Lonely
Girls Il roots rock al femminile (2000-2010)
- Uno speciale a
cura di Gianluca Serra -
È indubbio che negli ultimi anni stiamo assistendo
ad un vero e proprio rinascimento del genere Americana
al femminile. Se pochi dubbi potevamo nutrire sulla
qualità di alcune inossidabili, quanto ancora indispensabili
“storiche” artiste come Lucinda Williams, Gillian
Welch e Natalie Merchant, i cui recenti album costituiscono
probabilmente quanto di meglio la musica a stelle
e strisce possa oggi offrire, la buona notizia giunge
semmai dalla maturazione di altri nomi che stanno
fortunatamente confermando le intuizioni dimostrate
nei lavori degli anni giovanili. Ci riferiamo in
particolare a Joan Shelley, il cui Real
Warmth del 2025 l’ha definitivamente collocata
tra le principali cantautrici contemporanee, ma
anche a Courtney Marie Andrews il cui recente Valentine
si candida ad essere uno tra i lavori più interessanti
di questo 2026. Non possiamo poi non apprezzare
anche il fiorire di tante giovani artiste (tra le
quali vale la pena citare quanto meno Kiely
Connell, Margo
Cilker, Sophie
Gault) che si stanno distinguendo con proposte
musicali cariche di una rinnovata energia e vitalità.
Ci è sembrato
quindi interessante cogliere questo buon momento
per voltare lo sguardo al passato ed esattamente
al decennio 2000 – 2010, quando il “roots rock al
femminile” divenne un fenomeno d’eccellenza grazie
all’affermazione contemporanea di un gruppo di straordinarie
artiste che cambiarono decisamente il corso del
genere Americana. Favorite
da un rinnovato interesse verso la musica e le tradizioni
del passato (dopo un decennio monopolizzato dai
volumi altissimi e distorti del grunge), queste
artiste si mossero ostinatamente ai margini del
confortevole mainstream di Nashville, determinate
a portare avanti un percorso artistico alternativo,
indipendente quanto mai credibile. Accumunate da
esperienze di vita spesso drammatiche, molte di
loro trovarono nella musica e nello storytelling
il mezzo ideale per esorcizzare i propri fantasmi
personali e cercare qualche forma di redenzione.
Gillian
Welch and David Rawlings - The Way It Goes
(Live @ Conan 2011)
Lucinda
Williams - You Can't Rule Me and Man
Without a Soul (live acoustic In My Room)
Più che il successo
o la notorietà, si impegnarono nel dare dignità
a storie dimenticate dalle prime pagine, come la
caduta nelle dipendenze, le sconfitte e i fallimenti
spesso ambientati in sonnolente province sperdute,
i legami spezzati, le fughe verso il nulla, ma anche
l’evocazione di fantasmi di un passato duro e violento,
preferibilmente da mantenere sotterrato in qualche
archivio impolverato. Anche
musicalmente si mossero ai margini del country radiofonico
e patinato, virando verso percorsi alternativi e
sperimentali non sempre digeribili per il grande
pubblico. Nel loro eterogeneo percorso artistico
è possibile riscontrare come elemento di accomunanza,
l’ostinata ricerca della purezza originale dei suoni
(e dell’immaginario) della grande tradizione americana.
Dal recupero rigoroso
e austero delle ballate ancestrali dei monti Appalachi,
al rock ruvido e sanguigno dei 70s, dal country
fuorilegge di Hank Williams, ai blues languidi delle
paludi della Louisiana, fino alle incursioni in
deviazioni psichedeliche o sperimentazioni jazz,
la proposta musicale di queste artiste dimostrò
come fosse possibile maneggiare il passato in modo
assolutamente lucido, moderno e personale, lasciando
in eredità alla generazioni future un genere “Americana”
certamente rinnovato e aperto a nuove strade.
La nostra retrospettiva
non può che partire da Gillian
Welch e Lucinda
Williams, due straordinarie artiste che
dalla seconda metà degli anni Novanta posero le
basi per quella rivoluzione silenziosa, che sarebbe
poi esplosa nel decennio successivo. Proseguiremo
approfondendo il percorso musicale di altre due
grandi quanto indispensabili artiste che, accumunate
da drammi personali, trovarono nella musica la forza
per rinascere: parliamo ovviamente di Mary
Gauthier e Cindy
Bullens (ora Cidny, a seguito del cambio
di sesso avvenuto nel 2012). Sarà poi la volta della
straordinariaNatalie
Merchant, artista che seppur proveniente
da un percorso musicale non esattamente “roots”,
ampliò, proprio nel decennio dei Duemila, le prospettive
del proprio songwriting, abbracciando suoni e tradizioni
del passato e regalando opere mature ed emozionanti.
Non mancheremo
poi di lanciare uno sguardo anche al resto
del gruppo, parliamo delle altre “outsiders”,
ovvero quelle artiste che seppur non riuscirono
a mantenere nel tempo gli standard degli esordi,
si impegnarono con onestà e dedizione alla causa,
regalando una manciata di splendidi album che vorremmo
preservare dalla voracità di un’epoca liquida come
la nostra dove tutto è instabile e nulla rimane.
Concluderemo infine con “quella sporca dozzina”,
ovvero i 12
album più rappresentativi delle 12 artiste
che abbiamo ricordato nel nostro approfondimento.
Originaria
di New York, dove venne adottata da una coppia
di noti compositori di musica per spettacoli,
Gillian Welch si trasferì presto con i
genitori a Los Angeles. Cresciuta con la musica
folk americana e in particolare con la Carter
Family, Woody Guthrie e il primo Bob Dylan, durante
gli anni all’Università della California Santa
Cruz (dove si laureò in fotografia) intraprese
le prime esperienze come musicista suonando in
vari gruppi musicali universitari.
