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Josh Ritter
Cronache dal Territorio Perduto

- a cura di Marco Denti -

Josh Ritter
Una grande gloriosa sfortuna

[NNEditore, pp.272]

I miti americani sono restii a morire, proprio perché è l’idea di un’intera nazione che si regge su quei pilastri ingombranti ed effimeri, e qui ci sono tutti: la frontiera, il duro lavoro, la natura selvaggia e la conquista e il possesso della terra che poi è alla base della trama di Una grande, gloriosa sfortuna. Le valenze metaforiche che alimentano il romanzo hanno un senso particolare per come le rivede lo stesso Josh Ritter, dato che quel sistema di visioni resiste nel tempo: Una grande, gloriosa sfortuna è proprio quella ereditata da Weldon Applegate, che a tredici anni perde il padre e si ritrova proprietario di un appezzamento di foresta nell’Idaho, in un luogo irraggiungibile chiamato, non a caso, Territorio Perduto.

Il senso della sfida è ben riposto nelle parole dello stesso Weldon Applegate: “Ho un’ascia che riesco a malapena a sollevare, e scarponi così nuovi che mi hanno fatto venire le vesciche. Non so cucinare un tubo, non so affilare una lama, non so nemmeno usare una sega. So accendere un fuoco, ma solo se mi date un fiammifero e un mezzo secchio di cherosene. Ho freddo, ho fame, e a parte questo terreno, non ho un singolo, misero centesimo, nemmeno uno. Ma sono il figlio di Tom Applegate e lui è morto su questa terra, perciò sono qui per fare qualunque cosa serva, e farò del mio meglio, e se non sono capace di fare qualcosa imparerò, o morirò provandoci”. Le ripetute prove che deve affrontare sono una sorta di ordalia: il disboscamento riempie pagine di epici dettagli in cui i taglialegna sopportano stoicamente il rischio costante degli incidenti (segare gli alberi è un’attività pericolosa, ancora oggi), i ritmi feroci della giornata lavorativa, l’orribile cucina da campo, il freddo, il buio, la solitudine, le pulci, le scoregge e, in cima alla lista, le angherie di Linden Laughlin che ben rappresentano, dietro la patina della retorica del coraggio, dell’onesta sofferenza e dell’infaticabilità, il senso dello sfruttamento indiscriminato delle persone e delle risorse naturali. E questo non è un mito che viene raccontato spesso.

Per reggere quella vita che “viene incontro”, la costruzione di miraggi e chimere è incessante, così come la loro decadenza, e per Weldon Applegate, va messa in conto, necessariamente, la dedizione per Bud Maynard, un attore famoso agli albori della cinematografia. Il fascino dei suoi film proietta un’altra storia tra le pieghe di Una grande, gloriosa sfortuna: con il successo che va scemando, Bud Maynard si trasferisce nei dintorni di Cordelia, la cittadina dove tutto comincia e finisce, e il tramonto della sua carriera hollywoodiana diventa un altro presagio da decifrare. La sua presenza è un utile diversivo che aiuta a collegare le due versioni di Weldon Applegate, l’adolescente e l’anziano di novantanove anni, visto che Una grande, gloriosa sfortuna si tramanda come un riverbero che si propaga per anni e anni e anni. Il passato di uno è il futuro dell’altro e lì in mezzo c’è la terra di nessuno della memoria che “tende a ingigantire le cose, a migliorarle. Le difficoltà si fanno più difficili, i momenti belli paiono ancora più belli, e un’intera vita assume un’aura mistica che solo i ricordi possono darle”. Non è soltanto una questione personale per Weldon Applegate: è tutta un’era che finisce insieme a Cordelia e al Territorio Perduto.

Rimbalzate di un secolo, le logiche del West si risolvono in uno scontro con il diretto vicino, Joe Moffreau, che sta dall’altra parte della strada, con tutte le sue fandonie, come se le aspettative sul controllo del territorio (perduto, e non) si siano ridotte a tutelare l’ingresso di casa, e poco altro. Il confronto si trasforma in una guerra d’attrito dalle conseguenze imprevedibili ed è dove la voce del protagonista assoluto di Una grande, gloriosa sfortuna si sente con maggior forza, così come spiegava Josh Ritter: “Come scrittore, ho sempre avuto paura di avere una riserva limitata di personaggi o di canzoni nella mia testa. Ho lottato così tanto con questa percezione nella mia musica, che, quando ho iniziato a lavorare con Weldon Applegate, ho lasciato uscire la sua voce, e ho capito che c’era un pozzo lì, tutto da esplorare. Ci sono tutti i personaggi laggiù, e ho cominciato a pensare che verranno sempre. Io devo solo ascoltarli”. Dalla disputa del Territorio Perduto, poi riproposta in sedicesimi nella diatriba con l’insopportabile Joe Moffreau, anche dal punto di vista verbale stiamo parlando di una rappresentazione chiara e comprensibile della lotta per il controllo del territorio, che ha i contorni di qualcosa di animalesco, e nella versione aggiornata e ridotta ai nostri giorni, è la conferma, come si dice nello shakespeariano Re Lear, (uno dei principali punti di riferimento di Josh Ritter) che “da niente non verrà fuori niente”. E siamo lì, e da lì non ci si muove.

