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Lonely Girls
Il roots rock al femminile (2000-2010)


- Uno speciale a cura di Gianluca Serra -

È indubbio che negli ultimi anni stiamo assistendo ad un vero e proprio rinascimento del genere Americana al femminile. Se pochi dubbi potevamo nutrire sulla qualità di alcune inossidabili, quanto ancora indispensabili “storiche” artiste come Lucinda Williams, Gillian Welch e Natalie Merchant, i cui recenti album costituiscono probabilmente quanto di meglio la musica a stelle e strisce possa oggi offrire, la buona notizia giunge semmai dalla maturazione di altri nomi che stanno fortunatamente confermando le intuizioni dimostrate nei lavori degli anni giovanili. Ci riferiamo in particolare a Joan Shelley, il cui Real Warmth del 2025 l’ha definitivamente collocata tra le principali cantautrici contemporanee, ma anche a Courtney Marie Andrews il cui recente Valentine si candida ad essere uno tra i lavori più interessanti di questo 2026. Non possiamo poi non apprezzare anche il fiorire di tante giovani artiste (tra le quali vale la pena citare quanto meno Kiely Connell, Margo Cilker, Sophie Gault) che si stanno distinguendo con proposte musicali cariche di una rinnovata energia e vitalità.

Ci è sembrato quindi interessante cogliere questo buon momento per voltare lo sguardo al passato ed esattamente al decennio 2000 – 2010, quando il “roots rock al femminile” divenne un fenomeno d’eccellenza grazie all’affermazione contemporanea di un gruppo di straordinarie artiste che cambiarono decisamente il corso del genere Americana. Favorite da un rinnovato interesse verso la musica e le tradizioni del passato (dopo un decennio monopolizzato dai volumi altissimi e distorti del grunge), queste artiste si mossero ostinatamente ai margini del confortevole mainstream di Nashville, determinate a portare avanti un percorso artistico alternativo, indipendente quanto mai credibile. Accumunate da esperienze di vita spesso drammatiche, molte di loro trovarono nella musica e nello storytelling il mezzo ideale per esorcizzare i propri fantasmi personali e cercare qualche forma di redenzione.

Gillian Welch and David Rawlings - The Way It Goes
(Live @ Conan 2011)
Lucinda Williams - You Can't Rule Me and Man Without a Soul (live acoustic In My Room)

Più che il successo o la notorietà, si impegnarono nel dare dignità a storie dimenticate dalle prime pagine, come la caduta nelle dipendenze, le sconfitte e i fallimenti spesso ambientati in sonnolente province sperdute, i legami spezzati, le fughe verso il nulla, ma anche l’evocazione di fantasmi di un passato duro e violento, preferibilmente da mantenere sotterrato in qualche archivio impolverato. Anche musicalmente si mossero ai margini del country radiofonico e patinato, virando verso percorsi alternativi e sperimentali non sempre digeribili per il grande pubblico. Nel loro eterogeneo percorso artistico è possibile riscontrare come elemento di accomunanza, l’ostinata ricerca della purezza originale dei suoni (e dell’immaginario) della grande tradizione americana.

Dal recupero rigoroso e austero delle ballate ancestrali dei monti Appalachi, al rock ruvido e sanguigno dei 70s, dal country fuorilegge di Hank Williams, ai blues languidi delle paludi della Louisiana, fino alle incursioni in deviazioni psichedeliche o sperimentazioni jazz, la proposta musicale di queste artiste dimostrò come fosse possibile maneggiare il passato in modo assolutamente lucido, moderno e personale, lasciando in eredità alla generazioni future un genere “Americana” certamente rinnovato e aperto a nuove strade.

La nostra retrospettiva non può che partire da Gillian Welch e Lucinda Williams, due straordinarie artiste che dalla seconda metà degli anni Novanta posero le basi per quella rivoluzione silenziosa, che sarebbe poi esplosa nel decennio successivo. Proseguiremo approfondendo il percorso musicale di altre due grandi quanto indispensabili artiste che, accumunate da drammi personali, trovarono nella musica la forza per rinascere: parliamo ovviamente di Mary Gauthier e Cindy Bullens (ora Cidny, a seguito del cambio di sesso avvenuto nel 2012). Sarà poi la volta della straordinaria Natalie Merchant, artista che seppur proveniente da un percorso musicale non esattamente “roots”, ampliò, proprio nel decennio dei Duemila, le prospettive del proprio songwriting, abbracciando suoni e tradizioni del passato e regalando opere mature ed emozionanti.

Non mancheremo poi di lanciare uno sguardo anche al resto del gruppo, parliamo delle altre “outsiders”, ovvero quelle artiste che seppur non riuscirono a mantenere nel tempo gli standard degli esordi, si impegnarono con onestà e dedizione alla causa, regalando una manciata di splendidi album che vorremmo preservare dalla voracità di un’epoca liquida come la nostra dove tutto è instabile e nulla rimane. Concluderemo infine con “quella sporca dozzina”, ovvero i 12 album più rappresentativi delle 12 artiste che abbiamo ricordato nel nostro approfondimento.



 Gillian Welch: I dream the highway

Originaria di New York, dove venne adottata da una coppia di noti compositori di musica per spettacoli, Gillian Welch si trasferì presto con i genitori a Los Angeles. Cresciuta con la musica folk americana e in particolare con la Carter Family, Woody Guthrie e il primo Bob Dylan, durante gli anni all’Università della California Santa Cruz (dove si laureò in fotografia) intraprese le prime esperienze come musicista suonando in vari gruppi musicali universitari.