Il punto di
svolta avvenne quando, una volta laureata, decise
di spostarsi a Boston per frequentare il Barklee
College of Music, dove si specializzò proprio
in songwriting. Fu li che Gillian conobbe David
Rawlings, il suo futuro partner musicale.
Decisa ad immergersi completamente nei luoghi
d’origine dei suoi eroi, Gillian, oramai trentenne,
si trasferì a Nashville dove, raggiunta da David
Rawlings, formò un duo folk che iniziò a battere
i locali per farsi conoscere. Sarà proprio durante
un concerto allo Station Inn, un piccolo locale
bluegrass poco distante dal Music Row, che il
duo colse l’attenzione di T-Bone Burnette che
si dichiarò intenzionato a produrre loro un album.
Questa in breve
è la storia di Revival (Almo Sounds,
1996) l’album d’esordio di Gillian Welch che favorì,
in un decennio colorato dal grunge, dall’elettricità
e dai suoni distorti, un recupero impensabile
quanto diffuso dell’interesse verso i suoni minimali
ed acustici delle radici della musica americana.
È indubbio che la musica di Revival sembri
provenire da un passato ancestrale, affascinante
quanto dimenticato, ma è pur vero, come allora
riconobbero tutte le riviste specializzate, che
il duo Wech-Rawlings ebbe il merito di riproporre
gli schemi della tradizione con un’energia, un’intelligenza
ed una cura per i dettagli da far apparire le
10 canzoni dell’album come qualcosa di assolutamente
fresco, quanto moderno.
T-Bone Burnette
capì subito che la forza del duo risiedeva proprio
nella straordinaria quante illuminante potenza
delle loro scarne e apparentemente semplici canzoni,
che attualizzavano un passato rurale e primordiale
di un’America dura, fatta di sconfitte quotidiane,
di povertà e violenza, il tutto anestetizzato
da una religiosità ossessiva quanto totalizzante.
Molto poco fu quindi aggiunto dal produttore,
che ebbe la lucidità di cogliere l’essenzialità
acustica del duo amplificando semmai l’atmosfera
austera e gotica delle dark ballads con l’aggiunta
di echi lontani provenienti da chitarre elettriche
distorte, esperimento che avrebbe riproposto per
certi versi un decennio dopo, contribuendo a fare
di Life, Death Love and Freedom il capolavoro
della maturità artistica di John Mellencamp.
Seppure i fantasmi
della grande depressione ed i richiami alla musica
degli Appalachi fossero già stati ripresi qualche
anno prima dagli Uncle Tupelo nell’album prodotto
da Peter Buick March 16-20, 1992, il biennio
1995-97 rappresenta senz'altro il periodo del
look back della musica americana, oramai satura
dei volumi altissimi di un grunge in punto di
morte e sempre più affascinata dal proprio passato.
A vincere il Grammy Award for "Best Contemporary
Folk Album" quell’anno sarà Bruce Springsteen
con The Ghost of Tom Joad, proprio davanti
a Revival, così come in quel biennio
furono pubblicati i principali album della nuova
scena alternative-country (Son Volt, Wilco, Bottle
Rockets, Handsome Family, Sixteen Horsepower etc.).
Il copione si ripeté
con Hell Among the Yearlings (Almo
Sounds, 1998) dove il duo Wech-Rawlings proseguì
nell’indagine dei fantasmi delle tradizioni ancestrali,
regalando ulteriori 11 straordinarie ballate rurali
che narrano di incidenti in miniera, stupri e
odi alla morfina come anestetico al dolore. Il
2000 fu l’anno d’oro per la Welch che collaborò,
in veste di produttore associato con lo stesso
T-Bone Burnette, alla realizzazione dell’acclamata
colonna sonora del film di successo dei fratelli
Coen, Fratello dove sei?
L’aumentata
notorietà raggiunta dalla Welch alimentò un dibattito
non privo di polemiche all’interno del mondo della
country music, dove taluni lamentarono l’effettiva
autenticità dell’artista (proveniente per l’appunto
dalla California, luogo distante da Nashville
o dai monti Appalachi). D’altronde, è facile ritenere
che il suo atteggiamento antimoderno ed appartato,
unito ad un approccio integerrimo nella rilettura
delle tradizioni, possa aver destabilizzato un’ambiente
musicale notoriamente chiuso e sempre più occupato
a fare business, anche a costo di trasformare
la country music in una vetrina pop.
È partendo da
queste coordinate che è possibile comprendere
la genesi del capolavoro Time (The Revelator)
pubblicato nel 2001 che, pur mantenendosi
musicalmente ancorato allo stesso minimalismo
acustico dei precedenti lavori, appare indubbiamente
più complesso ed ambizioso. Rispetto ai precedenti
lavori nei quali era predominante uno storytelling
su storie ancorate a un passato ancestrale, con
Time la Welch alza il livello del songwriting
affrontando con un approccio visionario e religioso
temi della storia americana apparentemente distanti,
che sembrano svolgersi su più linee temporali.
Il Titanic che affonda, l’assassinio di Abraham
Lincoln, la migrazione degli Okies verso l'Ovest,
Elvis che balla in TV, Johnny Cash che spegne
le luci della ribalta sul palco della Grand Ole
Opry, il punk rock, sono solo alcuni dei molteplici
eventi richiamati nell’album, che tracciano le
coordinate di una società in continuo mutamento
dove è proprio il tempo ed il suo scorrere inesorabile
ad ergersi come collante di tutto e giudice unico
in grado di “rivelare” in conclusione la verità
definitiva delle cose.