Gospel Hump Wilderness, Idaho Selway Bitterroot Wilderness, Idaho

La maestosità del paesaggio, della montagna, degli alberi e più in generale della wilderness ha un valore a più livelli. Partono dall’esperienza autobiografica di Josh Ritter, che ha trovato l’occasione per precisare le coordinate sulla mappa: “In poche parole, si tratta dell paesaggio dell’Idaho settentrionale. Ho iniziato la mia vita come romanziere con il desiderio di catturare la bellezza di quel luogo, e sapevo di non essere pronto con il mio primo romanzo. Ci è voluta la fiducia sorta con quell’esperienza per farmi sentire che era giunto il momento di provare. Sono cresciuto con le montagne accanto, e con la nozione che qualcosa di colossale fosse già lì prima che io nascessi. È stato come se, in un certo senso, il mondo del mito fosse finito con la mia nascita, e il mondo moderno avesse inglobato i boschi. Volevo tornare a un tempo in cui i boschi erano pieni di magia e la natura era la principale protagonista”. Quell’afflato si presenta con regolarità come un refrain, almeno quanto la coabitazione con il bagaglio musicale che filtra in continuazione nelle ricostruzioni di Josh Ritter: “Ho scritto il romanzo come una specie di canzone d’amore alla sensazione di essere inghiottito dai pini e perso in montagna”. L’insistere sull’habitat delle canzoni è logico, vista la carriera parallela di songwriter, ma c’è qualcosa in più che affiora nel corso di Una grande, gloriosa sfortuna: “Diventare un romanziere, per me, ha significato imparare a creare in un ambiente che è completamente diverso da quello del musicista e del cantautore. La fame, però, è la stessa. La stessa voglia di comunicare con il mondo alimenta entrambe le pratiche. Sono un ragazzo timido. Non mi avvicino al mondo facilmente. Ecco perché ho iniziato a cantare, ed è per questo che ho cominciato a scrivere romanzi”.

L’elenco di brani che echeggiano nel romanzo è un piccolo saggio di musica tradizionale americana: Beautiful Dreamer, My Old Kentucky Home, Sally In The Garden, Crockett’s Honeymoon, Hot Town, Charlie Is My Dandy Man, Sugar Boo (al quale Josh Ritter aggiunge Some Somewhere) conducono in quella che Greil Marcus chiamava la “repubblica invisibile”, il substrato del folklore di cui si nutre l’identità americana e che Josh Ritter conosce a fondo. Se “le canzoni non muoiono mai”, e restano un veicolo straordinario e inarrestabile, da Paul Bunyan alla cultura nativa (ben rappresentata dalla figura della Strega e dai suoi portenti) è un arcano che che Josh Ritter ha intuito da tempo, costruendoci sopra, come ben sappiamo, uno sterminato repertorio di ballate. La componente leggendaria ed eccentrica avvolge tutta la storia di Una grande, gloriosa sfortuna, i contrasti sono fortissimi e la scrittura è aspra e spontanea, senza additivi, a chilometro zero. Josh Ritter ha un orecchio specifico per le voci dei personaggi, che parlano come mangiano e sono fieri delle loro attitudini (“La gente crede a qualsiasi follia, dalla necessità di essere astemi alla religione, ma io cerco di non dare retta a quelli che strombazzano le proprie virtù dai cocuzzoli delle montagne”, e tanto basta), ma sa anche districarsi dai loro limiti linguistici per raccontare la bellezza della natura, la grandiosità dei conflitti e tutte le asperità endemiche alla vita di frontiera e del West.