Il punto di svolta avvenne quando, una volta laureata, decise di spostarsi a Boston per frequentare il Barklee College of Music, dove si specializzò proprio in songwriting. Fu li che Gillian conobbe David Rawlings, il suo futuro partner musicale. Decisa ad immergersi completamente nei luoghi d’origine dei suoi eroi, Gillian, oramai trentenne, si trasferì a Nashville dove, raggiunta da David Rawlings, formò un duo folk che iniziò a battere i locali per farsi conoscere. Sarà proprio durante un concerto allo Station Inn, un piccolo locale bluegrass poco distante dal Music Row, che il duo colse l’attenzione di T-Bone Burnette che si dichiarò intenzionato a produrre loro un album.

Questa in breve è la storia di Revival (Almo Sounds, 1996) l’album d’esordio di Gillian Welch che favorì, in un decennio colorato dal grunge, dall’elettricità e dai suoni distorti, un recupero impensabile quanto diffuso dell’interesse verso i suoni minimali ed acustici delle radici della musica americana. È indubbio che la musica di Revival sembri provenire da un passato ancestrale, affascinante quanto dimenticato, ma è pur vero, come allora riconobbero tutte le riviste specializzate, che il duo Wech-Rawlings ebbe il merito di riproporre gli schemi della tradizione con un’energia, un’intelligenza ed una cura per i dettagli da far apparire le 10 canzoni dell’album come qualcosa di assolutamente fresco, quanto moderno.

T-Bone Burnette capì subito che la forza del duo risiedeva proprio nella straordinaria quante illuminante potenza delle loro scarne e apparentemente semplici canzoni, che attualizzavano un passato rurale e primordiale di un’America dura, fatta di sconfitte quotidiane, di povertà e violenza, il tutto anestetizzato da una religiosità ossessiva quanto totalizzante. Molto poco fu quindi aggiunto dal produttore, che ebbe la lucidità di cogliere l’essenzialità acustica del duo amplificando semmai l’atmosfera austera e gotica delle dark ballads con l’aggiunta di echi lontani provenienti da chitarre elettriche distorte, esperimento che avrebbe riproposto per certi versi un decennio dopo, contribuendo a fare di Life, Death Love and Freedom il capolavoro della maturità artistica di John Mellencamp.

Seppure i fantasmi della grande depressione ed i richiami alla musica degli Appalachi fossero già stati ripresi qualche anno prima dagli Uncle Tupelo nell’album prodotto da Peter Buick March 16-20, 1992, il biennio 1995-97 rappresenta senz'altro il periodo del look back della musica americana, oramai satura dei volumi altissimi di un grunge in punto di morte e sempre più affascinata dal proprio passato. A vincere il Grammy Award for "Best Contemporary Folk Album" quell’anno sarà Bruce Springsteen con The Ghost of Tom Joad, proprio davanti a Revival, così come in quel biennio furono pubblicati i principali album della nuova scena alternative-country (Son Volt, Wilco, Bottle Rockets, Handsome Family, Sixteen Horsepower etc.).

Il copione si ripeté con Hell Among the Yearlings (Almo Sounds, 1998) dove il duo Wech-Rawlings proseguì nell’indagine dei fantasmi delle tradizioni ancestrali, regalando ulteriori 11 straordinarie ballate rurali che narrano di incidenti in miniera, stupri e odi alla morfina come anestetico al dolore. Il 2000 fu l’anno d’oro per la Welch che collaborò, in veste di produttore associato con lo stesso T-Bone Burnette, alla realizzazione dell’acclamata colonna sonora del film di successo dei fratelli Coen, Fratello dove sei?

L’aumentata notorietà raggiunta dalla Welch alimentò un dibattito non privo di polemiche all’interno del mondo della country music, dove taluni lamentarono l’effettiva autenticità dell’artista (proveniente per l’appunto dalla California, luogo distante da Nashville o dai monti Appalachi). D’altronde, è facile ritenere che il suo atteggiamento antimoderno ed appartato, unito ad un approccio integerrimo nella rilettura delle tradizioni, possa aver destabilizzato un’ambiente musicale notoriamente chiuso e sempre più occupato a fare business, anche a costo di trasformare la country music in una vetrina pop.

È partendo da queste coordinate che è possibile comprendere la genesi del capolavoro Time (The Revelator) pubblicato nel 2001 che, pur mantenendosi musicalmente ancorato allo stesso minimalismo acustico dei precedenti lavori, appare indubbiamente più complesso ed ambizioso. Rispetto ai precedenti lavori nei quali era predominante uno storytelling su storie ancorate a un passato ancestrale, con Time la Welch alza il livello del songwriting affrontando con un approccio visionario e religioso temi della storia americana apparentemente distanti, che sembrano svolgersi su più linee temporali. Il Titanic che affonda, l’assassinio di Abraham Lincoln, la migrazione degli Okies verso l'Ovest, Elvis che balla in TV, Johnny Cash che spegne le luci della ribalta sul palco della Grand Ole Opry, il punk rock, sono solo alcuni dei molteplici eventi richiamati nell’album, che tracciano le coordinate di una società in continuo mutamento dove è proprio il tempo ed il suo scorrere inesorabile ad ergersi come collante di tutto e giudice unico in grado di “rivelare” in conclusione la verità definitiva delle cose.