Vertice dell’’album è la conclusiva I Dream
a Highway, una ballata onirica ed epica di
14 minuti, nella quale riflessioni personali si
mescolano a schegge impressionistiche che riflettono
sullo scorrere del tempo, sullo stato di inquietudine
e di ansia di un mondo in trasformazione e sulla
perdita dell’autenticità (in particolare della
musica country), accreditandosi a divenire una
sorta di Ambulance Blues (Neil Young) del
movimento “Americana”.
Dopo la straordinaria trilogia No Depression,
nel 2003 esce Soul Journey (Acony
records) album nel quale la Welch si avvale per
la prima di una band al completo (tra gli altri
figurano l’ex Son Volt Jim Boquist al basso, Greg
Leisz al dobro, Mark Ambrose alle chitarre, oltre
al solito David Rawlings). Gli arrangiamenti elettrici,
tuttavia, non intaccano l’approccio minimale e
scarno tipico della Welch, che propone straordinarie
ballate sospese e desertiche con forti richiami
ai Settanta. Schiva, riservata e assolutamente
disinteressata al successo commerciale, Gillian
Welch uscirà di scena per tutto il rimanente decennio
(il ritorno avverrà nel 2011 con The Harrow
& the Harvest).
L’infanzia di
Lucinda Williams non fu certamente facile.
Nata a Lake Charles, Louisiana, da madre pianista
(con disturbi mentali e problemi di alcol) e da
padre poeta e accademico (Miller Williams, uno
tra i più importanti poeti contemporanei degli
Stati Uniti), dopo il divorzio dei genitori passò
gran parte della sua infanzia in continuo movimento,
spostandosi da un luogo all’altro per seguire
gli impegni del padre. Curiosa e sensibile, Lucinda
sfruttò il suo girovagare per sviluppare una grande
predisposizione per l’osservazione dei particolari,
spesso riferiti ai luoghi fatiscenti della sua
vita nomadica, così come alla variopinta quanto
desolata umanità sottoproletaria che incontrò
lungo le periferie del sud.
A favorirne le doti narrative, fu ulteriormente
la frequentazione degli scrittori, degli intellettuali
e degli studenti che entravano ed uscivano di
continuo dalla casa del padre creando di fatto
un clima tanto caotico quanto stimolante. A cambiare
la sua vita, tuttavia, fu l’incontro con il Dylan
di Highway 61 Revisited che la convinse
definitivamente che le sue due grandi passioni,
la musica e la letteratura, potevano perfettamente
coesistere. Dopo una lunga gavetta passata a suonare
nei locali tra New Orleans, San Francisco e Austin,
nel 1978 pubblicò il suo primo album Ramblin’
On My Mind, una raccolta di cover blues e
country, seguito due anni dopo da Happy Women
Blues, primo album di composizioni proprie
suonate in veste acustica dal forte taglio roots.
Bisognerà attendere il 1988 quando, trasferitasi
a Los Angeles e inseritasi nella fervente scena
Paisley Underground locale, riuscì a conquistare
l’attenzione della critica grazie all’album omonimo
pubblicato dall’etichetta alternativa Rough Trade.
Lucinda Williams, ben accolto dalla critica,
oltre ad introdurre tutti gli ingredienti musicali
e narrativi che troveranno maturazione negli anni
a venire, propone anche un paio di ballate (Passionate
Kisses e The Night’s Too Long) che
verranno portate al successo grazie alle cover
di Mary Chapin Carpenter (che vincerà anche un
Grammy) e Patty Loveless. Nel 1992 è la volta
del quarto album, Sweet Old World, anch’esso
pieno di ottime canzoni amare e riflessive, tuttavia,
non adeguatamente supportato da una produzione
eccessivamente piatta e monocorde (nel 2017 Lucinda
lo risuonerà integralmente).
Apparve chiaro
dalla lunga gestazione di Car Wheels On
A Gravel Road (Mercury, 1998) che la principale
questione da risolvere per poter fare il salto
di qualità, fosse la necessità di trovare un sound
personale e maturo, in grado cioè di coniugare
le radici sudiste legate al blues, al country
e al folk con l’effervescenza del rock’n’roll.
Iniziate nel febbraio del 1995 ad Austin TX per
l’American Recordings, le registrazioni di
Car Wheels furono più volte interrotte e riprese
a causa dell’insoddisfazione della Williams, totalmente
determinata a trovare il suono perfetto e finalmente
definitivo per il suo songwriting.
E così le tracce registrate in Texas con il chitarrista
Gurf Murlix (lo stesso produttore dei dischi precedenti),
vennero poi reincise a Nashville sotto la regia
di Steve Earle e Ray Kennedy, per poi essere ulteriormente
lavorate a Los Angeles da Roy Bittan. Una volta
che l’album sembrò finalmente pronto, si misero
di traverso anche i problemi legali relativi ai
negoziati avviati da Rick Rubin per definire i
nuovi accordi distributivi dell’American Recording
Label, circostanze che di fatto bloccarono l’album.
Solo nel 1998, finalmente, Car Wheels fu
pubblicato grazie alla Mercury, che comprò i diritti
dell’album.
Osannato dalla
critica e vincitore del Grammy Award come miglior
disco folk contemporaneo nel 1999, Car Wheels
è certamente un album epocale in grado di rivitalizzare
un genere mainstream a corto di idee e in difficoltà
nel ricambio generazionale. Chitarre di ruvido
ed essenziale rock’n roll si mescolano a strumenti
delle tradizioni roots come mandolini, dobro e
fisarmonica creando uno straordinario intreccio
di ballate essenziali dove un voce languida, lenta
e distante canta di storie ordinarie, quanto personali,
ambientate nelle piccole cittadine del Sud degli
Stati Uniti, dove i campi di cotone si estendono
per miglia e miglia e dove dietro l’apparente
normalità e sonnolenza di esistenze trascorse
tra l’odore di caffè, di uova e di bacon, si consumano
miseramente vite in perenne movimento, matrimoni
spezzati, cadute nell’alcol.
