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Dolly Parton
Dolly
[Rca/Legacy, Box 4cd  2010]



Bisognerebbe andare oltre il promontorio delle tette e oltre il perenne aspetto da Barbie-lookalike (che all'età di 64 anni inizia a far ridere), oltre le amenità tipicamente made in Usa come il parco tematico a lei dedicato (Dollywood, situato in quel di Pigeon Forge, Tennessee, e, nelle intenzioni della proprietaria, un omaggio ai panorami e alla vita delle circostanti Smoky Mountains, porzione degli Appalachi tra North Carolina e, appunto, Tennessee); bisognerebbe farsi un baffo di tutte queste cose, che lambiscono la superficie senza incrinarla, dicendo dell'artista solo le cose più ovvie e coerenti con l'idea americana di spettacolo pubblico, sempre e comunque esagerato, pirotecnico e bigger than life, per capire che Dolly Parton è stata una delle più grandi artiste degli ultimi cinquant'anni, e non solo in ambito country. E se non vi fidate di me, date allora ascolto al parere un americanista dello spessore di Alessandro Portelli, che ne ha sempre sostenuto la caratura superiore e si è spesso soffermato sulla sua Coat Of Many Colors per desumerne eruditi ragionamenti sulle potenzialità della cultura popolare in America (il fatto che una ragazza contadina degli Appalachi più indigenti si sia trasformata in ricchissima icona country coinvolta in svariate attività filantropiche non poteva non affascinare l'autore umanista, e progressista, di "Taccuini americani" e "La linea del colore"), oppure prestate attenzione alle parole, sperticatamente elogiative, di un pugno di musicisti composto da Marty Stuart e Mindy Smith, da Wanda Jackson e Jon Langford, da Merle Haggard e John Sebastian.

Quelli appena citati sono solo alcuni tra i nomi che, una volta interpellati, hanno partecipato (con una frase, un apprezzamento o una testimonianza) alla stesura del booklet che accompagna Dolly, cofanetto di quattro cd dedicato alle registrazioni effettuate dalla biondocrinita cantante presso la Rca in un arco di tempo che va dal 1959 di una fanciullesca Puppy Love al 1993 della patinata (ma non disprezzabile) Romeo, quest'ultima condivisa con Billy Ray Cyrus, Tanya Tucker, Pam Tillis, Mary Chapin Carpenter e Kathy Mattea. Come dire, il meglio e il peggio della Nashville (allora) contemporanea, il papà di Hannah Montana e la star un tempo bambina di Delta Dawn insieme ad alcune tra le più serie e raffinate interpreti country-folk del periodo. Ma questo - la mescolanza postmoderna tra alto e basso, tra ostentazione e ristrettezza - è un paradigma che la carriera e la scrittura di Dolly Parton hanno seguito da sempre, di volta in volta e con costanza implacabile incrociando surreali esibizioni trash e severi ripiegamenti rootsy, sensualità sfacciata ed elogio di costumi morigerati, chiassosi sfoggi di pompa e raccolte adesioni agli spiritual più rigorosi.

Quando Dolly, nel 1967, appena uscita da una stamberga appalachiana le cui quattro mura erano né più né meno tutto il mondo osservato fino ad allora, cantava Dumb Blonde ("Solo perché sono bionda / Non devi credere sia una stupida / perché questa scema di bionda non è il gingillo di nessuno"), già i due estremi del suo universo, diviso tra una spudorata necessità di accettazione e la voglia di difendere ed esltare le radici del proprio mondo rurale, apparivano definiti senza possibilità d'equivoco. E' stata - è ancora - una facciata dell'America, Dolly Parton, uno specchio dove il paese dell'orgoglio contadino e delle baracconate camp poteva riflettersi con buona approssimazione, trovando poi compresa nel prezzo una coscienza femminista sempre vigile, solidale e talvolta commossa in cui tante donne si sono identificate. Dai tempi delle canzoncine incise in compagnia delle Merry Melody Singers, gruppo col quale pubblicò diversi singoli molto vicini all'estetica dei girl-combos degli anni '50 e '60 e che rendeva Dolly più affine, quindi, alle Dixie Cups o alle Shangri-Las che al country austero delle origini (difatti, nel 1965, interpretò anche un pezzo di Gerry Goffin e Carole King, I've Known You All My Life), la cantante ha sempre dimostrato di conoscere le durezze dell'amore (It's Sure Gonna Hurt) e le difficoltà, per una donna, di ottenere i propri riconoscimenti d'indipendenza (Nobody But You). Le collaborazioni con Porter Wagoner, del quale fu amante, ospite fissa in uno show televisivo e partner imprescindibile in una serie di ottimi dischi, la videro addentrarsi in tematiche sociali per l'epoca assai delicate (Jeannie's Afraid Of The Dark, del '68, parla di una coppia che non capisce come la paura del buio della figlia sia in realtà un oscuro presagio di morte incombente; in Down From Dover, l'anno dopo, una teenager incinta abbandonata dal ragazzo soffre di un aborto spontaneo), pescare qualche pezzo da novanta (Last Thing On My Mind di Tom Paxton, per esempio) dalla scena del nuovo folk che i parrucconi di Nashville inevitabilmente sottovalutavano e mutuarne il gusto per country gotico popolato da reietti e fantasmi.