Vertice dell’’album è la conclusiva I Dream a Highway, una ballata onirica ed epica di 14 minuti, nella quale riflessioni personali si mescolano a schegge impressionistiche che riflettono sullo scorrere del tempo, sullo stato di inquietudine e di ansia di un mondo in trasformazione e sulla perdita dell’autenticità (in particolare della musica country), accreditandosi a divenire una sorta di Ambulance Blues (Neil Young) del movimento “Americana”.

Dopo la straordinaria trilogia No Depression, nel 2003 esce Soul Journey (Acony records) album nel quale la Welch si avvale per la prima di una band al completo (tra gli altri figurano l’ex Son Volt Jim Boquist al basso, Greg Leisz al dobro, Mark Ambrose alle chitarre, oltre al solito David Rawlings). Gli arrangiamenti elettrici, tuttavia, non intaccano l’approccio minimale e scarno tipico della Welch, che propone straordinarie ballate sospese e desertiche con forti richiami ai Settanta. Schiva, riservata e assolutamente disinteressata al successo commerciale, Gillian Welch uscirà di scena per tutto il rimanente decennio (il ritorno avverrà nel 2011 con The Harrow & the Harvest).


 Lucinda Williams: Gravel roads from South to West

L’infanzia di Lucinda Williams non fu certamente facile. Nata a Lake Charles, Louisiana, da madre pianista (con disturbi mentali e problemi di alcol) e da padre poeta e accademico (Miller Williams, uno tra i più importanti poeti contemporanei degli Stati Uniti), dopo il divorzio dei genitori passò gran parte della sua infanzia in continuo movimento, spostandosi da un luogo all’altro per seguire gli impegni del padre. Curiosa e sensibile, Lucinda sfruttò il suo girovagare per sviluppare una grande predisposizione per l’osservazione dei particolari, spesso riferiti ai luoghi fatiscenti della sua vita nomadica, così come alla variopinta quanto desolata umanità sottoproletaria che incontrò lungo le periferie del sud.

A favorirne le doti narrative, fu ulteriormente la frequentazione degli scrittori, degli intellettuali e degli studenti che entravano ed uscivano di continuo dalla casa del padre creando di fatto un clima tanto caotico quanto stimolante. A cambiare la sua vita, tuttavia, fu l’incontro con il Dylan di Highway 61 Revisited che la convinse definitivamente che le sue due grandi passioni, la musica e la letteratura, potevano perfettamente coesistere. Dopo una lunga gavetta passata a suonare nei locali tra New Orleans, San Francisco e Austin, nel 1978 pubblicò il suo primo album Ramblin’ On My Mind, una raccolta di cover blues e country, seguito due anni dopo da Happy Women Blues, primo album di composizioni proprie suonate in veste acustica dal forte taglio roots.

Bisognerà attendere il 1988 quando, trasferitasi a Los Angeles e inseritasi nella fervente scena Paisley Underground locale, riuscì a conquistare l’attenzione della critica grazie all’album omonimo pubblicato dall’etichetta alternativa Rough Trade. Lucinda Williams, ben accolto dalla critica, oltre ad introdurre tutti gli ingredienti musicali e narrativi che troveranno maturazione negli anni a venire, propone anche un paio di ballate (Passionate Kisses e The Night’s Too Long) che verranno portate al successo grazie alle cover di Mary Chapin Carpenter (che vincerà anche un Grammy) e Patty Loveless. Nel 1992 è la volta del quarto album, Sweet Old World, anch’esso pieno di ottime canzoni amare e riflessive, tuttavia, non adeguatamente supportato da una produzione eccessivamente piatta e monocorde (nel 2017 Lucinda lo risuonerà integralmente).

Apparve chiaro dalla lunga gestazione di Car Wheels On A Gravel Road (Mercury, 1998) che la principale questione da risolvere per poter fare il salto di qualità, fosse la necessità di trovare un sound personale e maturo, in grado cioè di coniugare le radici sudiste legate al blues, al country e al folk con l’effervescenza del rock’n’roll. Iniziate nel febbraio del 1995 ad Austin TX per l’American Recordings, le registrazioni di Car Wheels furono più volte interrotte e riprese a causa dell’insoddisfazione della Williams, totalmente determinata a trovare il suono perfetto e finalmente definitivo per il suo songwriting.

E così le tracce registrate in Texas con il chitarrista Gurf Murlix (lo stesso produttore dei dischi precedenti), vennero poi reincise a Nashville sotto la regia di Steve Earle e Ray Kennedy, per poi essere ulteriormente lavorate a Los Angeles da Roy Bittan. Una volta che l’album sembrò finalmente pronto, si misero di traverso anche i problemi legali relativi ai negoziati avviati da Rick Rubin per definire i nuovi accordi distributivi dell’American Recording Label, circostanze che di fatto bloccarono l’album. Solo nel 1998, finalmente, Car Wheels fu pubblicato grazie alla Mercury, che comprò i diritti dell’album.

Osannato dalla critica e vincitore del Grammy Award come miglior disco folk contemporaneo nel 1999, Car Wheels è certamente un album epocale in grado di rivitalizzare un genere mainstream a corto di idee e in difficoltà nel ricambio generazionale. Chitarre di ruvido ed essenziale rock’n roll si mescolano a strumenti delle tradizioni roots come mandolini, dobro e fisarmonica creando uno straordinario intreccio di ballate essenziali dove un voce languida, lenta e distante canta di storie ordinarie, quanto personali, ambientate nelle piccole cittadine del Sud degli Stati Uniti, dove i campi di cotone si estendono per miglia e miglia e dove dietro l’apparente normalità e sonnolenza di esistenze trascorse tra l’odore di caffè, di uova e di bacon, si consumano miseramente vite in perenne movimento, matrimoni spezzati, cadute nell’alcol.