Nonostante i riconoscimenti ottenuti, Lucinda
decise di cambiare il proprio copione e rimettersi
in gioco. Piuttosto che riproporre gli schemi
del mainstream rock roots-oriented, già perfettamente
collaudati in Cars Wheel, nel 2001 pubblicò lo
scarno Essence (Lost Highway) e
per molti fu uno shock. Supportata dalla collaborazione
con Bo Ramsey, Lucinda rallentò il ritmo, ridusse
gli arrangiamenti all’essenziale e cambiò il mood
delle proprie canzoni trasformandole nello specchio
del proprio paesaggio interiore. Accompagnate
da un canto strascicato e dissoluto, le unidici
tracce di Essence si presentano come bucoliche
e rarefatte ballate che evocano i paesaggi paludosi
e desolati della Louisiana, i ritmi lenti, i rituali
voodoo e un immaginario ancestrale ricoperto da
una religiosità conturbante e caricaturale.
Il nuovo corso
portò, nel 2003, alla pubblicazione di World
Without Tears (Lost Highway), ulteriore
capolavoro seppur meno introspettivo e più movimentato
del precedente, come testimoniato dalla presenza
di alcuni pezzi tipicamente rock quali Real
Live Bleeding Fingers and Broken Strings e
Righteously nei quali indispensabile è
il contributo offerto dallo straordinario chitarrista
Doug Pettibone. Ma il vertice assoluto, seppur
sembra impossibile, doveva ancora arrivare. Preceduto
dallo straordinario Live at Fillmore, che
richiama per energia e durata i mitici concerti
dei seventies, nel 2007 uscì West
(Lost Highway), album che segnò non solo il vertice
artistico della Williams ma dell’intera scena
“Americana” al femminile del decennio.
Disco sofferto (dedicato alla madre da poco morta)
e sperimentale, il lavoro scava nell’anima per
indagare gli effetti prodotti dalla perdita delle
persone che amiamo. Mettendosi a nudo, Lucinda
si incammina verso un’esplorazione interiore,
una ricerca potremmo dire “catartica” che la porta
a raggiungere quei luoghi inesplorati del mistero
umano accessibili solo agli artisti, nei quali,
parafrasando i versi del padre, the spirits
meet the bones. Il “West” diventa metafora
iconografica della guarigione, la “terra promessa”
da conquistare dopo un lungo girovagare tra le
curve impervie delle nostre ferite interiori.
Straordinariamente prodotto (Lucinda scelse Hal
Willner co-produttore) l’album raggiunge territori
musicali inesplorati che aggiungono alle suggestive
e paludose ballate folksy e bluesy, deviazioni
psichedeliche, flash visionari, distorsioni e
rock desertici da no man’s land, merito
anche di una cerchia di collaboratori e musicisti
di primo piano, tra i quali vale la pena di citare
il chitarrista jazz Bill Frisell, Gary Louris
dei Jayhawks, il bassista Tony Garnier, il batterista
Jim Keltner, oltre al fidato chitarrista Doug
Pettibone.
Il decennio si concluderà con il meno ambizioso,
seppur sempre positivo, Little Honey
(Lost Highway, 2008), ma mai doma, Lucinda proseguirà
la sua carriera nei decenni successivi regalando
altri straordinari capolavori che la consolideranno
indubbiamente come l’artista più importante del
genere “Americana” degli ultimi trent’anni.
Abbandonata
dalla madre fin dalla sua nascita, avvenuta a
New Orleans, Louisiana, Mary Gauthier fu
adottata da una famiglia italiana cattolica presso
la quale passò la sua infanzia con un padre alcolizzato.
Quando compì quindici anni scappò di casa
per cadere rapidamente in una spirale fatta di
abuso di droghe e alcol, subendo, altresì, il
bullismo che in quegli anni, in particolare in
certi luoghi del Sud, non risparmiava certamente
una giovane ragazzina gay. Gli anni successivi
si consumarono tra centri di riabilitazione dalla
droga, case di accoglienza e anche in una cella
di prigione dove trascorse il suo diciottesimo
compleanno. Dopo aver frequentato la Cambridge
School of Culinary Arts e aver lavorato in un
ristorante di lusso, nel 1990 ottenne un finanziamento
per aprire un ristorante cajun nel quartiere Back
Bay di Boston, chiamandolo Dixie Kitchen.
Questo in estrema sintesi il traumatico background
di Mary Gauthier che tuttavia, proprio quando
tutto sembrava perduto, riuscì a risollevarsi
dall’inferno grazie alla straordinaria forza salvifica
dello storytelling per cui Mary nutriva fin da
ragazza una grande passione. Lo scrivere canzoni
si tramutò ben presto in uno stupefacente strumento
di espiazione del dolore, in una straordinaria
ed efficace cura per lenire le indicibili ferite
del suo animo.
Finalmente sobria, nel 1997, pubblicò il suo primo
disco Dixie Kitchen (In the Black/Munich),
un album che seppur ancora acerbo nei suoni e
nella produzione, portò alla luce tutte le straordinarie
doti di scrittura dell’artista. Sono 10 ballate
country-folk nelle quali Mary ritrae, senza alcuna
censura, il crudo mondo in cui era cresciuta fatto
di amici morti di AIDS (Goddamn HIV e Skeleton
Town rimangono due tra le più sincere canzoni
sul tema mai scritte), di isolamento, solitudine
e di legami spezzati.