Allorché Dolly ebbe poi la forza e la serenità per ragionare sul personale milieu, intelaiando una serie di album dove una rinnovata essenzialità country si mescolava con il brio dell'hillbilly, la speditezza del bluegrass, melodie indimenticabili e uno storytelling micidiale, iniziarono a fioccare i capolavori uno dietro l'altro. My Blue Ridge Mountain Boy ('69), Joshua ('71), Coat Of Many Colors ('71), Touch Your Woman ('72), My Tennessee Mountain Home ('73) e Jolene ('74), tutti strepitosi, costituiscono l'apogeo della carriera dell'artista, che da lì in poi inizierà volutamente ad esprimersi con maggiore ironia, maggior leggerezza e anche, sia detto senza biasimo, maggior attenzione alle sfumature pop del repertorio. Sebbene i dischi dal '75 in poi continuino ad essere notevoli, e talvolta bellissimi (è il caso di New Harvest... First Gathering ['77], foriero di una meraviglia country-soul quale Light Of A Clear Blue Morning, o di White Limozeen ['90], che a dispetto dell'orripilante copertina resta un signor album di country, cajun e canzone d'autore superbamente prodotto da Ricky Skaggs), il credito inesauribile di Dolly si crea essenzialmente nei titoli succitati, grazie a un sentimentalismo che sfocia spesso nel melodramma, a un incanto bucolico nasconde tragedie della solitudine, a confessioni gospel che incontrano la sofferenza del blues, a personaggi femminili che affrontano ogni sorta di difficoltà mantenendo la schiena dritta, al country che si trasforma in country-rock senza smarrire la consuetudine con una strumentazione tanto arcaica quanto vivace ed incalzante. E anche il peso specifico non certo esagerato delle produzioni anni '80, tutto sommato, chiude una sorta di cerchio, recuperando almeno in parte l'innocenza e l'ingenuità degli esordi ma affidandole a una diva pop invece che a una bambina appena sfuggita allo spettro della povertà.

Tra le tante dichiarazioni di stima di cui vi dicevo all'inizio, tra le liner-notes di Dolly ce n'è una di Dwight Yoakam, che tesse le lodi del songwriting dell'autrice (soffermandosi sulle sottigliezze di una To Daddy dove la piccola protagonista supplica il padre di non lasciare la madre e non disintegrare la famiglia) e ne paragona la statura aristica a quella di Kitty Wells o Mother Maybelle Carter, nientemeno. Eppure non si tratta di pura sfacciataggine apologetica. Non solo, perlomeno. Come il presente cofanetto illustra, senza possibilità d'equivoco, anche a coloro che il vibrato sospiroso della Parton proprio non lo sopportano, qui c'è una storia americana che valeva la pena raccontare, e riguarda la promessa di un'opportunità e di un futuro intrinseca all'anima del paese stesso. Qualcuno l'ha colta al volo, questa promessa, l'ha cantata dicendo che gli ieri se vanno di colpo ma il domani è per sempre (Tomorrow Is Forever, '69) e ci ha appiccicato sopra il proprio nome, che per battesimo fa Dolly Rebecca. Se storie simili vi affascinano, ora che è uscito Dolly non avete più motivo per non farne la conoscenza.
(Gianfranco Callieri)


www.dollyparton.com
www.legacyrecordings.com

 










 

 

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