Nonostante i riconoscimenti ottenuti, Lucinda decise di cambiare il proprio copione e rimettersi in gioco. Piuttosto che riproporre gli schemi del mainstream rock roots-oriented, già perfettamente collaudati in Cars Wheel, nel 2001 pubblicò lo scarno Essence (Lost Highway) e per molti fu uno shock. Supportata dalla collaborazione con Bo Ramsey, Lucinda rallentò il ritmo, ridusse gli arrangiamenti all’essenziale e cambiò il mood delle proprie canzoni trasformandole nello specchio del proprio paesaggio interiore. Accompagnate da un canto strascicato e dissoluto, le unidici tracce di Essence si presentano come bucoliche e rarefatte ballate che evocano i paesaggi paludosi e desolati della Louisiana, i ritmi lenti, i rituali voodoo e un immaginario ancestrale ricoperto da una religiosità conturbante e caricaturale.

Il nuovo corso portò, nel 2003, alla pubblicazione di World Without Tears (Lost Highway), ulteriore capolavoro seppur meno introspettivo e più movimentato del precedente, come testimoniato dalla presenza di alcuni pezzi tipicamente rock quali Real Live Bleeding Fingers and Broken Strings e Righteously nei quali indispensabile è il contributo offerto dallo straordinario chitarrista Doug Pettibone. Ma il vertice assoluto, seppur sembra impossibile, doveva ancora arrivare. Preceduto dallo straordinario Live at Fillmore, che richiama per energia e durata i mitici concerti dei seventies, nel 2007 uscì West (Lost Highway), album che segnò non solo il vertice artistico della Williams ma dell’intera scena “Americana” al femminile del decennio.

Disco sofferto (dedicato alla madre da poco morta) e sperimentale, il lavoro scava nell’anima per indagare gli effetti prodotti dalla perdita delle persone che amiamo. Mettendosi a nudo, Lucinda si incammina verso un’esplorazione interiore, una ricerca potremmo dire “catartica” che la porta a raggiungere quei luoghi inesplorati del mistero umano accessibili solo agli artisti, nei quali, parafrasando i versi del padre, the spirits meet the bones. Il “West” diventa metafora iconografica della guarigione, la “terra promessa” da conquistare dopo un lungo girovagare tra le curve impervie delle nostre ferite interiori.

Straordinariamente prodotto (Lucinda scelse Hal Willner co-produttore) l’album raggiunge territori musicali inesplorati che aggiungono alle suggestive e paludose ballate folksy e bluesy, deviazioni psichedeliche, flash visionari, distorsioni e rock desertici da no man’s land, merito anche di una cerchia di collaboratori e musicisti di primo piano, tra i quali vale la pena di citare il chitarrista jazz Bill Frisell, Gary Louris dei Jayhawks, il bassista Tony Garnier, il batterista Jim Keltner, oltre al fidato chitarrista Doug Pettibone.

Il decennio si concluderà con il meno ambizioso, seppur sempre positivo, Little Honey (Lost Highway, 2008), ma mai doma, Lucinda proseguirà la sua carriera nei decenni successivi regalando altri straordinari capolavori che la consolideranno indubbiamente come l’artista più importante del genere “Americana” degli ultimi trent’anni.

 

 Mary Gauthier: Compassion for everyone

Abbandonata dalla madre fin dalla sua nascita, avvenuta a New Orleans, Louisiana, Mary Gauthier fu adottata da una famiglia italiana cattolica presso la quale passò la sua infanzia con un padre alcolizzato. Quando compì quindici anni scappò di casa per cadere rapidamente in una spirale fatta di abuso di droghe e alcol, subendo, altresì, il bullismo che in quegli anni, in particolare in certi luoghi del Sud, non risparmiava certamente una giovane ragazzina gay. Gli anni successivi si consumarono tra centri di riabilitazione dalla droga, case di accoglienza e anche in una cella di prigione dove trascorse il suo diciottesimo compleanno. Dopo aver frequentato la Cambridge School of Culinary Arts e aver lavorato in un ristorante di lusso, nel 1990 ottenne un finanziamento per aprire un ristorante cajun nel quartiere Back Bay di Boston, chiamandolo Dixie Kitchen.

Questo in estrema sintesi il traumatico background di Mary Gauthier che tuttavia, proprio quando tutto sembrava perduto, riuscì a risollevarsi dall’inferno grazie alla straordinaria forza salvifica dello storytelling per cui Mary nutriva fin da ragazza una grande passione. Lo scrivere canzoni si tramutò ben presto in uno stupefacente strumento di espiazione del dolore, in una straordinaria ed efficace cura per lenire le indicibili ferite del suo animo.

Finalmente sobria, nel 1997, pubblicò il suo primo disco Dixie Kitchen (In the Black/Munich), un album che seppur ancora acerbo nei suoni e nella produzione, portò alla luce tutte le straordinarie doti di scrittura dell’artista. Sono 10 ballate country-folk nelle quali Mary ritrae, senza alcuna censura, il crudo mondo in cui era cresciuta fatto di amici morti di AIDS (Goddamn HIV e Skeleton Town rimangono due tra le più sincere canzoni sul tema mai scritte), di isolamento, solitudine e di legami spezzati.