Decisa ad intraprendere
la carriera di songwriter, Mary vendette il ristorante
e con il ricavato si finanziò la produzione del
secondo album, Drag Queens in Limousines
(In the Black/Munich), pubblicato nel
1999, che ottenne i primi importanti riconoscimenti
da parte della critica musicale e che le aprì
le porte di alcuni importanti festival come Newport.
Accompagnato da arrangiamenti più raffinati nel
solco di un country cosmico e minimale, l’album
prosegue nella narrazione delle tragiche esistenze
di outsiders alla deriva a partire dall’autobiografica
title-track. Scorrono così le toccanti storie
di Karla Faye, giovane ragazza tossicodipendente
giustiziata alla pena di morte in Texas, di Evangeline
ballerina di un topless bar, fino alla meravigliosa
I Drink angosciante autoritratto della
dipendenza dall’alcol.
Nel 2002 esce l’altrettanto positivo Filth
and Fire (Munich) nel quale i cinematografici
ritratti dei personaggi marginali del Sud vengono
ora accompagnati da un suono più maturo e variegato,
caratterizzato da maggiori sfumature rock merito
della produzione del chitarrista ed ex-produttore
di Lucinda Williams, Gurf Morlix. Rinnovando la
collaborazione con Gurl Morlix, Mary Gauthier
raggiunge il vertice assoluto della carriera nel
2005 grazie allo straordinario Mercy Now
(Lost Highway), un Southern Gothic album che si
accreditò a divenire fin da subito uno dei lavori
più importanti del genere Americana dell’intero
decennio.
Proseguendo nella radiografia
dei suoi demoni, Mary regala un eccezionale condensato
di suoni plumbei, gotici e paludosi nel quale
dieci dark-ballads dipingono immagini di desolazione
e sconfitta consumate in luoghi periferici e fatiscenti
e nel quale, quasi a fare i conti definitivamente
con il proprio passato, l’artista invoca una scintilla
di redenzione universale dalle colpe e dalle miserie
umane, un grido esistenziale che chiede "pietà
ora" per suo padre morente, per il nostro impero
in difficoltà, per il nostro fragile pianeta e,
infine, per noi stessi. La conferma definitiva
della grandezza di Mary Gauthier arriverà nel
2007 con l’ottimo Between Daylight and Dark
(Lost Highway), lavoro che testimonierà ulteriormente
le straordinarie doti di storytelling dell’artista
supportata in questo caso da uno dei pesi massimi,
Joe Henry, in veste di produttore.
Cindy (ora
Cidny a seguito del cambio di sesso avvenuto nel
2012) Bullens viene da lontano. La sua carriera
iniziò negli anni Settanta quando collaborò in
veste di corista con importanti nomi della scena
musicale, tra i quali Gene Clark, Rod Steward,
Bryan Adams ed Elton John (che accompagnò come
backing vocalist in tre acclamati tours). Nel
1978 cantò in tre canzoni della colonna sonora
del pluripremiato film Grease e sempre
in quell’anno pubblicò il suo primo album Desire
Wire (il singolo Survivor le guadagnerà
la nomination al Grammy for "Best Female
Rock Vocal Performance") seguito poi nel
1979 da Steal the Night. Poi decise di
staccare la spina per dedicarsi completamente
alla famiglia (si sposò nel 1979 ed ebbe due figli),
pubblicando nei successivi vent’anni solo un paio
di album, più come diversivo. Fu l’enorme tragedia
della morte della figlia, avvenuta nel 1996 all’età
di soli 11 anni, a spingerla a ritornare con forza
a fare musica e in questo non possiamo che riscontrare
un filo conduttore che la lega direttamente a
Mary Gauthier: anche per Cindy Bullens
la musica divenne cura per il dolore, strumento
di espiazione e resurrezione.
Nel 1999 l’artista pubblica il bellissimo Somewhere
Between Heaven and Earth (Artemis), lavoro
dedicato interamente alla figlia morta, con il
quale vincerà il AFIM Best Rock Album in 2000.
Basta citare solo alcuni dei nomi che partecipano
alla realizzazione dell’album (Bonnie Raitt, Lucinda
Williams, Rodney Crowell, Benmont Tench) per chiarire
la stima conquistata dall’artista negli ambienti
musicali. E d’altronde l’album si presenta come
un'eccezionale miscela di mainstream rock pieno
di straordinarie ballate elettriche che testimoniano
come la Bullens sia un artista di prima categoria.
Il vertice della sua carriera sarà raggiunto
tuttavia negli anni seguenti con la realizzazione
di due meravigliosi quanto sottovalutati album
pubblicati per la tedesca Blue Rose (accreditatasi
a rifugio sicuro per molti grandi artisti ignorati
dal mondo del rock mainstream) che possiamo considerare
come indispensabili per chiunque ami l’essenzialità
del rock’n’ roll.
Nel 2001 esce
Neverland (Artemis/Blue Rose), album
co-prodotto con Ray Kennedy (produttore di Steve
Earle) pieno di ottime ballate di puro mainstream
rock sporcate di blues e country, tanto ruvide
ed essenziali da richiamare paragoni illustri
come Springsteen, Mellencamp, Petty ed Earle.
Anche per Neverland non si possono non
citare alcuni degli ospiti che collaborano all’album,
a partire dallo stesso Steve Earle che canta assieme
alla Bullens nella title-track, così come John
Hiatt nel rock sporco di blues di Hammer &
Nails, oppure Emmylou Harris nella ballata
country Send Me An Angel, oltre a Benmont
Tench degli Heartbreakers che suona l’organo in
tutto l’album. In Neverland si respira
l’aria di fuga, di grandi spazi, di speranza e
sogni (infranti) che non ti lasciano dormire,
insomma l’album si accredita ben presto ad essere
la perfetta colonna sonora per un viaggio solitario
e senza meta lungo qualche periferica strada.
