica, da parte dei connazionali americani, un bombardamento a tappeto di tutti gli altri paesi del mondo, Australia esclusa, perché "non voglio ferire alcun canguro / e poi hanno lì fanno surf"), i convenuti si sbellicano. Il massimo pregio di Live In London risiede nell'originalità del percorso a ritroso di Randy Newman, nella volontà di rendere ancor più segrete e circoscritte le tappe all'insegna dell'interiorità, più squillanti e coinvolgenti quelle consacrate al puro cabaret in musica. L'urgenza di pubblicare un lavoro simile (in quasi mezzo secolo di carriera, mai era capitato che Newman mandasse nei negozi due album nel giro di sette mesi) la spiega il diretto interessato nella breve intervista rintracciabile tra gli extras del dvd, allorché sostiene di essersi accorto, all'indomani dell'uscita di Harps And Angels ('08), di aver licenziato soltanto tre dischi in quindici anni ("Un fatto assolutamente imperdonabile"). Come infine tutto questo coaguli in ventidue canzoni di bellezza speciale pertiene, piuttosto che alle combinazioni del pentagramma, ai misteri della fede. Ma davanti a Live In London non si può non ricorrere alle parole del poeta inglese W. H. Auden, che compulsando i propri maestri non formulava altro se non un semplice ringraziamento: "Con affetto ripenso a tutti Voi: / senza di Voi non avrei mai composto / nemmeno il più scadente dei miei versi".

Perciò, grazie Randy. Il mondo non sarà il più piacevole dei luoghi, ma è anche grazie a canzoni come le tue se nel sopportarlo, tutto sommato, ce la caviamo ancora bene.


 

 

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