Decisa ad intraprendere la carriera di songwriter, Mary vendette il ristorante e con il ricavato si finanziò la produzione del secondo album, Drag Queens in Limousines (In the Black/Munich), pubblicato nel 1999, che ottenne i primi importanti riconoscimenti da parte della critica musicale e che le aprì le porte di alcuni importanti festival come Newport. Accompagnato da arrangiamenti più raffinati nel solco di un country cosmico e minimale, l’album prosegue nella narrazione delle tragiche esistenze di outsiders alla deriva a partire dall’autobiografica title-track. Scorrono così le toccanti storie di Karla Faye, giovane ragazza tossicodipendente giustiziata alla pena di morte in Texas, di Evangeline ballerina di un topless bar, fino alla meravigliosa I Drink angosciante autoritratto della dipendenza dall’alcol.

Nel 2002 esce l’altrettanto positivo Filth and Fire (Munich) nel quale i cinematografici ritratti dei personaggi marginali del Sud vengono ora accompagnati da un suono più maturo e variegato, caratterizzato da maggiori sfumature rock merito della produzione del chitarrista ed ex-produttore di Lucinda Williams, Gurf Morlix. Rinnovando la collaborazione con Gurl Morlix, Mary Gauthier raggiunge il vertice assoluto della carriera nel 2005 grazie allo straordinario Mercy Now (Lost Highway), un Southern Gothic album che si accreditò a divenire fin da subito uno dei lavori più importanti del genere Americana dell’intero decennio.

Proseguendo nella radiografia dei suoi demoni, Mary regala un eccezionale condensato di suoni plumbei, gotici e paludosi nel quale dieci dark-ballads dipingono immagini di desolazione e sconfitta consumate in luoghi periferici e fatiscenti e nel quale, quasi a fare i conti definitivamente con il proprio passato, l’artista invoca una scintilla di redenzione universale dalle colpe e dalle miserie umane, un grido esistenziale che chiede "pietà ora" per suo padre morente, per il nostro impero in difficoltà, per il nostro fragile pianeta e, infine, per noi stessi. La conferma definitiva della grandezza di Mary Gauthier arriverà nel 2007 con l’ottimo Between Daylight and Dark (Lost Highway), lavoro che testimonierà ulteriormente le straordinarie doti di storytelling dell’artista supportata in questo caso da uno dei pesi massimi, Joe Henry, in veste di produttore.

 

 Cindy Bullens: Somewhere on the Jellico Highway

Cindy (ora Cidny a seguito del cambio di sesso avvenuto nel 2012) Bullens viene da lontano. La sua carriera iniziò negli anni Settanta quando collaborò in veste di corista con importanti nomi della scena musicale, tra i quali Gene Clark, Rod Steward, Bryan Adams ed Elton John (che accompagnò come backing vocalist in tre acclamati tours). Nel 1978 cantò in tre canzoni della colonna sonora del pluripremiato film Grease e sempre in quell’anno pubblicò il suo primo album Desire Wire (il singolo Survivor le guadagnerà la nomination al Grammy for "Best Female Rock Vocal Performance") seguito poi nel 1979 da Steal the Night. Poi decise di staccare la spina per dedicarsi completamente alla famiglia (si sposò nel 1979 ed ebbe due figli), pubblicando nei successivi vent’anni solo un paio di album, più come diversivo. Fu l’enorme tragedia della morte della figlia, avvenuta nel 1996 all’età di soli 11 anni, a spingerla a ritornare con forza a fare musica e in questo non possiamo che riscontrare un filo conduttore che la lega direttamente a Mary Gauthier: anche per Cindy Bullens la musica divenne cura per il dolore, strumento di espiazione e resurrezione.

Nel 1999 l’artista pubblica il bellissimo Somewhere Between Heaven and Earth (Artemis), lavoro dedicato interamente alla figlia morta, con il quale vincerà il AFIM Best Rock Album in 2000. Basta citare solo alcuni dei nomi che partecipano alla realizzazione dell’album (Bonnie Raitt, Lucinda Williams, Rodney Crowell, Benmont Tench) per chiarire la stima conquistata dall’artista negli ambienti musicali. E d’altronde l’album si presenta come un'eccezionale miscela di mainstream rock pieno di straordinarie ballate elettriche che testimoniano come la Bullens sia un artista di prima categoria. Il vertice della sua carriera sarà raggiunto tuttavia negli anni seguenti con la realizzazione di due meravigliosi quanto sottovalutati album pubblicati per la tedesca Blue Rose (accreditatasi a rifugio sicuro per molti grandi artisti ignorati dal mondo del rock mainstream) che possiamo considerare come indispensabili per chiunque ami l’essenzialità del rock’n’ roll.

Nel 2001 esce Neverland (Artemis/Blue Rose), album co-prodotto con Ray Kennedy (produttore di Steve Earle) pieno di ottime ballate di puro mainstream rock sporcate di blues e country, tanto ruvide ed essenziali da richiamare paragoni illustri come Springsteen, Mellencamp, Petty ed Earle. Anche per Neverland non si possono non citare alcuni degli ospiti che collaborano all’album, a partire dallo stesso Steve Earle che canta assieme alla Bullens nella title-track, così come John Hiatt nel rock sporco di blues di Hammer & Nails, oppure Emmylou Harris nella ballata country Send Me An Angel, oltre a Benmont Tench degli Heartbreakers che suona l’organo in tutto l’album. In Neverland si respira l’aria di fuga, di grandi spazi, di speranza e sogni (infranti) che non ti lasciano dormire, insomma l’album si accredita ben presto ad essere la perfetta colonna sonora per un viaggio solitario e senza meta lungo qualche periferica strada.

