Bisognerebbe andare oltre il promontorio delle tette e oltre
il perenne aspetto da Barbie-lookalike (che all'età di 64
anni inizia a far ridere), oltre le amenità tipicamente made
in Usa come il parco tematico a lei dedicato (Dollywood,
situato in quel di Pigeon Forge, Tennessee, e, nelle intenzioni
della proprietaria, un omaggio ai panorami e alla vita delle
circostanti Smoky Mountains, porzione degli Appalachi tra
North Carolina e, appunto, Tennessee); bisognerebbe farsi
un baffo di tutte queste cose, che lambiscono la superficie
senza incrinarla, dicendo dell'artista solo le cose più ovvie
e coerenti con l'idea americana di spettacolo pubblico, sempre
e comunque esagerato, pirotecnico e bigger than life,
per capire che Dolly Parton è stata una delle più grandi
artiste degli ultimi cinquant'anni, e non solo in ambito country.
E se non vi fidate di me, date allora ascolto al parere un
americanista dello spessore di Alessandro Portelli, che ne
ha sempre sostenuto la caratura superiore e si è spesso soffermato
sulla sua Coat Of Many Colors per desumerne eruditi ragionamenti
sulle potenzialità della cultura popolare in America (il fatto
che una ragazza contadina degli Appalachi più indigenti si
sia trasformata in ricchissima icona country coinvolta in
svariate attività filantropiche non poteva non affascinare
l'autore umanista, e progressista, di "Taccuini americani"
e "La linea del colore"), oppure prestate attenzione
alle parole, sperticatamente elogiative, di un pugno di musicisti
composto da Marty Stuart e Mindy Smith, da Wanda Jackson e
Jon Langford, da Merle Haggard e John Sebastian.
Quelli appena citati sono solo alcuni tra i nomi che, una
volta interpellati, hanno partecipato (con una frase, un apprezzamento
o una testimonianza) alla stesura del booklet che accompagna
Dolly, cofanetto di quattro cd dedicato alle
registrazioni effettuate dalla biondocrinita cantante presso
la Rca in un arco di tempo che va dal 1959 di una fanciullesca
Puppy Love al 1993 della
patinata (ma non disprezzabile) Romeo,
quest'ultima condivisa con Billy Ray Cyrus, Tanya Tucker,
Pam Tillis, Mary Chapin Carpenter e Kathy Mattea. Come dire,
il meglio e il peggio della Nashville (allora) contemporanea,
il papà di Hannah Montana e la star un tempo bambina di Delta
Dawn insieme ad alcune tra le più serie e raffinate interpreti
country-folk del periodo. Ma questo - la mescolanza postmoderna
tra alto e basso, tra ostentazione e ristrettezza - è un paradigma
che la carriera e la scrittura di Dolly Parton hanno seguito
da sempre, di volta in volta e con costanza implacabile incrociando
surreali esibizioni trash e severi ripiegamenti rootsy, sensualità
sfacciata ed elogio di costumi morigerati, chiassosi sfoggi
di pompa e raccolte adesioni agli spiritual più rigorosi.
Quando
Dolly, nel 1967, appena uscita da una stamberga appalachiana
le cui quattro mura erano né più né meno tutto il mondo osservato
fino ad allora, cantava Dumb Blonde
("Solo perché sono bionda / Non devi credere sia una stupida
/ perché questa scema di bionda non è il gingillo di nessuno"),
già i due estremi del suo universo, diviso tra una spudorata
necessità di accettazione e la voglia di difendere ed esltare
le radici del proprio mondo rurale, apparivano definiti senza
possibilità d'equivoco. E' stata - è ancora - una facciata
dell'America, Dolly Parton, uno specchio dove il paese
dell'orgoglio contadino e delle baracconate camp poteva riflettersi
con buona approssimazione, trovando poi compresa nel prezzo
una coscienza femminista sempre vigile, solidale e talvolta
commossa in cui tante donne si sono identificate. Dai tempi
delle canzoncine incise in compagnia delle Merry Melody Singers,
gruppo col quale pubblicò diversi singoli molto vicini all'estetica
dei girl-combos degli anni '50 e '60 e che rendeva Dolly più
affine, quindi, alle Dixie Cups o alle Shangri-Las che al
country austero delle origini (difatti, nel 1965, interpretò
anche un pezzo di Gerry Goffin e Carole King, I've Known
You All My Life), la cantante ha sempre dimostrato di
conoscere le durezze dell'amore (It's
Sure Gonna Hurt) e le difficoltà, per una donna,
di ottenere i propri riconoscimenti d'indipendenza (Nobody
But You). Le collaborazioni con Porter Wagoner,
del quale fu amante, ospite fissa in uno show televisivo e
partner imprescindibile in una serie di ottimi dischi, la
videro addentrarsi in tematiche sociali per l'epoca assai
delicate (Jeannie's Afraid Of The
Dark, del '68, parla di una coppia che non capisce
come la paura del buio della figlia sia in realtà un oscuro
presagio di morte incombente; in Down
From Dover, l'anno dopo, una teenager incinta abbandonata
dal ragazzo soffre di un aborto spontaneo), pescare qualche
pezzo da novanta (Last Thing On My
Mind di Tom Paxton, per esempio) dalla scena del
nuovo folk che i parrucconi di Nashville inevitabilmente sottovalutavano
e mutuarne il gusto per country gotico popolato da reietti
e fantasmi.