Il mistero si associa anche a una certa grazia, maturata con le letture di Muriel Spark, Tom Robbins, Philip Dexter, Stephen King, a cui Josh Ritter ha attinto a piene mani, senza nasconderlo: “Ho imparato che le parole, l’acqua, riempiono qualsiasi recipiente in cui si sceglie di versarli. Un sonetto è un bicchiere d’acqua, una canzone è un altro bicchiere. Un romanzo è un secchio dalla forma buffa. L’acqua è la stessa, ma la forma che assume è mutevole. Come cantautore, devo dire che mi sono abituato agli applausi alla fine della mia giornata, ma quell’applauso non sembra arrivare mai quando riesco a scrivere un paragrafo da solo nella mia cucina”. E come ogni favola che si rispetti, perché Una grande gloriosa sfortuna è anche questo, non manca una spicciola morale, che si può riassumere così, con le parole di un maturo Weldon Applegate: “Chi vi dice di essere stato deluso da voi dice un mare di cazzate, potete anche ignorarlo. Significa solamente che state facendo ciò che volete e non quello che loro vorrebbero che faceste. Le persone che vi vogliono bene sul serio non vi diranno mai che le avete ferite”. Per Josh Ritter questo ha un significato ben preciso: “Gli eroi creativi sono sempre alla ricerca di persone che spingono grandi trasformazioni nella loro arte e cambiano continuamente. E riescono ad avere vite e famiglie che non sono consumate dalla loro arte. La loro arte non li mangia. Riescono ad alimentare il fuoco senza bruciarsi”. È un po’ il nocciolo duro e succoso di Una grande, gloriosa sfortuna, che è espresso con chiarezza da Josh Ritter, ancora una volta attraverso Weldon Applegate: “Penso sia questo che ricerchiamo nei nostri miti: la speranza di essere compresi”. Ognuono ha i suoi e le fonti di ispirazione dichiarate sono Bob Dylan, Leonard Cohen, Gillian Welch, Paul Simon e, più di tutti, Tom Waits. Non avevamo dubbi.

Dal blog di BooksHighway, la recensione di "Una grande, gloriosa sfortuna"


    

 

foto: © Laura Wilson

Josh Ritter, un ritratto e la discografia su RootsHighway

- a cura di Fabio Cerbone -

Tra i protagonisti più brillanti ed espressivi dell’ultima generazione di folksinger americani, Josh Ritter, originario di Moscow, Idaho, innamorato dell’Irlanda (terra che gli ha portato molta fortuna a inizio carriera), vive da qualche anno in una casa a Woodstock, ha ascoltato certamente Bob Dylan (e altrettanto Leonard Cohen e Paul Simon) e adora William Shakespeare. Ce n’è abbastanza per tracciare un primo sommario ritratto di un autore che insieme a poche altre voci - da Ryan Adams a Damien Rice, passando per Ray Lamontagne e Iron & Wine, giusto per citare qualche “anima gemella” - ha aggiornato le coordinate del linguaggio folk rock negli ultimi vent’anni.

Da tanto dura la sua carriera, partita nella più austera indipendenza e dalla fragilità dell’omonimo Josh Ritter (1999), nel solco di una tradizione acustica, per allargarsi, di disco in disco, a nuovi traguardi sonori. Dieci album e altrettante giravolte, Ritter ha saputo mantenere però un nucleo caratteristico da storyteller predestinato (da qui il dialogo aperto e costante con la letteratura), riuscendo anche a sperimentare con il pop d’autore, con la modernità e persino qualche briciolo di avanguardia rock, tornando infine sui suoi passi, nell’età “adulta” della sua ispirazione.

Dal primo vero esordio internazionale con Golden Age of Radio (2002) all'affermazione di Hello Starling (2003), fino a raggiungere l'equilibrio di stili dei più recenti Sermon On the Rocks (2015) Gathering (2017) e Fever Breaks (2019), quest'ultimo inciso con il supporto dei 400 Unit di Jason Isbell, Josh Ritter ha cantato l’America, o meglio un’idea interiore e autobiografica di America, attraverso l’amore e le emozioni, non mancando di farsi suggestionare dalla lettura di Mark Twain (nello splendido affresco di The Animal Years, 2006), dalle tentazioni e dalla complessità della storia umana (nell’ambizioso The Historical Conquests of Josh Ritter, 2007), o ancora rubando titoli all’amato Shakespeare (So Runs the World Away, 2010, forse il suo lavoro più articolato anche a livello musicale). Non si è fatto mancare neppure il classico disco da “fine rapporto”, cronaca di un matrimonio in frantumi testimoniata in The Beast in Its Tracks (2015), e forse proprio da lì ha cercato di ricostruire, con una nuova famiglia e una figlia adottata, uno stile più intimo e diretto, animato da tubolenze poetiche e sentimentali.

Un dato è certo dopo tutti questi anni di costante presenza sulla scena: vista in prospettiva la produzione di Josh Ritter è tra le più corpose e significative offerte dalla canzone d’autore americana nel nuovo millennio
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