Nel 2005 esce Dream #29 (Blue Rose), ulteriore raccolta di eccezionale rock’n’roll in perfetta continuità con il precedente Neverland. Anch’esso prodotto assieme a Ray Kennedy, Dream #29 rappresenta l’essenza della ballata rock, merito certamente delle straordinarie capacità compositive della Bullens, ma anche dell’ennesima straordinaria comitiva di musicisti che accompagnano l’artista, tra i quali vale la pena di citare il chitarrista George Marinelli (lead guitar di Bonnie Raitt), Gary Tallent (E-Street Band) così come Elton John (che suona come un indemoniato nella serratissima Dream #29 One True Love). Scorrono così pezzi elettrici e crudi degni dei migliori Crazy Horse, come Oriental Silk, Box of Broken Hearts o This Ain’t Love a cui si aggiungono canzoni strappalacrime come Mockingbird Hill o Box of Broken. Menzione a parte deve essere fatta per la straordinaria ballata on the road Jellico Highway, perfetto inno per una fuga lungo le "backstreets" per dimenticare un amore spezzato.

Gli anni seguenti vedranno l’artista impegnata nei The Refugee, un trio folk-rock formato assieme a Wendy Waldman e Deborah Holland e solo nel 2010 tornerà a pubblicare un album a proprio nome dal titolo Howling Trains and Barking Dogs (M.C. Records), ennesimo ottimo lavoro caratterizzato da sonorità maggiormente roots nel quale svettano ballate da grandi spazi come In a Perfect World o Labor of Love, che non sfigurerebbero di certo in qualche capolavoro di John Mellencamp o John Hiatt.

 

 Natalie Merchant: Motherland, cradle me

Conosciuta dal grande pubblico come giovanissima cantante dei 10.000 Maniacs, gruppo di folk-rock “atmosferico” che riscosse notevole successo tra gli anni 80 e i primi 90, Natalie Merchant, proveniente da una famiglia di emigrati irlandesi e italiani originari di una piccola città dello stato di New York, intraprese la carriera solista a partire dal 1993, quando decise di uscire dalla band.

Saranno il folk minimale e raffinato di Tigerlily (Elektra, 1995) e l’orchestrale Ophelia (Elektra, 1998) a proiettare la Merchant tra le principali artiste femminili emergenti dell’epoca. Colta, indipendente e dotata di una grande sensibilità cantautorale (spesso etichettata dalla critica come la Emily Dickinson del folk grazie sua abilità di dipingere straordinari ritratti intimistici e introspettivi), con il passare degli anni ampliò il raggio d’azione del suo songwriting, occupandosi di tematiche politiche e sociali e sostenendo anche attivamente progetti come Amnesty International e l'American Indian Movement.

Dotata di una straordinaria voce, espressiva e in grado di destreggiarsi perfettamente tra contralti e sussurri baritoni con richiami all’olimpo di Joni Mitchell, Natalie spinse il suo percorso artistico verso nuovi orizzonti sperimentali che abbracciarono con straordinaria lucidità, proprio nel decennio dei Duemila, anche sonorità legate alla musica delle radici, ampliandone le prospettive.

Fu proprio con Motherland (Elektra, 2001) che la Merchant raggiunse il suo picco artistico. Opera complessa ed eterogenea nella quale l’artista riuscì in modo stupefacente a coniugare la sua raffinata estetica indie-folk, con i suoni delle diverse contaminazioni etniche, dal country al reggae, dal gospel al flamenco toccando anche sonorità caraibiche ed orientali. Diverse le strade seguite, ma abilmente unificate dalla maestria di T Bone Burnett che, in qualità di produttore, riuscì a ricondurre la moltitudine in un insieme unitario e magico nel quale la poliedrica voce della Merchant colora ballate che gettano uno sguardo, a tratti impietoso, su un mondo che sta cambiando. A partire dall’iniziale This House Is On Fire, metafora della condizione politica dell’Unione, scritta durante le proteste antiglobalizzazione di Seattle e le accuse di brogli elettorali durante il ballottaggio che portarono alla Casa Bianca George W. Bush.

Dopo la rottura con l’Elektra Records, la sua storica casa discografica, nel 2003 Natalie produsse e realizzò in modo indipendente l’album The House Carpenter’s Daughter (Myth America) e la magia continuò. Si tratta di una rilettura autorevole e moderna di canzoni della tradizione folk americana e inglese nella quale la straordinaria interpretazione vocale di Natalie è sostenuta da arrangiamenti minimali, atmosfere misteriose, echi lontani di chitarre distorte che incontrano strumenti della tradizione roots come il fiddle e il banjo, per evocare i fantasmi di un passato ancestrale perfettamente attualizzato in chiave moderna.

Abbandonata la scena musicale per occuparsi della propria maternità, Natalie tornerà poi in pista solo nel 2010 con l’album Leave Your Sleep (Nonesuch), un concept album strutturato su due dischi ispirato a poesie sull’infanzia di poeti anglosassoni, ricco di arrangiamenti suggestivi e di intensa liricità.

 

 Last but not least...