Nel 2005 esce Dream #29 (Blue Rose),
ulteriore raccolta di eccezionale rock’n’roll
in perfetta continuità con il precedente Neverland.
Anch’esso prodotto assieme a Ray Kennedy, Dream
#29 rappresenta l’essenza della ballata rock,
merito certamente delle straordinarie capacità
compositive della Bullens, ma anche dell’ennesima
straordinaria comitiva di musicisti che accompagnano
l’artista, tra i quali vale la pena di citare
il chitarrista George Marinelli (lead guitar di
Bonnie Raitt), Gary Tallent (E-Street Band) così
come Elton John (che suona come un indemoniato
nella serratissima Dream #29 One True Love).
Scorrono così pezzi elettrici e crudi degni dei
migliori Crazy Horse, come Oriental Silk,
Box of Broken Hearts o This Ain’t Love
a cui si aggiungono canzoni strappalacrime come
Mockingbird Hill o Box of Broken.
Menzione a parte deve essere fatta per la straordinaria
ballata on the road Jellico Highway, perfetto
inno per una fuga lungo le "backstreets"
per dimenticare un amore spezzato.
Gli anni seguenti vedranno l’artista impegnata
nei The Refugee, un trio folk-rock formato assieme
a Wendy Waldman e Deborah Holland e solo nel 2010
tornerà a pubblicare un album a proprio nome dal
titolo Howling Trains and Barking Dogs
(M.C. Records), ennesimo ottimo lavoro caratterizzato
da sonorità maggiormente roots nel quale svettano
ballate da grandi spazi come In a Perfect World
o Labor of Love, che non sfigurerebbero
di certo in qualche capolavoro di John Mellencamp
o John Hiatt.
Conosciuta
dal grande pubblico come giovanissima cantante
dei 10.000 Maniacs, gruppo di folk-rock “atmosferico”
che riscosse notevole successo tra gli anni 80
e i primi 90, Natalie Merchant, proveniente
da una famiglia di emigrati irlandesi e italiani
originari di una piccola città dello stato di
New York, intraprese la carriera solista a partire
dal 1993, quando decise di uscire dalla band.
Saranno il folk minimale e raffinato di Tigerlily
(Elektra, 1995) e l’orchestrale Ophelia
(Elektra, 1998) a proiettare la Merchant tra le
principali artiste femminili emergenti dell’epoca.
Colta, indipendente e dotata di una grande sensibilità
cantautorale (spesso etichettata dalla critica
come la Emily Dickinson del folk grazie sua abilità
di dipingere straordinari ritratti intimistici
e introspettivi), con il passare degli anni ampliò
il raggio d’azione del suo songwriting, occupandosi
di tematiche politiche e sociali e sostenendo
anche attivamente progetti come Amnesty International
e l'American Indian Movement.
Dotata di una straordinaria voce, espressiva e
in grado di destreggiarsi perfettamente tra contralti
e sussurri baritoni con richiami all’olimpo di
Joni Mitchell, Natalie spinse il suo percorso
artistico verso nuovi orizzonti sperimentali che
abbracciarono con straordinaria lucidità, proprio
nel decennio dei Duemila, anche sonorità legate
alla musica delle radici, ampliandone le prospettive.
Fu proprio
con Motherland (Elektra, 2001) che
la Merchant raggiunse il suo picco artistico.
Opera complessa ed eterogenea nella quale l’artista
riuscì in modo stupefacente a coniugare la sua
raffinata estetica indie-folk, con i suoni delle
diverse contaminazioni etniche, dal country al
reggae, dal gospel al flamenco toccando anche
sonorità caraibiche ed orientali. Diverse le strade
seguite, ma abilmente unificate dalla maestria
di T Bone Burnett che, in qualità di produttore,
riuscì a ricondurre la moltitudine in un insieme
unitario e magico nel quale la poliedrica voce
della Merchant colora ballate che gettano uno
sguardo, a tratti impietoso, su un mondo che sta
cambiando. A partire dall’iniziale This House
Is On Fire, metafora della condizione politica
dell’Unione, scritta durante le proteste antiglobalizzazione
di Seattle e le accuse di brogli elettorali durante
il ballottaggio che portarono alla Casa Bianca
George W. Bush.
Dopo la rottura con l’Elektra Records, la sua
storica casa discografica, nel 2003 Natalie produsse
e realizzò in modo indipendente l’album The
House Carpenter’s Daughter (Myth America)
e la magia continuò. Si tratta di una rilettura
autorevole e moderna di canzoni della tradizione
folk americana e inglese nella quale la straordinaria
interpretazione vocale di Natalie è sostenuta
da arrangiamenti minimali, atmosfere misteriose,
echi lontani di chitarre distorte che incontrano
strumenti della tradizione roots come il fiddle
e il banjo, per evocare i fantasmi di un passato
ancestrale perfettamente attualizzato in chiave
moderna.
Abbandonata la scena musicale per occuparsi della
propria maternità, Natalie tornerà poi in pista
solo nel 2010 con l’album Leave Your Sleep
(Nonesuch), un concept album strutturato su due
dischi ispirato a poesie sull’infanzia di poeti
anglosassoni, ricco di arrangiamenti suggestivi
e di intensa liricità.