Allorché Dolly ebbe poi la forza e la serenità per ragionare
sul personale milieu, intelaiando una serie di album dove
una rinnovata essenzialità country si mescolava con il brio
dell'hillbilly, la speditezza del bluegrass, melodie indimenticabili
e uno storytelling micidiale, iniziarono a fioccare i capolavori
uno dietro l'altro. My Blue Ridge Mountain Boy ('69), Joshua
('71), Coat Of Many Colors ('71), Touch Your Woman ('72),
My Tennessee Mountain Home ('73) e Jolene ('74), tutti strepitosi,
costituiscono l'apogeo della carriera dell'artista, che da
lì in poi inizierà volutamente ad esprimersi con maggiore
ironia, maggior leggerezza e anche, sia detto senza biasimo,
maggior attenzione alle sfumature pop del repertorio. Sebbene
i dischi dal '75 in poi continuino ad essere notevoli, e talvolta
bellissimi (è il caso di New Harvest... First Gathering ['77],
foriero di una meraviglia country-soul quale Light
Of A Clear Blue Morning, o di White Limozeen ['90],
che a dispetto dell'orripilante copertina resta un signor
album di country, cajun e canzone d'autore superbamente prodotto
da Ricky Skaggs), il credito inesauribile di Dolly si crea
essenzialmente nei titoli succitati, grazie a un sentimentalismo
che sfocia spesso nel melodramma, a un incanto bucolico nasconde
tragedie della solitudine, a confessioni gospel che incontrano
la sofferenza del blues, a personaggi femminili che affrontano
ogni sorta di difficoltà mantenendo la schiena dritta, al
country che si trasforma in country-rock senza smarrire la
consuetudine con una strumentazione tanto arcaica quanto vivace
ed incalzante. E anche il peso specifico non certo esagerato
delle produzioni anni '80, tutto sommato, chiude una sorta
di cerchio, recuperando almeno in parte l'innocenza e l'ingenuità
degli esordi ma affidandole a una diva pop invece che a una
bambina appena sfuggita allo spettro della povertà.
Tra le tante dichiarazioni di stima di cui vi dicevo all'inizio,
tra le liner-notes di Dolly ce n'è una di Dwight Yoakam,
che tesse le lodi del songwriting dell'autrice (soffermandosi
sulle sottigliezze di una To Daddy
dove la piccola protagonista supplica il padre
di non lasciare la madre e non disintegrare la famiglia) e
ne paragona la statura aristica a quella di Kitty Wells o
Mother Maybelle Carter, nientemeno. Eppure non si tratta di
pura sfacciataggine apologetica. Non solo, perlomeno. Come
il presente cofanetto illustra, senza possibilità d'equivoco,
anche a coloro che il vibrato sospiroso della Parton proprio
non lo sopportano, qui c'è una storia americana che valeva
la pena raccontare, e riguarda la promessa di un'opportunità
e di un futuro intrinseca all'anima del paese stesso. Qualcuno
l'ha colta al volo, questa promessa, l'ha cantata dicendo
che gli ieri se vanno di colpo ma il domani è per sempre (Tomorrow
Is Forever, '69) e ci ha appiccicato sopra il proprio
nome, che per battesimo fa Dolly Rebecca. Se storie simili
vi affascinano, ora che è uscito Dolly non avete più motivo
per non farne la conoscenza. (Gianfranco Callieri)