Partiamo dalla canadese Kathleen Edwards, che dopo il promettente esordio del 2002, Failer (Zoe), raggiunse la maturità artistica nel 2005 con Back To Me (Zoe) album pieno di personalità e di ottime ballate solitarie, di honky-tonk e di muscolose schitarrate nella scia di un rock’n'roll elettrico con richiami a Tom Petty e agli Heartbreakers, merito certamente della presenza Benmont Tench alle tastiere. La bellissima Summerlong entrò anche nella colonna sonora del film di successo Elizabethtown diretto da Cameron Crowe con Orlando Bloom e Kirsten Dunst, confermando la qualità di un disco che avrebbe potuto rappresentare il trampolino di lancio per una straordinaria carriera. Seppur non mancarono negli anni successivi prove positive (a partire dal più raffinato Asking For Flowers del 2008) la carriera della Edwards proseguì tra alti e bassi fino al ritiro dalle scene per oltre dieci anni. Il recente bellissimo Billionaire (Dualtone, 2025) ci restituisce, fortunatamente, un’artista che sembra avere ancora molte cose da dire.

Passiamo alla newyorkese Shannon McNally, che dopo anni di gavetta passati a suonare in piccoli bar in giro per il mondo e la registrazione di un breve ep dal titolo Run On Pure Lightning (Morebarn, 2001) insieme a Neal Casal, pubblicò nel 2002 il promettente esordio Jukebox Sparrows (Capitol), album dalle forti influenze roots che non passò inosservato e regalò all’artista una certa notorietà, al punto di essere ingaggiata per aprire il tour estivo di John Mellencamp. Dopo la raccolta di cover Run For Cover (2004), l’artista si trasferì a New Orleans e li raggiunse la sua maturità artistica nel 2005 con il bellissimo Geronimo (Back Porch), disco pieno di romanticismo infarcito di country-rock, di blues e anche di soul.

Le languide e lente atmosfere della Big Easy, nuova città d’azione dell’artista, divennero protagoniste del live North American Ghost Music (Back Porch, 2006), raccolta di nove pezzi registrati durante un paio di concerti tenutisi in piccoli club, nella quale il repertorio di Shannon venne reinterpretato con accenti sudisti e misteriosi grazie ad una voce pigra a tratti lasciva, che canta di introspezione, forza, tenacia e perdono. Scorrono così, tra le altre, notevoli ballate quali Sweet Forgiveness, Pale Moon, Leave Your Bags By The Door, Geronimo nelle quali la portentosa chitarra di Dave Easley riempie gli spazi con improvvisazioni che sconfinano nel jazz. North American Ghost Music è certamente un tesoro nascosto nello sterminato sottobosco dell’american music che meriterebbe di essere riscoperto.

Kathleen Edwards - Back To Me Tift Merritt - Neighborhood

Veniamo ora a Tift Merrit, nata in Texas ma cresciuta nella Carolina del Nord. Dopo una lunga gavetta passata a suonare nei locali dello stato, fu notata da Ryan Adams che la presentò alla label Lost Highway con la quale pubblicò nel 2002 il primo album Bramble Rose prodotto da Ethan Jones. Si tratta di un ottimo disco di country rock dal forte retrogusto cosmico e cantautoriale, che richiama certamente l’insegnamento di certi mostri sacri come Emmylou Harris.

Nel 2005 avvenne la svolta elettrica con la pubblicazione del sorprendente Tamburine (Lost Highway), prodotto da uno dei pesi massimi del rock USA come Geroge Drakoulias. Coadiuvata da una band stellare, tra cui Mike Campbell e Benmont Tench degli Heartbreakers, Neal Casal, Gary Louris dei Jayhawks, Maria McKee e Don Heffington dei Lone Justice, Tift Merrit trovò la grinta giusta per intraprendere un viaggio tra il blues, il r&b, il soul e naturalmente il country cosmico, senza apparire mai eccessivamente derivativa. Stray Paper, Write My Ticket, Late Night Pilgrim sono solo alcuni pezzi di un album che rasenta (forse fin troppo) la perfezione formale al punto da meritarsi la nomination per il Grammy Award come miglior disco country dell’anno. La svolta elettrica di Tamburine, tuttavia, non verrà seguita dall’artista, che preferì aprire una stagione di ballate intimiste e personali, nelle quali a predominare saranno le sonorità cantautorali della West Coast: testimonianza di questo nuovo corso è l’album Another Country (Fantasy, 2008).

Proseguiamo il nostro percorso con Allison Moorer, sorella minore di Shelby Lynne, che debuttò nella classifica Billboard nel 1998 grazie al singolo A Soft Place To Fall. I primi lavori (Alabama Song del 1998, The Hardest Part del 2000 e Miss Furtune del 2002) sembrarono mostrare un'artista principalmente interessata a seguire le sonorità patinate e tipiche del country melodico di Nashville, ma fortunatamente il successivo The Duel del 2004 (anticipato da un buon live Show) certificò un cambio di passo nella direzione di un rock’n roll ruvido ed elettrico con richiami ai seventies.

L’inversione di rotta venne testimoniata anche dal coraggioso abbandono del contratto con la MCA, sostituita dall’indipendente Sugar Hill, scelta certamente coraggiosa ma indispensabile per consentire all’artista di conquistarsi la libertà artistica. The Duel si presentò, quindi, come una sorta di decrescita sostenibile che consentì alla Moorer di ingaggiare un duo di chitarristi elettrici dal background tipicamente indie-rock (Adam Landry e John Davis) per intraprendere un percorso verso un rock ruvido e desertico alla Crazy Horse (I Ain’t Giving Up On You o All Aboard), intervallato da pezzi killer dal retrogusto indie (Melancholy Polly), ma senza dimenticare le ballate da strade blu (Believe You Me o When Will You Ever Come Down).