Partiamo dalla
canadese Kathleen Edwards, che dopo il
promettente esordio del 2002, Failer
(Zoe), raggiunse la maturità artistica nel 2005
con Back To Me (Zoe) album pieno
di personalità e di ottime ballate solitarie,
di honky-tonk e di muscolose schitarrate nella
scia di un rock’n'roll elettrico con richiami
a Tom Petty e agli Heartbreakers, merito certamente
della presenza Benmont Tench alle tastiere. La
bellissima Summerlong entrò anche nella
colonna sonora del film di successo Elizabethtown
diretto da Cameron Crowe con Orlando Bloom e Kirsten
Dunst, confermando la qualità di un disco che
avrebbe potuto rappresentare il trampolino di
lancio per una straordinaria carriera. Seppur
non mancarono negli anni successivi prove positive
(a partire dal più raffinato Asking For Flowers
del 2008) la carriera della Edwards proseguì tra
alti e bassi fino al ritiro dalle scene per oltre
dieci anni. Il recente bellissimo Billionaire
(Dualtone, 2025) ci restituisce, fortunatamente,
un’artista che sembra avere ancora molte cose
da dire.
Passiamo alla newyorkese Shannon McNally,
che dopo anni di gavetta passati a suonare in
piccoli bar in giro per il mondo e la registrazione
di un breve ep dal titolo Run On Pure Lightning
(Morebarn, 2001) insieme a Neal Casal, pubblicò
nel 2002 il promettente esordio Jukebox Sparrows
(Capitol), album dalle forti influenze
roots che non passò inosservato e regalò all’artista
una certa notorietà, al punto di essere ingaggiata
per aprire il tour estivo di John Mellencamp.
Dopo la raccolta di cover Run For Cover
(2004), l’artista si trasferì a New Orleans e
li raggiunse la sua maturità artistica nel 2005
con il bellissimo Geronimo (Back
Porch), disco pieno di romanticismo infarcito
di country-rock, di blues e anche di soul.
Le languide e lente atmosfere della Big Easy,
nuova città d’azione dell’artista, divennero protagoniste
del live North American Ghost Music
(Back Porch, 2006), raccolta di nove pezzi registrati
durante un paio di concerti tenutisi in piccoli
club, nella quale il repertorio di Shannon venne
reinterpretato con accenti sudisti e misteriosi
grazie ad una voce pigra a tratti lasciva, che
canta di introspezione, forza, tenacia e perdono.
Scorrono così, tra le altre, notevoli ballate
quali Sweet Forgiveness, Pale Moon,
Leave Your Bags By The Door, Geronimo
nelle quali la portentosa chitarra di Dave Easley
riempie gli spazi con improvvisazioni che sconfinano
nel jazz. North American Ghost Music è
certamente un tesoro nascosto nello sterminato
sottobosco dell’american music che meriterebbe
di essere riscoperto.
Kathleen
Edwards - Back To Me
Tift
Merritt - Neighborhood
Veniamo ora
a Tift Merrit, nata in Texas ma cresciuta
nella Carolina del Nord. Dopo una lunga gavetta
passata a suonare nei locali dello stato, fu notata
da Ryan Adams che la presentò alla label Lost
Highway con la quale pubblicò nel 2002 il primo
album Bramble Rose prodotto da Ethan Jones.
Si tratta di un ottimo disco di country rock dal
forte retrogusto cosmico e cantautoriale, che
richiama certamente l’insegnamento di certi mostri
sacri come Emmylou Harris.
Nel 2005 avvenne la svolta elettrica con la pubblicazione
del sorprendente Tamburine (Lost
Highway), prodotto da uno dei pesi massimi del
rock USA come Geroge Drakoulias. Coadiuvata da
una band stellare, tra cui Mike Campbell e Benmont
Tench degli Heartbreakers, Neal Casal, Gary Louris
dei Jayhawks, Maria McKee e Don Heffington dei
Lone Justice, Tift Merrit trovò la grinta giusta
per intraprendere un viaggio tra il blues, il
r&b, il soul e naturalmente il country cosmico,
senza apparire mai eccessivamente derivativa.
Stray Paper, Write My Ticket, Late
Night Pilgrim sono solo alcuni pezzi di un
album che rasenta (forse fin troppo) la perfezione
formale al punto da meritarsi la nomination per
il Grammy Award come miglior disco country dell’anno.
La svolta elettrica di Tamburine, tuttavia,
non verrà seguita dall’artista, che preferì aprire
una stagione di ballate intimiste e personali,
nelle quali a predominare saranno le sonorità
cantautorali della West Coast: testimonianza di
questo nuovo corso è l’album Another Country
(Fantasy, 2008).
Proseguiamo il nostro percorso con Allison
Moorer, sorella minore di Shelby Lynne, che
debuttò nella classifica Billboard nel 1998 grazie
al singolo A Soft Place To Fall. I primi
lavori (Alabama Song del1998, The
Hardest Part del 2000 e Miss Furtune
del 2002) sembrarono mostrare un'artista principalmente
interessata a seguire le sonorità patinate e tipiche
del country melodico di Nashville, ma fortunatamente
il successivo The Duel del 2004
(anticipato da un buon live Show) certificò un
cambio di passo nella direzione di un rock’n roll
ruvido ed elettrico con richiami ai seventies.
L’inversione di rotta venne testimoniata anche
dal coraggioso abbandono del contratto con la
MCA, sostituita dall’indipendente Sugar Hill,
scelta certamente coraggiosa ma indispensabile
per consentire all’artista di conquistarsi la
libertà artistica. The Duel si presentò,
quindi, come una sorta di decrescita sostenibile
che consentì alla Moorer di ingaggiare un duo
di chitarristi elettrici dal background tipicamente
indie-rock (Adam Landry e John Davis) per intraprendere
un percorso verso un rock ruvido e desertico alla
Crazy Horse (I Ain’t Giving Up On You o
All Aboard), intervallato da pezzi killer
dal retrogusto indie (Melancholy Polly),
ma senza dimenticare le ballate da strade blu
(Believe You Me o When Will You Ever
Come Down).
