Mentre
dalle parti di Viale Mazzini, nei paludati uffici della Rai, la dg Lorenza Lei
decide di aumentare il canone, la BBC - l'azienda pubblica radiotelevisiva d'Inghilterra
- invita il grande Randy Newman a esibirsi, accompagnato dalla prestigiosa
BBC Concert Orchestra (sotto la direzione di Robert Ziegler), presso la chiesa
sconsacrata di St. Luke, magnifico edificio di Islington dalla straordinaria resa
acustica (infatti è il quartier generale della London Symphony Orchestra), allo
scopo di registrare uno speciale. Inevitabile incavolarsi, progettare una qualche
forma di disobbedienza civile nei confronti dell'onere di pagamento del canone
Rai, ma per fortuna che a rasserenare gli animi provvede lo splendore incontaminato
di Live In London, testimonianza discografica su cd e dvd del summenzionato
programma, per Newman la seconda occasione in un anno, a pochi mesi di distanza
dall'eccellente The Randy Newman Songbook Vol.2 (e a otto stagioni dall'inarrivabile
Vol.1), per misurarsi con pagine vecchie e nuove del proprio repertorio ed ennesimo
centro pieno per un artista che, di suonare banale e prevedibile, proprio non
vuol saperne. Nelle recensioni dell'album capitatemi sottomano, sempre troppo
poche rispetto al valore intrinseco del prodotto, la posizione del critico di
turno oscilla, in genere, tra l'apprezzamento del corredo orchestrale e la censura
dello stesso, tra chi lo considera un emulsionante delle virtù dell'autore e chi
invece ritiene arrechi nocumento alla naturale intimità di una scrittura nata
dall'incontro solitario tra l'uomo e il pianoforte. Troppo facile, naturalmente.
La verità è che Live In London, alla stregua di gran parte della miglior
produzione di Newman, vive del perenne accavallarsi di contrasti e paradossi dall'effetto
invariabilmente omoteleutico, poiché in fin dei conti, il contenuto delle canzoni
del nostro è uno e uno soltanto: essendo il mondo un luogo ingiusto e crudele
(sentite The World Isn't Fair, strampalata
confutazione delle teorie economiche del piccolo Karl Marx), tanto vale ridere
sopra a qualsiasi cosa. Il primo contrasto evidenziato da Live In London è quello
tra il portamento di Newman, sempre più simile a un grumpy old man incollerito
con l'intero genere umano, e il contegno irreprensibile dell'orchestra, al punto
che in certi momenti (si veda l'esilarante introduzione a I'm
Dead (But I Don't Know It), con le istruzioni di canto al pubblico)
sembra di assistere alla pochade tra un vegliardo impossibile e il gruppo di azzimati
professionisti che lo circonda. Il secondo risiede nello stridore tra la voce
del nostro, affaticata, difficoltosa, sempre sul punto di spezzarsi o in procinto
di tirare il fiato per non sparire, e la chiarezza timbrica di legni e ottoni
tirati a lucido. Il terzo, e più importante, sta nell'attitudine di Newman a dire
cose terribili col sorriso sulle labbra, sorriso peraltro contagioso anche per
chi lo ascolta: vedere gli spettatori del concerto sorridere beati durante l'esecuzione
della beffarda Short People ("Le persone basse
non hanno motivo di vivere / Non voglio persone basse qui intorno") fa un certo
effetto. In alcuni casi, per esempio su Marie,
Real Emotional Girl e I
Miss You, le ballate più gonfie di sentimento (non necessariamente
amoroso), l'accompagnamento dell'orchestra è minimale e discreto, quasi non volesse
invadere la sfera personale di composizioni intrise di malinconia e rimpianti.
La stessa discrezione spunta di fronte al vaudeville di
Laugh And Be Happy o al ritmo acceso di una bluesata You
Can Leave Your Hat On, ma si infrange nei frizzanti crescendo di un'acrobatica
The Great Nations Of Europe e nel cinemascope
quasi morriconiano di Sail Away: un'altra
contraddizione, insomma, giacché i brani meno elaborati rimangono intatti, mentre
quelli già contrassegnati da un'architettura di maggior pesantezza si fanno carico
di un'ulteriore ondata di suoni.
Del resto, l'improbabile coincidenza
degli opposti è uno dei segreti dell'arte di Randy Newman, la formula alchemica
in grado di ispirare i suoi racconti brevi sull'ingenuità di una nazione eternamente
bambina dove civiltà e barbarie si intercalano di continuo, producendo quadretti
dal valore comico non irrilevante: quando Newman si tuffa nell'invettiva surreale
di Political Science (dove auspica, da parte
dei connazionali americani, un bombardamento a tappeto di tutti gli altri paesi
del mondo, Australia esclusa, perché "non voglio ferire alcun canguro / e poi
hanno lì fanno surf"), i convenuti si sbellicano. Il massimo pregio di Live
In London risiede nell'originalità del percorso a ritroso di Randy Newman,
nella volontà di rendere ancor più segrete e circoscritte le tappe all'insegna
dell'interiorità, più squillanti e coinvolgenti quelle consacrate al puro cabaret
in musica. L'urgenza di pubblicare un lavoro simile (in quasi mezzo secolo di
carriera, mai era capitato che Newman mandasse nei negozi due album nel giro di
sette mesi) la spiega il diretto interessato nella breve intervista rintracciabile
tra gli extras del dvd, allorché sostiene di essersi accorto, all'indomani dell'uscita
di Harps And Angels ('08), di aver licenziato soltanto tre dischi in quindici
anni ("Un fatto assolutamente imperdonabile"). Come infine tutto questo coaguli
in ventidue canzoni di bellezza speciale pertiene, piuttosto che alle combinazioni
del pentagramma, ai misteri della fede. Ma davanti a Live In London non si può
non ricorrere alle parole del poeta inglese W. H. Auden, che compulsando i propri
maestri non formulava altro se non un semplice ringraziamento: "Con affetto ripenso
a tutti Voi: / senza di Voi non avrei mai composto / nemmeno il più scadente dei
miei versi".
Perciò, grazie Randy. Il mondo non sarà il più piacevole
dei luoghi, ma è anche grazie a canzoni come le tue se nel sopportarlo, tutto
sommato, ce la caviamo ancora bene.