L’istinto elettrico di The Duel fu superato nel 2006 dall’album Getting Somewhere (Sugar Hill) caratterizzato da sonorità maggiormente standardizzate ed in linea un certo country rock alla Steve Earle (con cui la Moorer si era unita recentemente in matrimonio) non a caso arruolato alla produzione assieme a Ray Kennedy.

Allison Moorer - I Ain't Giving Up On You Shannon McNally - Geronimo

Sarah Borges, giovane rocker proveniente dalla provincia di Boston, esordì con nel 2005 con l’ottimo Silver City, album nel quale le influenze della musica country e blues si mescolano alla perfezione con l’urgenza del punk, al punto da richiamare i paragoni con Maria Mckee e i Lone Justice o gli X di See How We Are. Prodotto da Paul Q. Kolderie (Morphine, Uncle Tupelo, Pixies, Buffalo Tom) Silver City (Blue Corn Music) è un disco di rock’n'roll essenziale ed energico sporcato da influenze roots grazie alla fusione tra il suono liquido di una pedal steel con la forza delle chitarre elettriche. Un perfetto intreccio sonoro che rievoca i fasti gloriosi dell’alternative country e dove la voce secca e schietta della Borges, tipica di una ragazza di provincia che non vuole scendere a compromessi, canta ballate che raccontano storie ambientate nella parte sbagliata della città.

Il bell’esordio regalò alla Borges un contratto per la Sugar Hill e una band stabile come i Broken Singles a cui fecero seguito alcuni album (Diamonds in the Dark del 2007 e The Stars Are Out del 2009) che, seppur non le consentirono di certo di scalare le classifiche o raggiungere la gloria, le lasciarono in mano, comunque, una solida reputazione di vera rocker di strada.

Perfettamente classificabile con l’etichetta di outsider è Dayna Kurtz. Grandissima cantautrice e memorabile interprete, dotata di una straordinaria voce sanguigna ed espressiva (ma, dovremmo aggiungere, anche grande chitarrista), Dayna è una sorta di eclettica artista bohémien che ha macinato chilometri e si è fatta le ossa nelle bettole d’America prima di riuscire ad emergere (in particolare nel Vecchio Continente). Elogiata da artiste come Norah Jones e Bonnie Riatt, arrivò all’esordio con il bellissimo Postcard From Downtown (Munich, 2002) carico di ballate notturne e folk struggenti, poi seguito da Beautiful Yesterday (Munich, 2004) altrettanto magnifico quanto carico di atmosfere sensuali e dissolute.

Il vertice assoluto fu comunque raggiunto nel 2006 con l’album Another Black Feather (Munich). Isolata per due settimane in un eremo nel deserto di Sonora in Arizona, Dayna trovò l’ispirazione per scrivere unidici ballate che si muovono lungo la tradizione di una country music desertica e riflessiva sporcata da influenze gitane, da un folk-rock tenebroso, da tradizioni spanish e da deviazioni jazz. Insomma, un meticcio sonoro dai forti orizzonti southwestern merito anche di struggenti arrangiamenti da strada con fisarmonica e fiati che collocano il baricentro dell’album lungo il border. A guidare le danze è la voce calda e decadente della Kurtz, che sembra provenire da qualche jazz club fumoso dislocato in una parte poco raccomandabile della città.

Dayna Kurtz - Postcards from Downtown Sarah Borges and The Broken Singles - The Day We Met

Concludiamo il nostro viaggio con la canadese Romi Mayes, sincera quanto poco considerata rocker (si è aggiudicata comunque 6 "Western Canadian Music Award") che ha mescolato con energia il rock’n'roll con il blues e con il country, regalando un paio di dischi da non dimenticare. Ci riferimento in particolare agli album Sweet Somethin’ Steady (Me and My Americana) del 2006 e Achin’ in Yer Bones (Me and My Americana) del 2009, entrambi prodotti da Gurl Morlix.

Mentre Sweet Somethin’ Steady si mantiene sulle coordinate di un ottimo country rock rurale e a tratti domestico che richiama nomi come Steve Earle e Chris Knight, in Achin’ in Yer Bones la Mayes imbocca la strada di un rock elettrico e stradaiolo che non disdegna l’incontro con il blues e anche con il gospel. Basta ascoltare pezzi come Tire Marks e If The Lord Don’t Love You, dove le chitarre sembrano sputare catrame o il blues con venature southern di Given Is Gone o ancora il folk oscuro di Mercy Now, per rendersi conto che la Mayes è una rocker di razza in grado di destreggiarsi con maturità fra tutte le diverse anime della tradizione musicale americana. La produzione del citato Gurl Morlix è una garanzia di qualità per un ennesimo capolavoro “minore” che non dovrebbe andare disperso.


 Quella sporca dozzina: 12 album da recuperare

1. Time (The Revelator) (Acony, 2001) – Gillian Welch

2. West (Lost Highway, 2007) – Lucinda Williams

3. Mercy Now (Lost Highway, 2005) – Mary Gauthier

4. Neverland (Artemis, 2001) – Cindy Bullens

5. Motherland (Elektra, 2001) – Natalie Merchant

6. Back To Me (Zoe records, 2005) - Kathleen Edwards

7. North American Ghost Music (Back Porch, 2006) – Shannon McNally

8. Tamburine (Lost Highway, 2005) - Tift Merrit

9. The Duel (Sugar Hill, 2006) – Allison Moorer

10. Silver City (Blue Corn, 2005) – Sarah Borges

11. Another Black Feather (Munich, 2006) – Dayna Kurtz

12. Achin’ in Yer Bones (Me and My Americana, 2009) – Romi Mayes