L’istinto elettrico di The Duel fu superato
nel 2006 dall’album Getting Somewhere (Sugar
Hill) caratterizzato da sonorità maggiormente
standardizzate ed in linea un certo country rock
alla Steve Earle (con cui la Moorer si era unita
recentemente in matrimonio) non a caso arruolato
alla produzione assieme a Ray Kennedy.
Allison
Moorer - I Ain't Giving Up On You
Shannon
McNally - Geronimo
Sarah Borges,
giovane rocker proveniente dalla provincia di
Boston, esordì con nel 2005 con l’ottimo Silver
City, album nel quale le influenze della musica
country e blues si mescolano alla perfezione con
l’urgenza del punk, al punto da richiamare i paragoni
con Maria Mckee e i Lone Justice o gli X di See
How We Are. Prodotto da Paul Q. Kolderie (Morphine,
Uncle Tupelo, Pixies, Buffalo Tom) Silver
City (Blue Corn Music) è un disco di rock’n'roll
essenziale ed energico sporcato da influenze roots
grazie alla fusione tra il suono liquido di una
pedal steel con la forza delle chitarre elettriche.
Un perfetto intreccio sonoro che rievoca i fasti
gloriosi dell’alternative country e dove la voce
secca e schietta della Borges, tipica di una ragazza
di provincia che non vuole scendere a compromessi,
canta ballate che raccontano storie ambientate
nella parte sbagliata della città.
Il bell’esordio regalò alla Borges un contratto
per la Sugar Hill e una band stabile come i Broken
Singles a cui fecero seguito alcuni album (Diamonds
in the Dark del 2007 e The Stars Are Out
del 2009) che, seppur non le consentirono
di certo di scalare le classifiche o raggiungere
la gloria, le lasciarono in mano, comunque, una
solida reputazione di vera rocker di strada.
Perfettamente classificabile con l’etichetta di
outsider è Dayna Kurtz. Grandissima cantautrice
e memorabile interprete, dotata di una straordinaria
voce sanguigna ed espressiva (ma, dovremmo aggiungere,
anche grande chitarrista), Dayna è una sorta di
eclettica artista bohémien che ha macinato
chilometri e si è fatta le ossa nelle bettole
d’America prima di riuscire ad emergere (in particolare
nel Vecchio Continente). Elogiata da artiste come
Norah Jones e Bonnie Riatt, arrivò all’esordio
con il bellissimo Postcard From Downtown
(Munich, 2002) carico di ballate notturne e folk
struggenti, poi seguito da Beautiful Yesterday
(Munich, 2004) altrettanto magnifico quanto carico
di atmosfere sensuali e dissolute.
Il vertice assoluto fu comunque raggiunto nel
2006 con l’album Another Black Feather
(Munich). Isolata per due settimane in un eremo
nel deserto di Sonora in Arizona, Dayna trovò
l’ispirazione per scrivere unidici ballate che
si muovono lungo la tradizione di una country
music desertica e riflessiva sporcata da influenze
gitane, da un folk-rock tenebroso, da tradizioni
spanish e da deviazioni jazz. Insomma, un meticcio
sonoro dai forti orizzonti southwestern merito
anche di struggenti arrangiamenti da strada con
fisarmonica e fiati che collocano il baricentro
dell’album lungo il border. A guidare le danze
è la voce calda e decadente della Kurtz, che sembra
provenire da qualche jazz club fumoso dislocato
in una parte poco raccomandabile della città.
Dayna
Kurtz - Postcards from Downtown
Sarah
Borges and The Broken Singles - The Day
We Met
Concludiamo
il nostro viaggio con la canadese Romi Mayes,
sincera quanto poco considerata rocker (si è
aggiudicata comunque 6 "Western Canadian
Music Award") che ha mescolato con energia
il rock’n'roll con il blues e con il country,
regalando un paio di dischi da non dimenticare.
Ci riferimento in particolare agli album Sweet
Somethin’ Steady (Me and My Americana) del
2006 e Achin’ in Yer Bones (Me and
My Americana) del 2009, entrambi prodotti da Gurl
Morlix.
Mentre Sweet Somethin’ Steady si mantiene
sulle coordinate di un ottimo country rock rurale
e a tratti domestico che richiama nomi come Steve
Earle e Chris Knight, in Achin’ in Yer Bones
la Mayes imbocca la strada di un rock elettrico
e stradaiolo che non disdegna l’incontro con il
blues e anche con il gospel. Basta ascoltare pezzi
come Tire Marks e If The Lord Don’t
Love You, dove le chitarre sembrano sputare
catrame o il blues con venature southern di Given
Is Gone o ancora il folk oscuro di Mercy
Now, per rendersi conto che la Mayes è una
rocker di razza in grado di destreggiarsi con
maturità fra tutte le diverse anime della tradizione
musicale americana. La produzione del citato Gurl
Morlix è una garanzia di qualità per un ennesimo
capolavoro “minore” che non dovrebbe andare disperso.
Quella
sporca dozzina: 12 album da recuperare
1. Time (The Revelator)
(Acony, 2001) – Gillian Welch
2. West (Lost Highway, 2007) – Lucinda
Williams
3. Mercy Now (Lost Highway, 2005) – Mary
Gauthier
4. Neverland (Artemis, 2001) – Cindy Bullens
5. Motherland (Elektra, 2001) – Natalie
Merchant
6. Back To Me (Zoe records, 2005) - Kathleen
Edwards
7. North American Ghost Music (Back Porch,
2006) – Shannon McNally
8. Tamburine (Lost Highway, 2005) - Tift
Merrit
9. The Duel (Sugar Hill, 2006) – Allison
Moorer
10. Silver City (Blue Corn, 2005) – Sarah
Borges
11. Another Black Feather (Munich, 2006)
– Dayna Kurtz
12. Achin’ in Yer Bones (Me and My Americana,
2009) – Romi Mayes